Debutta a Fortezza Est il 16 e 17 gennaio 2026 il primo studio de “La buona educazione” diretto da Lorenzo Montanini con la drammaturgia di Rosalinda Conti: in scena un’indagine sugli obblighi, le regole e i precetti con cui siamo cresciuti.

La buona educazione

 – Primo Studio –

Di e con Ilaria Arnone, Chiara Consiglio, Carlotta Gamba,

 Federico Nardoni, Peppe Russo

Dramaturg Rosalinda Conti

 Scene Francesco Felaco

Diretto da Lorenzo Montanini

 Prodotto grazie al sostegno della Fondazione Yana Cini.

Fortezza Est

16-17-gennaio 2026 | h. 20:30

Tra musica, giochi e riti collettivi che hanno caratterizzato la nostra infanzia, la drammaturgia curata da Rosalinda Conti si dipana attraverso un collage di ricordi, cavando e attingendo attimi di vita, esperienze individuali e memoria collettiva degli attori e performer Ilaria Arnone, Chiara Consiglio, Carlotta Gamba, Federico Nardoni, Peppe Russo.

Quanto è cambiata l’educazione negli anni? Quando siamo in grado di dirci finalmente adulti? Quanto siamo lontani dagli adulti che avevano immaginato i nostri genitori?

La ricerca di Lorenzo Montanini cerca di rispondere a questi interrogativi, dando corpo e immagine alla memoria della nostra formazione, svelando i vincoli invisibili, i tabù e le differenze che negli anni hanno trasformato l’approccio e l’elaborazione delle regole che abbiamo ricevuto.

Screenshot

“La buona educazione” descrive quei percorsi tracciati e stabiliti che durante l’infanzia non abbiamo mai valutato e misurato ma soltanto percorso, rendendo leggibile la struttura sociale e la bussola morale che li racchiudevano.

La sensazione che ne consegue è quasi di sacrilegio: sostituire la dolce topografia dei ricordi, composta tutta da impressioni, colori, immagini, con un’altra che ne spezza l’incantesimo.

La buona educazione – Primo Studio –

16-17 gennaio 2026 ore 20:30

POETICA Stagione Teatrale 2025/26 Fortezza Est

via Francesco Laparelli, 62 Roma – Tor Pignattara

Orario Spettacoli giov- ven-sab ore 20:30

biglietto unico 14.00€

Abbonamenti 3 spettacoli 30€/ 5 spettacoli 45€/ 10 spettacoli  70€

www.fortezzaest.com

info e prenotazioni mail prenotazionifortezzaest@gmail.com

| whatsapp 329.8027943| 

 Ufficio Stampa: Eleonora Turco eleonoraturco.press@gmail.com 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

“EICHMANN – Dove inizia la notte ” di Stefano Massini , in scena dal 16 al 18 gennaio 2026 al Teatro Trastevere – Roma

EICHMANN – Dove inizia la notte
di Stefano Massini
Regia di Monica Falconi
Con Alessandro Giova e Laura Garofoli
Produzione Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali
In scena dal 16 al 18 gennaio 2026
Teatro Trastevere – Roma
Roma, gennaio 2026 –
L’Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali presenta EICHMANN – Dove inizia la notte, testo di Stefano Massini, per la regia di Monica Falconi, con Alessandro Giova e Laura Garofoli. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 16 al 18 gennaio 2026.

SINOSSI
EICHMANN – Dove inizia la notte non è uno spettacolo sull’Olocausto, ma sul concetto universale e tragicamente ricorrente di crimine contro l’umanità. Attraverso la figura di Adolf Eichmann, il testo scava nel cuore del male come meccanismo umano, storico e politico, che non appartiene a un’epoca né a un popolo specifico.
Lo spettacolo mette in relazione i genocidi del passato con quelli che ancora oggi avvengono sotto gli occhi del mondo, interrogando lo spettatore su una verità scomoda: la storia non procede per fratture definitive, ma per ricorsi, per ripetizioni, per ritorni del medesimo orrore in forme diverse. In scena emerge con forza l’idea che chi nasce vittima possa diventare carnefice, che il confine tra innocenza e responsabilità non è mai netto e che il male non è prerogativa di pochi, ma una possibilità che riguarda chiunque.
Eichmann non viene rappresentato come un mostro, ma come un uomo normale, inserito in un sistema che legittima l’orrore e lo trasforma in procedura, in dovere, in lavoro.
La regia costruisce un confronto serrato tra passato e presente, ponendo una domanda centrale: dove inizia davvero la notte dell’umanità?

CREDITI

Autore: Stefano Massini
Regia: Monica Falconi
Interpreti: Alessandro Giova, Laura Garofoli
Produzione: Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali
Date: 16 – 17 – 18 gennaio 2026
TEATRO
Teatro Trastevere
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – 00153 Roma
Tel. 06 5814004 / 335 6874664 / 328 3546847
www.teatrotrastevere.it

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Mercoledì 14 gennaio alle ore 19,30 presso la sede dell’AIDAC (Associazione Italiana Dialoghisti Adattatori Cinetelevisivi) presentazione del volume di Laura Giordani “L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista” edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore.

