Ascoltando le sue “Memorie”. Intervista a Nicoletta Taricani

Ascoltando le sue Memorie 

Intervista a Nicoletta Taricani 

a cura di Luca Carbonara 

Alla vigilia dell’uscita, su nusica.org il 18 marzo prossimo, del suo album Memorie incontriamo la giovane talentuosa ed eclettica musicista e artista siciliana. Una preziosa occasione di approfondimento e riflessione sui temi dell’ispirazione e dei linguaggi dell’arte. 

 Musicista, arrangiatrice, autrice di testi, cantante di sicuro e affermato talento e successo: qual è stato il tuo percorso formativo e chi è Nicoletta Taricani oggi?                                                                                                                                                   Per prima cosa grazie per le bellissime parole. Ne sono davvero onorata! Ho iniziato a studiare musica seriamente molto tardi all’età di ventuno anni. Ho fatto un primo percorso al Conservatorio Tomadini di Udine insieme a due pilastri del jazz, che sono Glauco Venier e Alfonso Deidda; per il biennio di specializzazione mi sono spostata a Trieste, al Conservatorio Tomadini, per inseguire quella che è da diversi anni la mia cantante di riferimento e, più romanticamente, preferita! Si tratta di Daniela Spalletta, che senza farlo apposta è una siciliana come me.  

 La musica è la regina delle arti, imprescindibile il suo respiro che permea tutte le arti come ogni istante della nostra vita. Dove nasce la musica e che cosa significa per te cantare?                                                                              Non so esattamente dove nasce la musica, perché credo di aver avuto più o meno sempre un’attenzione particolare per lei. Alle superiori mi sono iscritta a delle lezioni private di canto dall’insegnante Ilaria Siliotto, la quale mi ha aperto dentro una sfera emotiva talmente grande che da quel momento non si è più chiusa e di questo le sono grata; al liceo invece ho avuto la fortuna di conoscere il jazz tramite la jazz band della scuola diretta dal sassofonista friulano Nevio Zaninotto, con la quale si facevano prove ogni lunedì pomeriggio. Cascasse il mondo, quelle prove per me erano l’appuntamento più atteso della settimana. Queste situazioni probabilmente mi hanno portata a capire cosa avrei voluto fare nella vita. “Cantare” significa non avere paura. Cantare è anche un gesto di generosità verso chi ascolta, che a sua volta è generoso nei confronti di chi sta sul palco perché gli dona il suo tempo; diventa quindi uno scambio reciproco di emozioni tra chi esegue echi ascolta misurate in un tempo che sembra dissociarsi da quello del quotidiano.  

 Alda Merini in un’intervista alla domanda su cos’è la poesia e se si può tradurre in un verso un respiro, disse che per lei la poesia, come per Rilke, era anche una voce medianica: come nasce in te l’ispirazione?                                       Nasce nel momento in cui trovo l’argomento da trattare. Appena mi commuovo all’idea di divulgare attraverso la musica un soggetto specifico, allora so che sono già a metà dell’opera. Da quel momento inizio a progettare il lavoro; poi eseguo una profonda ricerca e se posso mi muovo fisicamente per conoscere meglio ciò di cui voglio parlare. Non mi accontento soltanto di leggere libri, ma ho il bisogno di andare nei luoghi in cui questo argomento è nato. Con il mio precedente disco “In un mare di voci”, in cui tratto l’argomento dell’immigrazione, mi sono immersa in libri molto diversi e profondi, scritti da medici legali, giornalisti, attori di teatro….; ho partecipato alla Sapienza di Roma a congressi di avvocati in cui si parlava di immigrazione; sono entrata in una rete di persone con cui mi interfacciavo sull’argomento e poi, la cosa più importante in assoluto a cui ho dedicato più tempo, sono state le interviste fatte a molti sopravvissuti ai viaggi via mare e via terra. Ecco, se non nasce così l’ispirazione non saprei come fare. Lo stesso ho fatto con Letizia Battaglia. Ho letto tanto su di lei, ma il momento in cui sono andata a Palermo a guardare e toccare da vicino quello che ha lasciato e a chiacchierare con sua nipote Marta Sollima, ha fatto scattare qualcosa in me a livello creativo che mi ha aiutata a capire come realizzare il lavoro. 

