Intervista a Paola Liotta
a cura di Luca Carbonara
Paola Liotta, scrittrice di vaglia, dallo stile raffinato ed elegante, il cui spirito è da sempre animato dal nobile respiro della poesia e dalla fine sensibilità per l’arte, stupisce e ammalia incessantemente i suoi lettori tratteggiando con questo romanzo storico (edito da Il Convivio nel 2025), da profonda cultrice della Storia e delle storie qual è, personaggi ed epoche storiche cui infonde e
restituisce con spontaneità e vivacità il miracolo di una nuova linfa vitale e di una nuova vis emotiva. Qual è stato il percorso e quali i principali motivi ispiratori che l’hanno condotta al cospetto di una figura tanto illustre quanto affascinante come Ortensia?
Gli studi classici, l’amore per l’antichità, lo studio appassionato mi hanno condotto a lei. L’attenzione che oggi è riservata agli studi di genere, nei miei anni di liceo, non era neppure contemplata, ma ho avuto la fortuna di essere guidata da docenti ottimi, rigorosi, colti, che hanno comunque forgiato un’indole sensibile e vorace, allenandola alla ricerca, al desiderio di scoperta, che non aveva certo, allora, quegli strumenti e i media di cui oggi la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze possono avvantaggiarsi. È stato così proprio quel che non mi era stato mai detto a diventare un imperativo categorico, inducendomi a conoscere ed esplorare sempre nuove vie. Ortensia rientra di diritto in quel campo d’azione che è diventato per me vitale e stimolante, anche sotto il profilo creativo, oltre che umano e culturale.
La figura e la storia di Quinto Servilio, il promesso sposo della stessa Ortensia, devoto al suo avo Lucio Quinzio Cincinnato che fu due volte dictator prima della Repubblica Romana nel V secolo a. C. al tempo delle prime gentes romane, introducono contestualizzandolo storicamente e socialmente il racconto in prima persona della protagonista. quell’”io” assertivo e fiero del titolo, matrona romana nel I secolo a.C. Ma chi era davvero Ortensia, figlia di Quinto Ortensio Ortalo fine oratore rivale e insieme ammiratore di Cicerone, vissuta in un’epoca tanto concitata e violenta caratterizzata da una forte dialettica politica, e quanto fu influenzata la sua vita, come la sua sensibilità anche politica, dal passato turbolento di Roma dilaniata com’era sempre dalle lotte intestine tra consoli, Cacciata di re, e forti contrapposizioni tra patrizi e plebei?
Ortensia è una donna di cui si sa poco e niente, di cui tramandano memoria Valerio Massimo, nei suoi Factorum et dictorum memorabilium libri, e Appiano di Alessandria, nelle Guerre civili. Ne intuiamo, però, la statura sia attraverso queste scarne tracce, sia nei riflessi letterari, e no, che a posteriori la sua fama avrebbe suscitato, da Livio a M. Fabio Quintiliano, fino al De mulieribus claris di Boccaccio. Anche le fonti iconografiche, dal Medioevo in poi, che la raffigurano mentre perora la causa delle matrone davanti ai triumviri, contribuiscono ad alimentare il suo mito, definendo il ritratto di una donna colta e coraggiosa, capace di dibattere le ragioni del suo censo e del suo genere, senza nessun timore, facendole infine valere. Si pensi che, nello stesso periodo, la famosa Turia della Laudatio, che io peraltro cito, nel mio romanzo, viene malmenata allorché osa perorare la causa del marito, finito nelle liste di proscrizione. Ortensia non si lascia abbattere da barriere secolari, che impediscono alle donne romane di prendere la parola nel Foro o, qualora lo facciano, si pensi a Mesia e ad Afrania, le espongono al vituperio per avere osato tanto. E questa è la cifra della sua grandezza, attestata dal risultato che consegue con le armi dell’ingegno e di una dialettica non comune, frutto anche dell’educazione ricevuta.
Proprio il suo spirito critico, la libertà e apertura del suo pensiero oltre alla già citata sensibilità, portano Ortensia a interrogarsi, a porsi dei dubbi sulla sacralità e santità dei Patres conscripti e sui diritti della plebe come sulla legittimità delle ambizioni dei plebei a voler migliorare la loro condizione. Quanto fu rivoluzionaria e insieme incompresa in primis in quanto donna la sua visione?
Questa visione che le attribuisco è frutto del mio personale apporto nel delinearne un carattere credibile, in linea con l’orazione riportata da Appiano. Una donna di quella statura doveva per forza essere animata da una forte personalità e dall’istanza di non subire l’ingiustizia di un editto che avrebbe prostrato non solo le matrone più ricche del patriziato, ma anche le loro famiglie, danneggiando il partito dei cesaricidi. La mia Ortensia non teme soltanto per sé, teme per la propria casa, per la propria famiglia, per la propria figlia. Il marito, Servilio, ha seguito i fuggiaschi, lei stessa è, di fatto, il capo della Gens. Quelle donne rimasero sole, in balia dei vincitori, che avrebbero potuto farne quel che volevano. Niente di strano che quelle sue riflessioni, maturate in momenti di incertezza e di terrore, abbiano davvero tramato le sue giornate.