Presentazione del volume di Laura Giordani
L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista (Cultura e dintorni Editore)

Si terrà mercoledì 14 gennaio 2026 alle ore 19.30, presso la sede dell’AIDAC – Associazione Italiana Dialoghisti Adattatori Cinetelevisivi (Viale Giulio Cesare 137, Roma), la presentazione del volume L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista di Laura Giordani, pubblicato nella collana saggi cinema della casa editrice Cultura e dintorni.

Il libro (266 pagine, €20, ISBN 9788897538752), con prefazione di Mara Logaldo e postfazione di Francesco Vairano, è un compendio che illustra in modo dettagliato e sistematico il lavoro dell’adattatore dialoghista, spiegandone metodi, scelte e passaggi tecnici. Un testo pensato come strumento formativo concreto, prezioso tanto per gli studenti dei corsi di traduzione audiovisiva quanto per i docenti e per chi intenda avvicinarsi professionalmente al mondo del doppiaggio.

Come sottolinea Mara Logaldo nella prefazione, la crescente attenzione accademica verso l’adattamento audiovisivo ha reso sempre più necessario un manuale capace di colmare il divario tra teoria e pratica. In questo contesto, il lavoro di Laura Giordani si distingue per chiarezza metodologica e rigore professionale, offrendo un percorso completo che accompagna il lettore nella comprensione delle dinamiche linguistiche, culturali e tecniche dell’adattamento dei dialoghi.

Nell’introduzione, l’autrice ricorda il ruolo fondamentale che il doppiaggio ha avuto nella storia culturale italiana, permettendo a generazioni di spettatori di accedere a opere cinematografiche e televisive straniere attraverso una raffinata mediazione linguistica e culturale. Un lavoro spesso invisibile, ma determinante, che ha reso iconiche voci e interpretazioni tanto quanto i volti degli attori sullo schermo.

La postfazione di Francesco Vairano evidenzia infine la competenza e la passione che attraversano l’intero volume, riconoscendo nel metodo proposto da Giordani uno degli approcci più solidi e utili per comprendere davvero il mestiere dell’adattatore dialoghista.

Laura Giordani, nata a Roma nel 1968, è adattatrice dialoghista cinetelevisiva dal 1996 e membro del Collegio degli Esperti AIDAC. Autrice di audiodescrizioni per il pubblico cieco e ipovedente – attività per la quale ha ricevuto nel 2021 il Premio alla carriera del Festival Internazionale del Doppiaggio – è docente universitaria di audiodescrizione e adattamento dialoghi dal 2016. Ha pubblicato saggi, articoli e romanzi ed è considerata una pioniera dell’audiodescrizione collaborativa in Italia.

Interverranno l‘autrice, Francesco Vairano (Presidente AIDAC) e, da remoto, Mara Logaldo (Professore Associato di  Lingua e traduzione inglese Università IULM).

Leggono Giulia Cantore, attrice, giornalista professionista, insegnante di dizione e acting coach, e Antonella Damigelli, adattatrice dialoghista.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

📞 Informazioni: 06 8418097 – 373 8028269

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

L’infinito fascino e incanto di una città immortale Intervista a Stefano Marinucci

In dialogo con Stefano Marinucci in occasione dell’uscita della sua ultima fatica letteraria Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate edita da Intra Moenia Edizioni.

L’infinito fascino e incanto di una città immortale
Intervista a Stefano Marinucci
a cura di Luca Carbonara

Con grande stupore e senso di meraviglia ho appreso la notizia della pubblicazione della tua ultima fatica letteraria che a ragionarci preliminarmente a mente fredda sarebbe potuta sembrare una scommessa o, meglio, un’impresa (quasi) impossibile esposta, come sarebbe potuta sembrare a tutti gli effetti, al rischio di apparire come l’ennesimo libro su Roma la cui letteratura vanta una miriade di titoli a raccontarla e a vivisezionarla sotto un’infinità di aspetti, con prevalenza di quelli storici, artistici, architettonici. Ma il titolo di quest’opera spazza via qualunque perplessità e/o rischio di venire derubricato passando così inosservato. Come e quando è nata l’idea di scrivere un’opera tanto complessa e impegnativa quanto ponderosa come l’opera pubblicata in questi ultimi mesi del 2025 da Intra Moenia Edizioni Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate, un titolo forse provocatoriamente dagli echi rosselliniani e un sottotitolo che porta in sé vis polemica e un insopprimibile desiderio e volontà di testimonianza e di denuncia?

Stefano Marinucci

L’intuizione non è nata a tavolino, ma davanti a un cancello sbarrato. È nata dal contrasto stridente tra la magnificenza che Roma promette e la realtà di troppi tesori sottratti allo sguardo pubblico. Se Rossellini raccontava una città “aperta” nel suo spirito e nel suo dolore post-bellico, oggi ci troviamo paradossalmente davanti a una città spesso chiusa per burocrazia, incuria o privatizzazioni selvagge. Ho sentito l’urgenza di mappare questo “negato” non solo per spirito di ricerca, ma come atto di testimonianza. Volevamo che il libro fosse un grimaldello intellettuale: raccontare ciò che non si può vedere per accendere il desiderio di riconquistarlo. È stato un lavoro ponderoso perché ogni porta chiusa richiedeva una ricerca che andasse oltre l’estetica, scavando nelle ragioni del silenzio che
avvolge questi luoghi. La città che viene descritta rischia di implodere nel suo stesso immenso patrimonio, reso invisibile da una gestione sovente miope. L’opera nasce anche dal desiderio di andare oltre la cartolina turistica. Roma non ha bisogno dell’ennesima celebrazione del già visto, ma di una vivisezione dei suoi vuoti e delle sue interdizioni. La vis polemica che avverti nel sottotitolo è il cuore pulsante del progetto: non è solo un libro d’arte, ma un censimento di ciò che è stato tolto alla collettività. La sfida è stata trasformare questa denuncia in un’opera rigorosa, documentata, capace di reggere il confronto con la grande letteratura su Roma proprio perché ne illumina i lati oscuri e i perimetri inaccessibili.