L’uscita dell’album Memorie, il 18 marzo prossimo, è stata anticipata, l’8 marzo scorso, dall’uscita di Letizia, titolo di per sé già dalla duplice valenza di visione e stato d’animo, uno degli otto brani che compongono l’album, che ha il pregio e il merito di essere una sineddoche, di rappresentare cioè la parte per il tutto, contenendo in sé già tutti gli elementi salienti dell’opera: la Leica laica, la  volontà di rappresentazione della realtà, la sacrale e insieme carnale veridicità del bianco e nero, la sentita e commossa dedica a Letizia Battaglia e all’arte della fotografia come strumento di accesso, interpretazione e denuncia della realtà. Qual è il tuo rapporto con la realtà e che cos’è per te il reale?                                                                      La realtà è far fronte ai problemi con consapevolezza, è ammettere i fallimenti, guardarli in faccia e rinascere più forti e sul pezzo; è comprendere la fortuna che si ha di vivere e di essere liberi di realizzarsi. La realtà è sapere quali sono le possibilità concrete per realizzare un sogno e quanto tempo ci si può impiegare con i propri mezzi. Il mio rapporto con essa credo sia abbastanza concreto, ma sempre con il sorriso e l’ironia. Anche nei momenti più bui del mio percorso ho sempre sorriso e cercato di strappare un sorriso agli altri. A fianco a questo mio lato “pratico”, ce ne è uno che pesa un po’ di più, che è quello della creatività. Mi piace mantenermi aperta a questa attività che amo; infatti se potessi cambiare il nome del mio mestiere mi piacerebbe dire che sono un’inventrice!  

 L’album Memorie è un vero e proprio scrigno, un pozzo senza fondo, che non si smetterebbe mai di ascoltare, una sorta di summa antologica di sonorità, che sembrano sopravvissute al tempo, e di parole che si amalgamano e fondono con le stesse sonorità diventandone le naturali estensioni e interpretazioni grazie alla tua brillante timbrica, ai tuoi virtuosismi e vocalizzi e alla notevole estensione della tua voce. Come siete arrivati tu e i tuoi compagni di viaggio, che meritano tutti a pieno titolo di essere di seguito citati: Giulio Scaramella al pianoforte, Mattia Romano alla chitarra, Alessio Zoratto al contrabbasso, Umberto Odone alla batteria, Romano Todesco alla fisarmonica, Marco Donat al violino, a una tale armonia insieme strumentale e vocale tenendo conto che alcuni brani dell’album come Il comitato dei lenzuoli o la stessa Palermo sono prevalentemente strumentali?                        Per prima cosa ho cercato di essere chiara con loro quando ho consegnato gli spartiti. Non posso pensare che qualcuno mi capisca musicalmente, se sono disordinata e poco professionale. Poi ho provato a far capire il “suono del disco” che avevo in testa, dando loro esempi di dischi e facendo ascoltare la mia voce. Ma il suono della mia voce è l’ultimo a formarsi in un album, perché finché non sento come funziona il tutto non riesco a mettere un punto al progetto; un punto a questo lavoro non credo che lo metterò però, proprio perché si parla di Letizia Battaglia, una donna dalle ampie vedute, dai grandi orizzonti, dalle mille idee. E infine, dettaglio per me fondamentale, ho voluto che ognuno di loro mettesse la propria personalità per rendere il lavoro più bello e vero. 

 Che cosa rappresenta per te Palermo e perché sono così speciali le sue bambine?                                                                                                                                                 Palermo l’ho scoperta lavorando su Letizia Battaglia. E’ una città piena di cultura e culture, di colori e sapori molto diversi che in qualche modo vanno d’accordo; ha un passato e un presente difficili e questo mi dispiace molto, ma allo stesso tempo è terribilmente affascinante. Per me rappresenta il lato forte e cazzuto di Letizia Battaglia e della sua “battaglia” personale, che di personale aveva poco perché credo che lei abbia condiviso ogni obiettivo e idea che voleva raggiungere. Le bambine di Palermo sono un’opera d’arte che ha saputo cogliere Letizia. Io mi sono solo lasciata ispirare. Hanno il potere di cadere e rialzarsi con una grande forza. Per me la prima bambina di Palermo è proprio Letizia Battaglia.  

 Quali sono i tuoi programmi futuri?                                                                                   I miei programmi in un futuro vicino sono i concerti su questo lavoro sulla Battaglia, un format dal titolo “Remare (in)contro” che gestisco da un anno a Udine con una collega, insegnante di lettere al liceo, e approfondire lo studio della composizione. Poi c’è ancora qualcosa che vorrei fare ma mi sta risultando davvero complicata: realizzare un’installazione artistica dal vivo su un porto di mare. E’ un sogno grande lo so, ma non smetto di crederci finché ne avrò le forze.  

 

 

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