La forma narrativa del romanzo storico, da lei prediletta e sperimentata con esiti felici in altre sue opere di indubbio valore e pregio stilistico come in Casa Manet. Sonata per Suzanne (edito da Readaction nel 2023), le consente un ampio margine di manovra, da un lato, restando fedele alle fonti nell’accurata ricostruzione storica, dall’altro, muovendosi abilmente nel campo dell’immaginazione, lo strumento principe che consente di “leggere” o rileggere in filigrana la stessa realtà. Che tipo di esperienza è stata per lei, scrittrice navigata ed esperta, la contemporanea ricostruzione di un vero e proprio affresco dell’Urbe capitolina del I secolo a.C. con il racconto e la descrizione dettagliata di intrecci, intrighi, oscure trame, personaggi famosi come i Caecili Metelli, luoghi, usanze, ritualità, modus vivendi, e l’utilizzo della tecnica immersiva con la quale si è calata nei panni della protagonista, di cui si fa interprete e portavoce di pensieri, riflessioni, dubbi, turbamenti, speranze e timori?
Sì, è così, il romanzo storico è un genere multiforme, che consente quel margine di libertà tale da poter ricreare dal nulla mondi, tempi, eventi, circostanze, costumi, per come si immagina siano stati, pur mantenendo una coerenza, un rispetto delle fonti tali da salvaguardare il cuore nevralgico dell’ispirazione. Dare voce a figure straordinarie, eroine dimenticate, donne comuni, un esercito silenzioso di protagoniste obliate dalla memorialistica, emarginate dalle pagine della Storia ufficiale in quanto donne, ma, non per questo, meno importanti nel loro silenzioso, prezioso contributo. Un contributo da riscoprire e valorizzare.
La parabola esistenziale di Ortensia, promessa sposa già alla tenera età di dieci anni, è paradigmatica, comune a quella di moltissime donne che nel corso dei secoli e dei millenni fino ai giorni nostri hanno visto sacrificata e mortificata la propria vita come la propria dignità e libertà di affermazione. Quanto c’è di Ortensia, della sua sensibilità e vulnerabilità, della sua incrollabile forza e del suo coraggio, in Paola Liotta, che della sua memoria si è fatta testimone e portavoce?
Ortensia è ‘altra’ da me, ma è in me da sempre perché da sempre mi sono interessata alle donne, alla loro voce. La mia tesi di laurea è stata incentrata sulla figura di Teresa Uzeda, personaggio principale dell’Illusione, uno dei romanzi di Federico de Roberto; prima ancora, in un abbozzo di tesi, avevo sviluppato un mio saggio di un centinaio di pagine sulla Fiammetta dell’omonima Elegia di Boccaccio. Dunque, in tempi non sospetti, viaggiavano già con me tutte le mie protagoniste: Ortensia, Suzanne Leenhoff, la protagonista di Casa Manet, Arianna di Al mutar del vento, la Briseide del mio testo teatrale, la Beatrice di Fenice Iblea, e così via.
La parola è, in controluce, la vera protagonista di questo romanzo. In un’epoca, quella del I secolo a.C., come si è detto burrascosa, irta di insidie e di pericoli, dominata dalla sopraffazione e dalla violenza declinata in tutte le sue forme ed espressioni, la parola era l’unica “arma” di cui Ortensia che dal padre aveva ereditato l’arte oratoria poteva servirsi. E ne fu anch’essa maestra arrivando a pronunciare dinanzi ai triumviri, con esito che sarà positivo e sfidando con coraggio il mos maiorum che costringeva le donne al silenzio pubblico, la famosa orazione in difesa delle matrone romane chiamate a contribuire con le loro proprietà e averi alle spese di guerra, l’ennesima guerra (!), contro i cesaricidi Bruto e Cassio. La parola che, allora come ora, se disarmata, come dovrebbe essere sempre, può portare pace e giustizia tra gli uomini. In che cosa consiste l’attualità e insieme l’eredità da tramandare della vicenda umana di Ortensia che attraverso quest’opera abbiamo imparato a conoscere e ad amare prima come bambina sensibile e curiosa, poi presto come donna archetipo di libertà, affrancamento e autodeterminazione?
Proprio così, il potere della parola è immane: può distruggere, creare, sostenere, dare slancio alle idee, affondare il colpo di grazia, e di questo Ortensia è consapevole, grazie a un padre straordinario e a un’indole arguto e curiosa. L’eredità di Ortensia risiede in questa consapevolezza: il potere della parola e quello della cultura sono in grado di donarci libertà e vigore, ma dipende da noi farne buon uso, esserne degne.
Quali sono i suoi programmi e progetti futuri?
Sono tanti, di sicuro, ma il mio primo progetto è quello di essere me stessa e di scrivere, perciò, senza oscurare mai quel desiderio di verità che ci sprona sempre a essere migliori. La scrittura è una risorsa straordinaria, che va alimentata dall’attenzione al reale, declinando varie parti di sé in sempre diverse partiture.
Grazie di questa bella intervista. Buona lettura a chi mi leggerà.