Qual è la chiave di accesso, sia per chi ci abita sia per chi viene da fuori, per comprendere davvero e appieno il mistero di una città che ha avuto in sorte il destino degli dei, di essere cioè immortale, di essere al tempo stesso antica, antichissima, affondando addirittura nel mito, e moderna, e contenere, nella vertiginosa verticalità del suo essere, i segni del suo eterno in divenire?

Forse la chiave di accesso risiede proprio nella consapevolezza della sua verticalità, che non è solo architettonica, ma temporale. Per comprendere Roma bisogna smettere di guardarla come una mappa distesa e iniziare a percepirla come un palinsesto: un manoscritto dove ogni epoca ha scritto sopra la precedente senza mai cancellarla del tutto. Il mistero di cui parli si scioglie quando accettiamo che il passato non è mai passato, ma è uno strato fisico sotto i nostri piedi o dietro un monumento negato. La chiave, dunque, è lo sguardo stratigrafico: la capacità di vedere l’antico nel moderno e il mito nella cronaca quotidiana. Il libro cerca di forzare queste serrature proprio per restituirne una profondità, perché una città che nasconde i suoi strati rischia di perdere la sua anima immortale. D’altronde nell’opera emerge continuamente il concetto di soglia. Questa sembra una città che si concede per epifanie: non si rivela mai tutta insieme, ma per frammenti, spesso protetti da un silenzio secolare. Il paradosso della sua immortalità sta nel fatto che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, Roma sa restare invisibile. Per chi ci abita, la sfida è non abituarsi allo stupore, non darlo per scontato; per chi viene da fuori, è non fermarsi alla superficie della “grande bellezza” da cartolina. Comprendere uno spazio di questo tipo significa accettare che la sua eternità risiede in ciò che è celato. Ecco perché
abbiamo scelto di parlare di “porte chiuse”: perché è proprio dietro quelle negazioni che si custodisce il segreto del suo eterno divenire, lontano dal rumore della modernità più distratta.

Questa tua ultima opera, che nel suo essere un compendio, anche di tutte le arti e gli stili che si sono succeduti nel corso del tempo, e che sembra contenere in sé insieme al tuo indomabile spirito di ricercatore dello spazio e del tempo anche tutte le tue opere precedenti, fiumi e strade solchi carichi di storia, è concepita come un diario di viaggio alla scoperta di tesori nascosti e/o sconosciuti percorrendo la città dal suo centro alle diverse cinte murarie che ne hanno scandito la storia come l’evoluzione millenaria: le mura serviane, le mura aureliane, il Suburbio, l’agro romano… come si è evoluto e come è cresciuto il tuo sguardo lungo un percorso che sembra infinito e come è possibile trasmetterlo e insegnarlo alle nuove generazioni?

Hai colto un aspetto per me fondamentale: questo libro è una sorta di somma teologica del mio girovagare. Se con la Collatina Antica il mio sguardo era quello di uno storico ambientale che scava nel tempo, e con i Fiumi era quello dell’ecologista che cerca la vita nelle vene della città, in Roma a porte chiuse questi sguardi si fondono. La mia prospettiva si è probabilmente trasformata diventando meno settoriale e più politica nel senso alto del termine: oggi non cerco solo la storia o un ecosistema, cerco il diritto alla cultura e all’ambiente. Il percorso dalle Mura Serviane verso l’Agro Romano non è solo geografico, è il racconto di come la città si è dilatata, spesso perdendo il contatto con sé stessa.
Evolversi, per me, ha significato imparare a leggere il vuoto e l’assenza tanto quanto il pieno e il monumento. Alle nuove generazioni bisognerebbe trasmettere l’idea che un portone chiuso non è un dato di fatto, ma una domanda sospesa. Il diario di viaggio che proponiamo vuole essere anche una guida all’insubordinazione intellettuale: insegnare a non accontentarsi dei percorsi turistici tracciati dagli algoritmi, ma a seguire i solchi della storia, i fiumi, le mura. Trasmettere questo sguardo significa conoscere i segreti che vengono negati per far emergere un’eredità viva da difendere.

Qual è, tra i tanti che hai esaminato e studiato, il luogo che più ti ha coinvolto ed emozionato?

Tra i siti più suggestivi e incredibili che sono descritti nell’opera – molti hanno avuto una buona sorte, restaurati, fruibili pur con alcune limitazioni – potrei citare un luogo che ha del misterioso e del magico, scoperto e abbandonato. Una classica storia italiana. Situato alla foce del fiume Incastro, a due passi dal mare, Castrum Inui non è solo un sito archeologico, ma un luogo dove la storia di Roma si intreccia con il mito. Secondo la tradizione, questo era il porto dell’antica Ardea e il luogo dove, secondo alcune varianti del mito, potrebbe essere sbarcato Enea. Gli scavi hanno riportato alla luce un imponente santuario, resti di templi, complessi termali e un’area industriale per la produzione della
porpora. Una piccola Pompei del litorale romano. Nonostante l’eccezionalità dei ritrovamenti (iniziati sistematicamente alla fine degli anni Novanta), il sito è diventato il simbolo della burocrazia paralizzante: più volte giornalisti, cittadini e le telecamere (storici i servizi di Jimmy Ghione) hanno mostrato l’area sommersa dalle sterpaglie, con i resti archeologici lasciati alle intemperie o protetti da strutture precarie che stavano crollando. Nel corso degli anni sono stati stanziati fondi pubblici per la valorizzazione e l’apertura di un parco archeologico. Tuttavia, tra passaggi di competenze, bandi infiniti e mancanza di manutenzione, il cancello è rimasto quasi sempre sbarrato ai cittadini. Mentre altri siti meno rilevanti godono di visibilità, Castrum Inui resta un fantasma: un’area recintata
che i residenti e i turisti possono solo immaginare sbirciando tra le reti, sentendosi derubati della propria identità culturale. Siamo passati dai servizi di Striscia la notizia di anni fa al silenzio di oggi: quante altre inaugurazioni simboliche e quanti altri nastri mai tagliati serviranno, prima che Castrum Inui smetta di essere un cantiere fantasma e diventi finalmente un parco per i cittadini?

La particolarità delle tue opere sta nell’essere a un tempo di divulgazione e di denuncia. Qual è lo stato dell’arte della Città Eterna? Come si può pensare di coniugare e armonizzare l’impatto tanto devastante quanto inevitabile e ineluttabile della postmodernità con la bellezza tramandataci dai visionari del Grand Tour e con l’idea, che tale è rimasta, che aveva l’indimenticato e indimenticabile Sindaco di Roma Luigi Petroselli che sognava di trasformare il centro di Roma in un unico grande parco archeologico?

Lo stato dell’arte della Città Eterna è, purtroppo, quello di una frammentazione dolorosa. Il sogno di Luigi Petroselli — il centro come un unico grande parco archeologico — non era l’idea di un museo imbalsamato, ma di uno spazio pubblico restituito alla cittadinanza. Oggi quel sogno sembra essersi infranto contro la logica della parcellizzazione: abbiamo isole di bellezza circondate da un mare di inaccessibilità o di sfruttamento turistico mordi-e-fuggi. Coniugare la postmodernità con la visione del Grand Tour non significa guardare con nostalgia al passato, ma pretendere che la cultura e l’ambiente siano un diritto quotidiano e non un lusso per pochi. La mia denuncia nasce qui: una porta chiusa non è solo un ostacolo fisico, è il tradimento dell’idea di una Roma aperta e universale. Il
degrado non è solo immondizia o fiumi inquinati, è anche l’oblio in cui cadono le nostre radici d’arte. Coniugare la modernità con la bellezza del passato è possibile solo se smettiamo di considerare il patrimonio come un peso economico e torniamo a vederlo come un’infrastruttura dell’anima, o un percorso formativo e sociale. Come diceva il mio maestro Luigi Amendola, nulla è ineluttabile se si sceglie di restare vigili. Le porte chiuse si possono sempre riaprire, a patto di sapere che esistono.

Quali sono i tuoi programmi e progetti futuri?
È un ritorno all’acqua, a un percorso geografico per seguire la metamorfosi profonda di un corpo idrico e del paesaggio che lo respira. Ma non sarà soltanto un’esperienza fisica, né una semplice escursione naturalistica. Sarà un atto di resistenza e di svelamento. Un fiume che nasce come una promessa di vita, un elemento da navigare, da rispettare e che si trasforma in una specie di spettro. L’antropizzazione selvaggia, l’inquinamento industriale e la trascuratezza trasformano il paesaggio in una periferia dell’anima, dove l’acqua si fa opaca e le sponde diventano discariche a cielo aperto.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Marilyn Monroe, la fragile preda

Oggi è una leggenda, un’icona infinitamente riproducibile come ha mostrato
Andy Warhol, ma all’origine di tutto era soltanto Norma Jeane Mortenson. Prima
delle foto da pin-up, del travolgente Some like it hot di Billie Wilder (1959),
dell’innocente provocazione di Happy Birthday Mr. President, il sex symbol più
longevo d’America viveva a Los Angeles e spruzzava vernice sulle fusoliere
degli aerei. Erano lontani i tempi di Hollywood e del successo rapace, fuori da
ogni realtà palpabile l’idea di diventare Marilyn Monroe. Eppure qualcosa sembrava  agitarsi nell’aria. Qualcosa di indefinibile e misterioso, come la bellezza di questa donna dallo sguardo limpido, bimba senza padre e con una madre schizofrenica, cresciuta in casa famiglia. Emblematico il ritratto che ne fa David Conover, il fotografo incaricato nel 1945 di scattare qualche istantanea di belle ragazze” tra le impiegate dell’industria bellica, per tirare su il morale delle truppe statunitensi: «Nel suo viso c’era una qualità
luminosa, una fragilità combinata con una vibratilità stupefacente». Era questo Norma Jeane, spontanea e ingenua dietro il velo della meraviglia. Un avvenire di successi, una ridda di amori sfortunati, la consapevolezza – in fondo sempre coltivata – che la gloria è un valore effimero, mai sovrapponibile all’idea di felicità. Perché il successo non placa l’inquietudine, il calore della folla non mitiga lo stordimento. Quando le luci si spengono la solitudine è pungente, straziante. Ed è sempre Norma Jeane a riaffiorare dietro Marilyn, dopo i titoli dicoda. Oltre il sorriso accattivante, al di là della voce languida studiata appositamente, degli ammiccamenti, delle pose, di quell’impronta liliale che fa innamorare il fotografo Andrés de Dienes («L’impatto di Norma Jeane su di me fu tremendo. […] Era come se mi fosse toccato un miracolo. Mi appariva come un angelo. Stentavo a crederci, anche per un solo istante»), impazzire di gelosia il campione di baseball e suo secondo marito Joe di Maggio, invaghire – con
risvolti pericolosi e torbidi – il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Lontana anni luce dalla sicurezza che il sistema impone, circondata dalla solitudine che avviluppava divi come James Dean e Montgomery Clift – inquieti, irregolari, incapaci, come lei, di gestire la propria vita, figurarsi un’intera carriera – Marilyn Monroe soffriva una condizione che ricercava, rincorrendo – come una droga – la fama, l’ammirazione, l’amore degli uomini per placare un’insaziabile fame d’affetto. Quello che gli Studios hanno fatto di lei è stato il riflesso di quello che, in modo sghembo, lei stessa ha costruito. La ricerca spasmodica di approvazione, l’incapacità di gestire la fragilità infinita che la accompagnava dall’infanzia, la rendevano vulnerabile e instabile, come sul set di A qualcuno piace caldo, dove arrivava in ritardo, o nelle difficoltà a relazionarsi con
Laurence Olivier durante la lavorazione de Il principe e la ballerina (1957), in
cui l’incostanza si somma alla voglia di impressionare l’intera troupe, di non
essere considerata solo la bambola sexy buona a far incassare.
La storia con Kennedy, i languidi auguri di compleanno destinati a fare
scandalo, le idee di sinistra che la posero nel mirino dell’FBI di Edgar Hoover, il
matrimonio con Arthur Miller minacciato dal maccartismo (in un’intervista del
2012 su “George” il drammaturgo dichiarò che il governo USA aveva cercato
invano di reclutare Monroe nella propria “caccia alle streghe”), l’hanno resa una
magnifica preda nelle mani di chiunque: produttori, servizi segreti, istituzioni,
malavita. Eppure la confessione di Miller rivela, in controluce, una coscienza
politica dell’attrice ben più sviluppata di quella, debolissima, dei tanti registi e attori di sinistra finiti a tradire le proprie idee e fare i nomi dei colleghi davanti alla Commissione per le attività antiamericane volute dal senatore McCarthy.
In questo, come nell’amore per la lettura, nell’intelligenza spiccata oltre il velo della frivolezza, sta la peculiarità del fenomeno Marilyn, la perigliosa magnificenza di un’attrice rinchiusa nel cliché della svampita incapace di
restituire l’immagine di una donna a cui è stata negata in pubblico la sua stessa personalità. Il 5 agosto del 1962, quando Monroe decide di lasciarsi scivolare dentro l’oblio, forse vittima di un complotto o solo stanca del malamore toccatole in sorte, si squarcia il velo della “fabbrica dei sogni” Hollywood. Intrighi, dolori,
sfruttamenti. Troppo per chi, dietro un volto perfetto, nascondeva infinte crepe e
una fragilità così radicata da condannarla per sempre, da schiacciarla
infinitamente al proprio punto di partenza: «Quando ero piccola, nessuno mi
diceva mai che ero carina. Bisognerebbe dirlo a tutte le bambine. Anche se non
lo sono».

Ginevra Amadio

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Dall’intelligenza artificiale all’algoritmo umano: una nuova visione del viaggio per il 2026

Dal palco del TEDx di Verona, Unexpected Italy – tech travel startup premiata all’Onu – lancia una riflessione critica sull’uso esclusivo dell’Intelligenza Artificiale nel turismo e introduce il concetto di “algoritmo umano” come alternativa concreta per contrastare l’overtourism. «Il 2026 sarà un anno decisivo per il futuro del turismo in Italia», spiega la founder Elisabetta Faggiana. «Affidarsi esclusivamente all’AI non basta. È necessario integrare la tecnologia con un sapere umano verificato».

Nel 2025 due parole hanno dominato il dibattito pubblico sul futuro del turismo: Intelligenza Artificiale e Overtourism. La prima celebrata come soluzione miracolosa, il secondo come una delle crisi più urgenti del nostro tempo. Ma cosa succede se affidiamo la cura di un sistema malato agli stessi dati che lo hanno fatto ammalare? È questa una delle domande che ha posto l’intervento di Elisabetta Faggiana, fondatrice di Unexpected Italy, sul palco del TEDx Countdown di Verona, dove ha acceso i riflettori su uno dei grandi limiti dell’Intelligenza Artificiale applicata al turismo, se lasciata sola a se stessa. “L’overtourism non è un evento improvviso, ma il risultato di anni di politiche turistiche assenti o miopi, concentrate sulla promozione ripetuta di poche destinazioni iconiche”, spiega Faggiana. “Oggi l’AI viene spesso presentata come lo strumento capace di personalizzare il viaggio e redistribuire i flussi, ed il potenziale dell’AI in questo è immenso. Ma, se l’Intelligenza Artificiale viene alimentata con milioni di dati costruiti negli anni su una promozione parziale e massificata del territorio, il rischio non è ridurre i flussi, ma amplificarli. In altre parole: un algoritmo che impara da dati sbagliati produce decisioni sbagliate. La tecnologia, se non guidata, rischia di ottimizzare un sistema già distorto”. Nel suo speech, Faggiana parte da una presa di coscienza personale maturata a Genova: ogni scelta di viaggio – dal luogo in cui dormiamo a dove mangiamo, da cosa acquistiamo a come ci comportiamo – non incide solo sulla qualità della nostra esperienza, ma contribuisce a modellare profondamente i territori che attraversiamo. Scelte apparentemente individuali che, sommate, producono effetti concreti sulle comunità locali, favorendo spesso la chiusura di attività storiche e artigianali, sostituite da esercizi standardizzati pensati esclusivamente per il consumo turistico.  Una responsabilità spesso invisibile, ma concreta. “Ogni volta che prenotiamo una vacanza stiamo votando” dice Faggiana, “e questo voto andrà ad impattare direttamente sulle comunità che andremo a visitare: sulla loro qualità di vita, il loro lavoro, la sopravvivenza delle loro tradizioni. Il nostro è un invito a comprendere come l’overtourism non si argina solo “dall’alto”, con politiche e regolamenti, ma anche dal basso, attraverso le scelte quotidiane di milioni di viaggiatori e residenti”. I numeri, più di molte dichiarazioni, restituiscono il senso di urgenza che attraversa il dibattito sul turismo contemporaneo. Durante l’intervento vengono richiamati dati che delineano un quadro critico e difficilmente eludibile. Il settore turistico, nel suo complesso, è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di gas serra, un peso ambientale che cresce di pari passo con l’aumento dei flussi e della mobilità internazionale. A colpire è anche l’impatto delle grandi navi da crociera: una sola imbarcazione è in grado di produrre, in un solo giorno, una quantità di polveri sottili equivalente a quella generata da un milione di automobili, oltre a emettere fino a quattro volte il quantitativo di ossidi di zolfo. Non sorprende, allora, che proprio il traffico crocieristico sia responsabile circa del 25% dei rifiuti presenti nei nostri mari. Sul piano sociale e urbano, il sovraffollamento assume contorni altrettanto allarmanti. A Firenze si contano mediamente 25 turisti per ogni residente, a Venezia il rapporto sale a 47, mentre a Bolzano raggiunge quota 69. Dati che raccontano città sempre più sbilanciate, in cui la presenza turistica rischia di erodere la vita quotidiana, i servizi e l’identità stessa dei luoghi. Numeri che, da soli, basterebbero a imporre un cambio di paradigma e a interrogarsi su quale modello di viaggio e di accoglienza si voglia davvero sostenere. Il momento più simbolico dello speech di Faggiana arriva con una metafora: l’Italia come una grande biblioteca. Sugli scaffali più bassi ci sono i libri che leggono tutti: città d’arte, spiagge iconiche, mete iper-promosse. Libri con pagine consumate, annotate, a volte strappate. Sul palco, Faggiana compie un gesto forte: strappa una pagina da un libro intitolato “Italia”. Un atto volutamente disturbante, che solleva una domanda scomoda: perché ci inorridiamo davanti a un libro strappato, ma restiamo immobili mentre le nostre città e comunità subiscono strappi ben più profondi ogni giorno? L’invito è chiaro: alzare lo sguardo, addentrarsi nella biblioteca, scegliere il libro giusto per sé, non quello che leggono tutti. “Da qui nasce il concetto chiave del talk: l’algoritmo umano”, conclude Faggiana. “Un sistema che utilizza la tecnologia, sì, ma che mette la conoscenza, la professionalità e l’etica umana al centro. Unexpected Italy sta infatti sviluppando e testando un modello che combina due fattori chiave. Da un lato un software di screening sottoposto a business locali che spaziano dall’artigianato, al settore ricettivo, ai produttori locali e ristorativi, basato su impatto sociale, ambientale, identità e qualità dell’ospitalità, dall’altro un sistema di messa a terra del sapere locale verificato. Solo esperti e professionisti possono segnalare e raccomandare luoghi in tutta Italia, sulla base di conoscenze reali e professionali, costruendo così comunità locali verificate di professionisti, capaci di tradurre il sapere territoriale in indicazioni concrete e affidabili. Ed è qui che l’intelligenza artificiale può dare il suo meglio, costruendo itinerari e suggerimenti personalizzati, basati su dati verificati e profilati. Un approccio che non punta a “spostare masse”, ma a portare le persone giuste nei luoghi giusti, nel rispetto della loro fragilità”.

Scheda di approfondimento – La storia di unexpected Italy

Elisabetta Faggiana, vicentina e CEO di Unexpected Italy,  assieme al barlettano Savio Losito da anni lavorano da nomadi digitali, girando l’Italia per sviluppare Unexpected Italy, il loro progetto traveltech che ha come obiettivo offrire un’esperienza turistica che faccia sentire “locali” i viaggiatori. È una “Lonely Planet” 3.0 geolocalizzata e targetizzata, nella quale il viaggiatore ha accesso ad itinerari digitali che permettono di personalizzare il viaggio entrando in contatto diretto con posti unici e locali. Ad oggi, girando fisicamente luogo per luogo, conoscendo ogni singola persona e realtà, hanno mappato 12 aree territoriali italiane: Barletta, Firenze, Genova, Macerata, Matera, Milano, Modena, Roma, Torino, Valle d’Itria, Venezia e Vicenza; adesso stanno lavorando sulla guida segreta di Maranello, ma molti altri progetti sono pronti a decollare. Dentro l’app di Unexpected Italy sono infatti analizzati centinaia di luoghi “segreti”, ma anche di artigiani che accolgono i turisti, bed and breakfast e boutique hotel dove è come vivere a casa e ristoranti che fanno della qualità un mantra. L’elenco completo è sulla loro App, disponibile negli store. Il ruolo della startup ha avuto eco nel Regno Unito, sulle colonne del “The Guardian”, che segue i due fondatori da quando divennero celebri per il loro racconto della “Londra inaspettata” con la loro prima società “Unexpected London”. Le due pagine pubblicate sul giornale inglese hanno acceso il dibattito in Italia, in pochi giorni decine di decine di migliaia di persone hanno scaricato l’App. La startup si è presentata anche all’ONU: a giugno dello scorso anno ha partecipato al Geneve/Fribourg Entrepreneurship Forum presso il Palazzo delle Nazioni dell’ONU per un discorso contro l’overtorism. L’ultimo appuntamento a cui hanno partecipato è stato il Tedx Verona, il cui video integrale è disponibile ora on line.

CONTATTI:
PK COMMUNICATION

Mauro Pigozzo
press@pkcommunication.it /

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Cultura e dintorni augura un Felice e Sereno Natale a tutti

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

E’ uscito oggi per i tipi di Cultura e dintorni Editore il volume di Laura Giordani “L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista”.

Un nuovo importante tassello va ad arricchire la collana di Saggi Cinema una delle più importanti e significative della produzione come del percorso di indagine e di ricerca della Casa editrice Cultura e dintorni di Roma che alla Settima Arte da sempre dedica grande  cura e attenzione. Il volume uscito oggi, L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista di Laura Giordani  è un’opera tanto ponderosa quanto necessaria e indispensabile a indicare, delineare e sublimare un percorso pluridecennale di studi e di ricerche condotte nel corso del tempo dall’appassionata e infaticabile autrice che a questi importanti temi, l’audiodescrizione, in primis per il pubblico cieco e ipovedente, e l’adattamento dialoghi per il doppiaggio ha dedicato e continua a dedicare la sua vita senza risparmio alcuno di passione ed energia. Un’opera di vaglia, di grande valore e di notevole spessore che si evidenzia e si qualifica da un lato per il suo tasso di professionalità e competenza, qualità che troppo spesso dimenticate mai devono essere date per scontate, dall’altro per il suo valore sociale ed etico. Un libro, ripetiamo e sottolineiamo dunque, necessario e di cui si sentiva la grande mancanza essendo animato dalla prima all’ultima pagina dal desiderio dell’autrice, docente universitaria che ha speso e continua a spendere la propria vita e il proprio impegno nell’insegnamento e nella formazione di generazioni di futuri nuovi professionisti del settore, di donare con grande generosità e mettere a disposizione, non solo degli studiosi del settore, la sua esperienza in primis umana e professionale. Un volume che coniuga efficacemente teoria e pratica con esempi, schemi e tabelle, introducendo a temi complessi con particolare cura, acribia e chiarezza entrando fin nei minimi dettagli di pratiche professionali difficili e articolate come quelle del doppiaggio, vivisezionato in tutti i suoi passaggi, nobilitato, proprio attraverso e grazie a quest’opera, e riabilitato al suo status di Arte. I libro sarà disponibile a partire dal 19/12 p.v. E’ possibile acquistarlo tramite il seguente link: https://www.culturaedintorni.it/wp/negozio/?add-to-cart=5638  

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Nel giorno del solstizio d’inverno un inno alla luce che rinasce “I Dream of Your Light – L’Ultima Ruota del Country”.

“abbiamo il piacere di presentare sul nostro canale YOUTUBE il primo singolo della band, un semplice e sincero inno alla luce, reale e simbolica, che ciascuno di noi cerca e trova a modo proprio nella vita di tutti i giorni, tra gli angoli oscuri della quotidianità e costi energetici permettendo. Il video è stato realizzato senza l’ausilio di intelligenza artificiale, non per diffidenza, ma per scelta stilistica, facendo piuttosto ricorso alle nostre deficienze naturali e alle epifanie estetiche che la natura ci offre senza chiedere nulla in cambio se non la pazienza e il desiderio di aspettarle. Auguriamo buon ascolto e buona visione a tutti e ringraziamo per l’attenzione chi vorrà accordarcela. L’Ultima Ruota del Country“.

con Tiberio Pandimiglio, Federico Arigoni, Roberto Felici, Andrea Gaiotti, Valeria Modica, Carmen Palatucci.

https://youtu.be/E0jJXBIzRh8

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Premio Sergio Leone 2025: due riconoscimenti a “C’era una volta a Roma”, romanzo d’esordio di Manuel de Teffé.

Il romanzo “C’era una volta a Roma”, esordio nella narrativa del regista e sceneggiatore Manuel de Teffé si è aggiudicato due premi al Premio Sergio Leone – Città di Roma: il Primo Premio nella sezione Narrativa e Scrittura, assegnato dalla Giuria coordinata da Denise Furlan e il Premio Matrice Leone, assegnato dalla Commissione interna di Ipermedia CDE. Durante la serata di premiazione alla libreria Notebook dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, sono intervenuti gli attori Gianni Garko (grande estimatore del romanzo) e Corrado Solari, e i registi e sceneggiatori Romolo Guerrieri ed Ernesto Gastaldi. L’iniziativa, coordinata da Carlo Pepe, presidente di Ipermedia e da Fabrizio De Priamo, direttore artistico del Premio, è pensata e organizzata da Ipermedia CDE, è realizzata il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, e di Sapienza Università di Roma, Confassociazioni e Confassociazioni Spettacolo.

Ringrazio di cuore tutta la giuria del Premio Sergio Leone – sottolinea de Teffé – per l’attenzione con la quale ha letto le 500 pagine del mio romanzo. Finalmente ha preso il largo e galoppa una pagina mai narrata del costume italiano, quella della Dolce Vita travolta dalla rivoluzione culturale del western all’italiana, di cui mio padre, Anthony Steffen, fu uno dei protagonisti”. “C’era una volta a Roma” ha già vinto quest’anno il Primo Premio Letterario La Ginestra di Firenze, il Bond Street Award a Londra e il Premio Internazionale Donne d’amore dell’Associazione Naschira di Venezia. Tutte le notizie sul libro, presentazioni e novità al link ufficiale: www.ceraunavoltaaroma.net

Il romanzo “C’era una volta a Roma” è ambientato a Roma, nel 1965, nel pieno della Dolce Vita e delle proteste contro la guerra in Vietnam. “Per un Pugno di Dollari” di Sergio Leone ha un successo planetario e lancia un genere esplosivo: il western all’italiana. Il mondo del cinema è in fibrillazione, la pr manager dell’Hotel Hilton cerca di convincere il suo uomo ad abbracciare il nuovo filone. “C’era una volta a Roma” narra le vicende di un aristocratico attore teatrale shakespeariano, un guru di recitazione russa, un regista ebreo di documentari e un anziano imprenditore di grissini con un grande sogno, quello di trasformare il suo manoscritto segreto nel film: “Niente dollari per Django”.

C’era una volta a Roma” è un romanzo ispirato alla storia familiare e artistica del padre dell’autore, Antonio de Teffé von Hoonholtz, attore romano di origine prussiana che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, fu protagonista di ventisette film western all’italiana con il nome d’arte di Anthony Steffen, detenendo così il record di più prolifico protagonista del settore. Nel settembre del 2007, durante la retrospettiva organizzata da Quentin Tarantino alla Mostra del Cinema di Venezia sul western all’italiana, Manuel de Teffé presentò al pubblico “Una lunga fila di croci” del regista Sergio Garrone, presente in sala, film dove compare per la prima volta proprio Anthony Steffen sul grande schermo. “Da quel momento – racconta de Teffé – iniziai lentamente a rimettere insieme uno stormo di memorie fantasmagoriche legate alla nascita di questo filone cinematografico. “C’era una volta a Roma” narra di un mondo del quale sono depositario: la Roma del 1965, la rivoluzione dello spaghetti western calata nella Dolce Vita, gli incredibili personaggi orbitanti attorno a quel periodo. Tutto ciò che ho visto, sentito, respirato e intuito sin da bambino, è qui, dentro questo libro. Tutti gli avvenimenti più recenti della mia vita mi indicavano che dovevo iniziare a ricomporre quel mosaico surreale, che dovevo iniziare a svuotare il sacco… E allora, come ammonisce John Ford nel suo inequivocabile ‘Print the legend!’ sul finale di ‘L’uomo che uccise Liberty Valance’, ho deciso di sedermi, scrivere la leggenda e darla alle stampe”.

da sinistra Romolo Guerrieri, Manuel de Teffé e Gianni Garko

L’AUTORE
Manuel de Teffé
, romano, regista e sceneggiatore, studia Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e si diploma in Regia cinematografica al M.I.F. di Angelo D’Alessandro. Inizia la carriera al Teatro Eliseo come assistente alla regia di Rossella Falk e Michele Placido, quindi lavora come regista televisivo per Morgan film e Lux Vide. Fonda in seguito Shineout, per la quale scriverà e dirigerà spot, campagne pubblicitarie, documentari e video musicali in tutto il mondo. Negli ultimi anni è stato direttore artistico per il gruppo francese Média-Participations. Attualmente lavora come regista e sceneggiatore a Parigi con SAJE distribution. “C’era una volta a Roma” è il suo primo romanzo.

Per informazioni:
www.ceraunavoltaaroma.netUfficio stampa:
NowPress
Raffaella Spizzichino +39 338 8800199
Carlo Dutto + 39 348 0646089
info@nowpress.net

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento