L’Editoriale

Se il nuovo paradigma è la distanza

Cultura e dintorni Numero 26/27 (Gennaio 2020 – Ottobre 2020)

a cura di Luca Carbonara

Questo tumultuoso presente, in una concezione del tempo che resta misterioso nella sua essenza e imprevedibilità, ci pone di continuo di fronte a eventi tanto straordinari quanto inimmaginabili al punto da indurci, oggi, a stabilire una nuova linea di demarcazione, l’ennesima, a delimitare un “prima” e un “dopo”. Prima e dopo il Covid 19 sottolineano, come accadde una ventina di anni fa, all’alba del nuovo millennio, dopo l’efferato attentato dell’11settembre alle torri gemelle, la portata di un evento considerato epocale, in grado cioè di cambiare per sempre le nostre vite. “Nulla sarà più come prima” il refrain che ancora una volta si ripete. Fu così anche dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Tale e tanta l’enfasi che accompagna questi eventi straordinari da ingigantirne a dismisura il significato come gli effetti, a maggior ragione trattandosi di fenomeni, come appunto l’epidemia da Covid 19 che ci ha colpiti e che stiamo vivendo in questi mesi, planetari in un contesto mondiale arrivato già da alcuni anni al culmine della globalizzazione e iper connesso da una comunicazione che si va facendo sempre più invasiva e pervasiva. Eventi, dunque, che, anche mentre sono ancora in corso, vengono eletti a pietre miliari e a simboli di un cambiamento, per ora solo supposto, a dispetto di ogni tentativo di analisi e di approfondimento critico che solo con il tempo, appunto, potranno stabilire se e quanto effettivamente cruciali e decisivi in tal senso. La storia del nostro Paese, ad esempio, che, culla di civiltà, solo dopo un lunghissimo e altrettanto travagliato percorso ha raggiunto l’unità diventando una Repubblica, non andando troppo indietro ma circoscrivendola agli ultimi settant’anni, è stata ed è tra le più controverse e sofferte, letteralmente costellata da eventi, di varia natura certo, ma per lo più tragici, che ancora oggi attendono piena luce in termini di verità e giustizia. E se nel nostro Paese tardano ancora ad affermarsi quello spirito unitario e quella coscienza collettiva nei quali tutti dovrebbero riconoscersi è proprio perché non si sono fatti fino in fondo i conti con la propria storia. Del resto quello della democrazia, il bene più grande che abbiamo, la cui conquista non deve mai essere data per scontata e i cui valori anzi andrebbero sempre ricordati, ribaditi e difesi, è un percorso quanto mai accidentato e difficile soprattutto se osserviamo quanto accade nel resto del mondo caratterizzato, in questo primo scorcio di terzo millennio, proprio da un grave deficit di democrazia. Parlare allora della pandemia nel 2020 significa in primis contestualizzarla ponendosi tutta una serie di interrogativi, senza alcuna pretesa naturalmente di risolverli, e, in secundis, non mancando peraltro i corsi e i ricorsi storici, tentare di riflettere, come abbiamo cercato di fare con questo numero speciale del nostro periodico proponendo una particolare chiave di lettura, su quanto è accaduto e continua tuttora tragicamente ad accadere. Di colpo, mentre progressivamente e senza che ce ne rendessimo pienamente conto calava una sorta di sipario sulle nostre vite, sono cambiati sia la visione del e sul mondo, ciò che sembrava lontano e non poterci riguardare era arrivato in “casa nostra”, che il lessico, il tutto in seguito alla contemporanea irruzione di un virus venuto da lontano, invisibile e perciò più infido, e di vocaboli, che nel giro di pochi giorni sono diventati oggetto di un parossistico uso quotidiano: sulla bocca di tutti nuovi inglesismi, mai sentiti prima dai più, come il famigerato “lockdown”, e termini alcuni dei quali sembravano dover rimanere sepolti nel vocabolario come virus, contagio, epidemia, pandemia, e poi, ancora, tra le parole che erano più desuete, tampone, zone rosse, stato di emergenza. Nel giro di pochi giorni l’emergenza sanitaria ha preso il sopravvento sulle altre notizie di cronaca e di politica con l’Italia intera in una prima fase entrata addirittura nell’occhio del ciclone risultando essere il paese più contagiato dell’intero pianeta. E le zone rosse, in cui e da cui era impossibile entrare e uscire e che in un primo momento hanno interessato solo alcune province del nord del Paese, sono state via via estese all’intera Penisola che per alcuni mesi è rimasta in lockdown, chiusa cioè rispetto al resto del mondo. Questa, ad memoriam e in estrema sintesi, la cronaca del nostro più recente passato e questo, quello italiano, il contesto, ma cosa è realmente accaduto? Questo è il tema. La chiusura, che ha significato il blocco sia della circolazione, anche tra le regioni, che di gran parte delle attività lavorative e produttive, è stata totale. Non era mai successo prima e gli unici paragoni possibili sono stati quelli legati ai ricordi dell’ultimo conflitto mondiale. Gli anziani di oggi, allora bambini o ragazzi, hanno potuto testimoniarlo. Naturalmente con le debite e sostanziali differenze in quanto in questi mesi non ci sono stati rastrellamenti, bombardamenti sulle città, uccisioni sommarie, il coprifuoco, non c’è stata la borsa nera né c’erano eserciti nemici a fronteggiarsi sui campi di battaglia. C’è stata invece una forte limitazione della libertà di spostamento e un altrettanto forte condizionamento della libertà personale, assai discusso, costretta la stragrande maggioranza della popolazione italiana a restare chiusa in casa. Il nemico c’era, nei mesi scorsi, come c’è anche oggi ma era ed è invisibile e, di fatto, se ne sa ancora molto poco. L’epidemia da Covid 19 ha così stravolto le nostre vite come le nostre attività abituali. Ma in che termini esattamente? Altra importante questione. Come in un conflitto mondiale tutto il mondo è stato colpito e questa situazione è destinata a protrarsi almeno fino a quando non si troveranno le cure più adatte o un ipotetico vaccino o finché continueranno a esserci contagiati. Di emergenze nazionali, dal terrorismo alle mafie ai disastri ambientali, il nostro Paese ne ha conosciute tante ma nessun analogo precedente aveva scosso allo stesso modo e nello stesso tempo le vite di così tante persone che per la prima volta si sono sentite parte di una comunità nel senso che tutti ci siamo ritrovati a con-dividere lo stesso evento tanto straordinario quanto traumatico. Impossibilitati a muoverci ma accomunati nella stessa condizione di clausura, tutti abbiamo condiviso la ri-scoperta di nuovi e inediti scenari. Le strade, le piazze rimaste deserte sono diventate simboli di una nuova condizione con il silenzio diventato la nuova colonna sonora delle nostre città. Inevitabile lo sconcerto collettivo, mentre venivano dettate norme e regole di comportamento sempre più severe e stringenti finalizzate al contenimento del contagio, ma altrettanto forte lo stupore di fronte ai tanti aspetti positivi derivanti da questo improvviso quanto drastico cambiamento derivante dall’isolamento delle nostre vite. È stato come se il mondo intero si fosse improvvisamente, e se non fosse per la tragicità dell’evento bisognerebbe dire finalmente, fermato e ognuno si fosse trovato di fronte a uno specchio a interrogarsi su se stesso e sulla propria vita. Da un forte disorientamento iniziale si è passati a una riflessione critica sullo stesso modo di vivere e dovendo fermarsi le attività produttive è cambiato anche il modo di concepire il lavoro. Durante i mesi di lockdown si è vissuti come in uno stato di sospensione. Da un lato il dolore per le tante vittime, dall’altro una progressiva presa di coscienza di quello che la vita era stata solo fino al giorno prima. Le canzoni e gli inni cantati stando affacciati alle finestre e dai balconi hanno scandito un ritrovato orgoglio nazionale che si è sperato potesse essere prodromico dell’avvento di una nuova consapevolezza, la Terra non più soffocata, liberata dagli inutili clamori, l’atmosfera non più asfissiata dai gas tossici, i mari e i fiumi tornati limpidi, le immagini incoraggianti trasmesse dai satelliti sullo stato di salute del nostro pianeta. L’emergenza ambientale, le catastrofiche conseguenze degli innegabili cambiamenti climatici sono apparse evidenti agli occhi di tutti, anche a quelli di coloro che si sono sempre dimostrati più scettici, insensibili e indifferenti. Con il Paese piombato in pieno lockdown, ognuno ha dovuto riorganizzare la propria vita ma soprattutto tutti abbiamo dovuto fare i conti con una nuova dimensione esistenziale. In questa condizione di cattività collettiva, cadenzata dal quotidiano tragico bollettino delle vittime, un così drastico mutamento di prospettiva ci ha portati a un cambio di passo e insieme di visione inducendo ciascuno a interrogarsi sul senso e sulla qualità della vita e a guardarsi dentro. Ma la tanto agognata fine del lockdown, che per tutta la sua durata è stato vissuto come una prigionia, un forzato esilio e alla sua conclusione come una vera liberazione, non ha corrisposto alle aspettative e la vita, con i suoi ritmi, è presto tornata a quella stessa vituperata “normalità” che in così tanti avevano invece abiurato e condannato. Senza dimenticare le defaillance di un’informazione a volte ambigua e contraddittoria e non sempre all’altezza del suo ruolo, non si è affermato un vero senso di responsabilità, di presa di coscienza con comportamenti, non certo isolati, come risulterebbe da un fin troppo benevolo elogio della condotta degli italiani, ma anzi ripetuti e diffusi, di mancato rispetto delle norme in termini di sicurezza che stanno continuando a mettere in pericolo i progressi compiuti proprio in termini di limitazione della diffusione del contagio. Tra negazionisti e irresponsabili, a fronte di decine di migliaia di vittime nel nostro Paese e di oltre un milione di morti in tutto il mondo, si sta rischiando di compromettere tutti gli sforzi e i sacrifici compiuti finora dalla collettività. L’auspicio è che insieme al buon senso, dote assai rara, prevalga soprattutto il sentimento del bene comune che significa percezione dell’altro e rispetto per il prossimo. Ma proprio qui è il discrimine, in quella distanza che è stata da subito indicata come l’unico vero antidoto contro il virus. Già, ma quale distanza? L’uso della mascherina, nonostante le controversie sulla sua effettiva efficacia e le ipotetiche speculazioni con i relativi scandali che starà alla magistratura accertare, il distanziamento, il frequente lavaggio delle mani, sono state queste le regole stabilite dalla comunità scientifica che in quanto tali andavano e vanno condivise e osservate da tutti perché possano avere effetto. E questo perché ci troviamo di fronte a una grave emergenza di sanità pubblica (a questo proposito bisognerebbe riflettere sulla prevenzione e su come è stato applicato il piano pandemico nazionale), ben lontana dall’essersi esaurita. Ma deve essere soprattutto il senso di responsabilità a guidare i comportamenti nel ridurre il più possibile viaggi e spostamenti soprattutto da e verso le zone che si sa essere più a rischio. Mantenere la distanza diventa allora il principale discrimine, la più importante misura di sicurezza. Ma bisogna fare attenzione alle parole che Aggiungi sono importanti e hanno un preciso significato. Occorrerà molto tempo per liberare i nostri  cuori e le nostre menti sottoposte in questi mesi a un vero e proprio lavaggio del cervello quotidiano, con il pericoloso avvertimento e raccomandazione di “mantenere la distanza sociale”. Non si tratta di “distanza sociale” ma semmai di distanza fisica di sicurezza necessaria da mantenere in questa fase della nostra vita. La differenza semantica è sostanziale. Il “distanziamento sociale”, in nome di una più che annosa e urgente questione di giustizia sociale, a maggior ragione oggi che siamo nel 2020, va anzi abbattuto come ogni barriera e ogni forma di pericolosa discriminazione. A proposito di “prima”, vivevamo già in un mondo dominato dalla paura dell’altro, da tenere il più possibile lontano alzando muri sia mentali che fisici, ma il pericolo che si sta correndo adesso è che la paura, più che legittima peraltro, per questo virus, di cui nulla di certo sappiamo, anche se il pedissequo stravolgimento degli habitat naturali perpetrato dall’uomo con i conseguenti salti di specie avrebbe dovuto già da tempo farci correre ai ripari, finisca per accentuare ulteriormente le distanze, nel senso più lato, dal nostro prossimo come da noi stessi, da quella interiorità che, sola, ci può salvare e che deve essere posta al centro della nostra cura e del nostro interesse. Ricordando che l’SOS  più drammatico cui è necessario dare ascolto è quello proveniente dal mondo della scuola, il più danneggiato e rimasto chiuso più a lungo, pena la messa a repentaglio della crescita e della maturazione delle nuove generazioni.

Con-testi diversi

Cultura e dintorni Numero 21/22 (Gennaio 2018 – Novembre 2018)

a cura di Luca Carbonara

È tanto doveroso quanto necessario compiere innanzitutto un brevissimo excursus per riassumere la genesi di questo straordinario nuovo numero del nostro periodico che si distingue, sia per impostazione che per motivi di ispirazione, da tutti i numeri precedenti. La nostra rivista, i cui tratti identitari e distintivi sono sostanzialmente definiti dall’ampio spettro dei suoi sempre più variegati campi d’indagine e di ricerca, volge ora lo sguardo, focalizzandone in modo univoco l’attenzione, a un tema in realtà centrale e da sempre propedeutico, quello della lingua e più nello specifico ai temi, tanto interessanti quanto spinosi, della traduzione e dell’interpretazione del testo. In queste pagine, solitamente dedicate a riflessioni che ambiscono ad avere un più ampio respiro e a offrire uno sguardo attento ai diversi ambiti della cultura e dell’arte, tengo perciò volutamente a introdurre i temi e gli argomenti trattati in questo numero che potrebbe perciò richiamare l’idea e l’impostazione di un numero monotematico, una monografia, un’opera cioè che nella sua specificità consente di approfondire argomenti e tematiche di grande rilevanza e importanza tentando di sviscerarne anche gli aspetti più reconditi e significativi. A ben vedere, il tema della lingua e della sua interpretazione è sempre stato in realtà al centro del nostro interesse avendolo però sempre inteso come declinazione ed espressione di linguaggi già codificati e di relativi sistemi di comunicazione diversi. Del resto, però, tutto ciò che accade nella realtà fenomenica, come ciò che nasce in ambito speculativo, trova poi un’espressione e un proprio modo per manifestarsi e trasmettersi attraverso e ai nostri sensi. Quello che poi avviene in ogni essere vivente e in ciascuno di noi è appunto la codifica e la traduzione di quelli che sono gli infiniti segnali e linguaggi provenienti e scaturiti dal mondo che ci circonda. In effetti “traduciamo” e “interpretiamo” continuamente nella vita di tutti i giorni. Ed è qui, in questo continuum di comunicazione che fin dalla preistoria si è differenziata in una babele di forme ed espressioni in costante evoluzione che sta il vulnus e insieme la grande opportunità là dove le ombre cupe di insanabili contrasti forieri di conflitti che da sempre insanguinano l’umanità possono tramutarsi finalmente in occasioni di sviluppo, dialogo di civiltà e crescita personale e collettiva. È un tema cardine quello della lingua e della traduzione talmente vasto da renderne impossibile una trattazione esaustiva ma l’occasione che si è presentata per poter provare a sviluppare delle riflessioni in merito era davvero imperdibile. Si è trattato della venuta in Italia alcuni mesi fa del grande scrittore francese Daniel Pennac e in particolare della sua permanenza a Catania dove era stato invitato a presentare, e a partecipare a una serie di eventi collegati, il suo libro “Un amore esemplare”, edito in Italia da Feltrineli. A questo proposito corre qui l’obbligo e insieme il piacere di ringraziare, per la preziosa e insostituibile collaborazione, la professoressa Gloriana Orlando, appassionata animatrice culturale della sua amata città natale, Catania, nonché scrittrice e tra i più autorevoli membri del comitato scientifico del nostro periodico. La presenza di questo grande scrittore e interprete dei nostri tempi ha così dato vita a una serie di eventi che hanno coinvolto e animato l’intera città di Catania che ha risposto con vivo entusiasmo e partecipazione, dalla sua amministrazione, a diverse realtà e identità culturali operanti in città, agli studenti universitari e delle scuole medie superiori. Ed è stata un’occasione preziosa per il nostro periodico per indagare i “dintorni”, presenti da sempre nel DNA del nostro spirito di ricerca, di una città tanto ricca di storia, arte, tradizioni e cultura come Catania. Ma l’opportunità nell’opportunità è derivata proprio dalla lingua parlata da Pennac che, trasformandosi in un ghiotto pretesto, ci ha posti dinanzi all’annoso problema della traduzione. Nelle pagine di questo numero così speciale sono presenti interessanti disamine e illuminanti riflessioni sulla lingua, anche con testi che hanno la traduzione a fronte, partendo proprio dall’opera e dall’esempio di Pennac, autore attentissimo alle traduzioni, la cui opera, “Un amore esemplare”, fornisce anche un esempio di contaminazione di linguaggi, quello grafico e quello narrativo, trattandosi di un fumetto. Un discorso così elaborato e complesso quello che abbiamo cercato di sviluppare che dal mito, dagli affascinanti confini tra oralità e scrittura, agli antichi segni e simboli, alla traduzione delle antiche epigrafi, alle riflessioni sulla poesia (l’espressione e la forma più alte e nobili del linguaggio) e la sua traduzione, agli approfondimenti sulle figure di importanti poeti e scrittori, ci ha ancora più persuaso di quanto arduo sia il lavoro e il compito dei traduttori, “autori” essi stessi a tutti gli effetti, dalle cui “imprese” di traduzione, e dalla cui responsabilità (soprattutto nella ricerca e nella tutela del senso e dell’effetto desiderati dagli autori), derivano la possibilità di diffusione e conoscenza del pensiero e delle opere di scrittori che rimarrebbero altrimenti inaccessibili. Le traduzioni che, oltre ad essere sempre atti di coraggio, sono sempre il risultato di un’intermediazione, l’espressione di un compromesso, l’esito di una negoziazione.

Editoriale del n. 10/11 Marzo 2013 / Febbraio 2014


Editoriale del n. 8/9 Marzo 2012 / Febbraio 2013
L’utilità della crisi
a cura di Luca Carbonara

Editoriale del n. 6/7 Novembre-Dicembre 2011 / Gennaio-Febbraio 2012
L’incultura dello spread
a cura di Luca Carbonara

Le pagine di questa rivista, pervicacemente dedicate alla Cultura e all’Arte, tentano sin dalla nascita di questa testata di dare vita e corpo a un luogo che non sia solo il frutto dell’immaginazione di chi crede, e a ragione, che la Cultura “paghi” ma che diventi sempre più un laboratorio vivo, una fucina feconda di idee e spunti nuovi da approfondire e dibattere nel nome della libertà del pensiero, mai abbastanza tutelata. Questo è l’impegno che orgogliosamente teniamo a ribadire avvertendone sempre più la necessità e l’urgenza dettate da un’emergenza divenuta cronica causata da un declino, che pare ineluttabile e inarrestabile, di una società sempre più chiusa in se stessa mortificata com’è da un deficit che non è solo economico ma soprattutto culturale. E proprio l’economia è la nuova ancella, il nuovo mito di questo tempo sbandato che stiamo vivendo con tanta incertezza e un tale senso di precarietà da non poter guardare al futuro se non con un senso di impotenza e di profonda angoscia. Proprio l’economia, da sempre regina e arbitro del futuro come degli equilibri tra gli Stati, da anni domina incontrastata le pagine dei quotidiani come la maggior parte degli spazi dedicati alle notizie diffuse dai diversi, e sempre più numerosi, canali di informazione: dai social network, alla radio, all’intramontabile televisione. Potremmo dire allora che mai come oggi siamo diventati tutti, almeno potenzialmente, economisti, ancorché. improvvisati, vista la gran mole di informazioni e di dati che vengono trasmessi quotidianamente sempre più a tamburo battente e che ci hanno reso esperti nel valutare le oscillazioni della borsa o del famigerato spread dal cui andamento sembra ormai dipendere sia la nostra economia che la nostra stessa sopravvivenza. Sappiamo quali sono i Paesi che rischiano o sono già in default (fallimento) e ci domandiamo quale sarà (e soprattutto se ci sarà) il futuro della moneta unica in un’Europa (ed è un dato di fatto) sempre più lontana dall’essere unita. Qual è però (ed è la domanda che umilmente e un po’ troppo ingenuamente mi pongo) la veridicità di questo mondo che a me sembra (questo sì!) intangibile e sempre più virtuale ma che continua a produrre ineguaglianze e ingiustizie? Un mondo in cui i protagonisti sono numeri e virgole e grandezze macroeconomiche dalle cui imprevedibili combinazioni dipendono nientedimeno che i nostri destini. Non può non derivare da tutto questo (non necessariamente ai più cinici e ai realisti ma anche più semplicemente ai più ravveduti), un’amara considerazione sull’incultura che sembra pervadere ogni ambito del nostro vivere, opaco e senza gloria (privo com’è di contenuti e ricco solo di amenità, superficialità e apparenze), così come, a più forte ragione, non possono non nascere in noi la speranza e il desiderio dell’avvento di un nuovo New Deal la cui ancella però sia finalmente la Cultura, l’unico vero strumento democratico (in grado peraltro di restituirci un senso) di crescita e sviluppo morale, sociale ed economico.

Editoriale del n. 4/5  Luglio-Agosto / Settembre-Ottobre 2011
I nuovi mostri
a cura di Luca Carbonara

La realtà nella quale viviamo, sempre più complessa nelle sue dinamiche evolutive (o involutive), continua a rivelare l’inveterata tendenza alla creazione di nuovi miti e tendenze capaci, nella loro invincibile forza e capacità pervasiva e persuasiva, di occupare tutti gli spazi della nostra vita e delle nostre coscienze. Si tratta di veri e propri totem promossi e sponsorizzati a gran voce da tutti i mezzi di comunicazione (sempre più numerosi) che entrano a pieno titolo, e non a caso, nel linguaggio occupando così fin dall’inizio le menti come i pensieri di ciascuno di noi. Si tratta di parole (entità sempre più astratte, stordite e svuotate della loro più autentica identità), a tutt’oggi le più grandi e autorevoli interpreti del Potere di cui, fatte schiave, si fanno messaggere. La crisi, prima negata poi acclarata, è divenuta ben presto mondiale e soprattutto di sistema (o dei sistemi) finendo per trasformarsi in quella ben più grave, reale o indotta, crisi di identità collettiva. La comunicazione, sempre più massificata e sempre meno diversificata, è diventata coscienza collettiva (impossibile non riconoscersi in essa) la quale quotidianamente ci ricorda in quale grave situazione si trova in particolare il nostro Bel Paese ammonendoci e redarguendoci rispetto ai nostri atteggiamenti e comportamenti mai abbastanza se non per nulla virtuosi. La crisi, purtroppo, è senz’altro reale (e in atto da molto tempo ormai) in quanto palpabili sono i suoi effetti non solo nell’economia generale del nostro Paese ma anche, e soprattutto, nell’economia e nelle finanze di ciascun cittadino, quanto però è virtuale, o inconsistente nella sua essenza, il mondo nel quale ci siamo tutti improvvisamente ritrovati nostro malgrado? I totem succitati dominano ormai da mesi le cronache e i talk show televisivi: il default (il fallimento), lo spread Btp-Bund (ossia la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e dei titoli di stato tedeschi) sono divenuti i veri protagonisti della nostra vita. Qual è dunque la realtà, oltre quella personale di ognuno di noi, alla quale rifarsi e rapportarsi? È quella economica percorsa e percossa dai fremiti di un’altra protagonista della nostra vita: la Borsa, le cui oscillazioni determinano i destini dei governi e dei cittadini, anch’essi in perenne fibrillazione. C’è però un’altra realtà, questa sì viva e pulsante: quella di milioni di persone che lavorano faticando, nella stragrande maggioranza dei casi, ad arrivare alla fine del mese (e non è né retorica né un luogo comune). È la realtà, e quindi la quotidianità, di tutti coloro che non hanno né voluto né tantomeno causato questa annosa crisi dagli effetti devastanti e imprevedibili provocata dalle banche, da più parti e non a torto, considerate i veri artefici di questa situazione. È la realtà di centinaia di migliaia di persone che hanno perso il posto di lavoro e di altrettante che si prevede lo perderanno nell’immediato futuro. È, ancora, la realtà di tutti noi non colpevoli per la crescita a dismisura (e che sembra fuori controllo) di un altro mastodonte, il debito, da considerare procapite con gli effetti che si possono ben immaginare. C’è poi una realtà più grande, che non si può e non si deve ignorare, che è quella di un mondo non ancora pacificato in cui ci sono popoli che reclamano la propria autodeterminazione come l’affrancamento dall’indigenza, dall’ingiustizia sociale e dalla mancanza di libertà individuale. A tutto questo la globalizzazione e l’alta finanza non hanno saputo (né voluto) dare risposte e gli effetti di quella scellerata visione che vede nel profitto per il profitto la meta ultima da raggiungere sono sotto gli occhi di tutti. Questo nostro spazio, che orgogliosamente rivendichiamo libero e indipendente, vuole allora dare il proprio contributo fatto di amore per la conoscenza affinché si torni a parlare il linguaggio alto della Cultura e dell’Arte l’unico autentico paradigma a cui tendere in un’ottica di rinascita. La Storia, che non ci stanchiamo di ripetere essere magistra vitae, ci invita a ripercorrere i periodi più bui e più critici dei tanti imperi (come delle tante epoche che si sono succedute), e a ritrovare la rotta in una visione più alta che abbia come meta la conoscenza e l’Uomo, il vero centro, che non può essere scisso dai valori e dai principi della giustizia e della solidarietà. La Cultura, intesa come studio, approfondimento, applicazione, ricerca costante, ha in sé i germi per dare vita a un nuovo rinascimento, interiore e collettivo, come alla maturazione e alla crescita di una nuova società, finalmente aperta al dialogo e al confronto, più giusta, più equa e solidale.

Editoriale del n. 002/003 Marzo-Aprile / Maggio-Giugno 2011
Il dovere di essere (e di restare) umani
a cura di Luca Carbonara

Il nuovo periodico bimestrale ha mosso dunque i primi passi riscuotendo i primi consensi e scoprendosi accompagnato da un entusiasmo che se da un lato non può non coinvolgere dall’altro deve spingerci sulla strada di un rinnovato impegno, se possibile con convinzione ancora maggiore e con rinnovate motivazioni. È difficile e fuori moda parlare di Cultura e quando lo si fa è facile scadere nella retorica come nei luoghi comuni ma è doveroso e urgente farlo a più forte ragione oggi, nella particolare congiuntura politica, economica e sociale che stiamo vivendo in questi mesi: si può parlare di un declino di civiltà che ha interessato in questi anni soprattutto la parte di mondo che si considera più progredita, più evoluta e al tempo stesso più esposta agli effetti di una crisi sempre più grave e dagli esiti imprevedibili. Quello stesso mondo, del quale fa parte il nostro Paese, quinta potenza mondiale, attraversato e scosso da anni da una profonda crisi economica, politica, sociale e culturale (aspetto quest’ultimo tra i più gravi e allarmanti), che sembra periodicamente risvegliarsi da un torpore scoprendosi o riscoprendosi fragile, vulnerabile nelle sue difese, come nei suoi anticorpi e vacillare preda com’è di tensioni, fibrillazioni, paure, anche ancestrali, paventando prima l’avvicinarsi e poi la caduta nell’abisso. È la paura di un gigante che si sente fragile, che si scopre vulnerabile, che è, in buona sostanza, e come è nella realtà, attraversato da una profonda crisi d’identità. Una riflessione che è doveroso fare, e che ci riguarda molto da vicino, è che il mondo occidentale deve interrogarsi sulla propria identità e sulla natura della propria essenza. Un mondo, il nostro (il pianeta in realtà è un insieme disomogeneo di mondi profondamente diversi e disuguali), che si rifiuta a tutt’oggi di prendere coscienza della necessità, come dell’ineluttabilità, di essere unito, animato cioè da comuni intenti e da nobili ideali che siano finalizzati a un progresso e a un benessere che devono essere per tutti e di tutti. L’Europa, tuttora il discusso e contrastato paradigma delle aspirazioni del nostro Paese, continua a rimanere un’utopia, una dichiarazione d’intenti, vista l’incapacità di assumere nei fatti una politica comune animata da un’autentica e mutua solidarietà. Un Paese, il nostro, lacerato e diviso da sempre da particolarismi, egoismi, regionalismi e provincialismi privo di orgoglio e colpevolmente dimentico della propria Storia di cui non riesce ad andar fiero. Le recenti celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia sono state un’occasione importante per ricordare a tutti il sacrificio di quanti si batterono e si sacrificarono per l’unità di questo Paese ancora oggi diviso in opposte fazioni come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Un Paese (lo stivale, la penisola morfologicamente, e non solo, più caratteristica del mondo), che vede contrapposti  il Nord e il Sud che viaggiano a velocità tanto diverse, che ha bisogno di ritrovarsi e di riconoscersi in un patrimonio comune di valori condivisi di libertà, uguaglianza e giustizia, principi fondanti sanciti dalla nostra Costituzione, testo cardine di riferimento, ai più sconosciuto, troppo spesso dimenticato, vilipeso e ignorato. Tutto questo in un contesto generale di un mondo dominato sì da un’economia globalizzata ma che segna il passo preda com’è di una crisi senza fine. Una globalizzazione che non ha portato né un benessere generalizzato né uguaglianza ma al contrario ha acuito le già abnormi differenze di sviluppo tra Nord e Sud del mondo in un’esplosione tanto consequenziale quanto imprevista, imprevedibile e drammatica di tutto il mondo arabo evento che ancora di più pone dubbi, sollecitazioni e interrogativi a un mondo diviso ma unito, suo malgrado, da quello che senza dubbio è uno stravolgimento epocale. Proprio il mondo arabo, così vicino a noi e così ricco di cultura e tradizioni (basti pensare a quanto ha influito la visione tolemaica su Dante e la sua opera), non può non interessarci soprattutto nel momento in cui interi popoli si sollevano e lottano per la propria autodeterminazione. Poche centinaia di chilometri ci separano da paesi in rivolta e da popoli in cerca di giustizia e libertà e sta all’Occidente dare una risposta che non può essere di chiusura. Sta ai governi trovare le risposte più giuste e cercare di cogliere il significato di quanto sta accadendo (historia magistra vitae e la storia va studiata e compresa anche nel suo divenire) ma sta a ognuno di noi capire quanto sia importante e necessario fare propria una visione più alta, più ampia, in un’ottica di integrazione e di scambio che ponga al centro la dignità delle persone e la libertà dei popoli, a cominciare dal Nord Africa e dal Medio Oriente, terre da sempre dilaniate da atrocità e ingiustizie. Occorre allora pensare o ripensare a un nuovo modello di sviluppo che sia compatibile e sostenibile nel rispetto e a salvaguardia da un lato dell’integrità morale e fisica della persona, dall’altro a tutela di un ambiente che va difeso e protetto da speculazioni e devastazioni di ogni sorta. Fondamentali sono da sempre l’attenzione e la cura che andrebbero poste nei confronti della Scuola, della formazione, della ricerca sempre più penalizzate da politiche economiche che non guardano alla crescita individuale e che operando tagli indiscriminati proprio alla Cultura e mortificando soprattutto le nuove generazioni, senza più lavoro, senza prospettive né sogni, propongono, in un’ottica di disimpegno, facili e illusorie strade per arrivare all’affermazione e al successo che non richiedono più alcuno sforzo e che non corrispondono più ad alcun valore né ad alcun merito. La Cultura, ancora una volta, e non lo diremo mai abbastanza, è l’unico vero baluardo e l’unico vero anticorpo contro ogni barbarie, contro ogni tentativo di sopraffazione morale e fisica, l’antidoto che ci consente, e proprio nei momenti di maggiore difficoltà, di ritrovare la rotta non dimenticandoci mai, in primo luogo, di essere (e di restare), nell’accezione più alta, umani.

Editoriale del n. 001 Gennaio-Febbraio 2011
Un nuovo inizio
a cura di Luca Carbonara

Non nascondo la grande emozione che provo nel momento dell’inizio di questa nuova grande entusiasmante avventura. Come ogni nascita, o primo passo, o incipit, l’uscita del primo numero di un nuovo periodico a carattere culturale è un evento di per sé importante da guardare con fiducia e ottimismo, a più forte ragione oggi, in questa fase storica che stiamo vivendo caratterizzata non solo da una crisi sociale e politica ma anche da una decadenza culturale che pare irreversibile. È facile, d’altro canto, e rischioso, in fasi e circostanze simili, cadere o scadere nella retorica e nell’esaltazione che l’euforia di un nuovo inizio inevitabilmente generano, soprattutto in chi, in qualche modo, ne è l’artefice, ma anche questo rientra, ed è un bene, nel nostro essere persone che vivono in primo luogo di emozioni e sentimenti. Nasce dunque “Cultura e dintorni” (periodico bimestrale a carattere culturale e di informazione sul mondo dell’editoria), e a me spetta l’onore e l’onere di presentare con orgoglio, ma anche con profonda e sincera umiltà, dandole al tempo stesso il benvenuto, questa nuova voce della stampa periodica, libera, indipendente, che ha nel proprio DNA l’amore per la Cultura (il vero valore aggiunto, l’elemento rigeneratore e salvifico di qualsivoglia società) e il desiderio, mai domo, della conoscenza. Nel delineare la sua identità, proprio al momento della sua nascita, e prima ancora di mettere a fuoco le sue linee guida, è necessario dire che “Cultura e dintorni”, in quanto già storia di percorsi ed esperienze vissuti e condivisi, vuole essere innanzitutto un luogo di cultura, vivo e palpabile, di incontro e di confronto di saperi come di culture altre, il più possibile scevro da qualsivoglia condizionamento, prevenzione o pregiudizio. La realtà con i suoi gravi problemi, come la profonda crisi economica e sociale che stanno vivendo il nostro Paese e il mondo intero, non è certo estranea a questo nostro spazio proprio in quanto incentrato, il nostro punto di vista, sulla Cultura come “arma” in grado, la sola, di fornire finalmente risposte e soluzioni efficaci. La Cultura dunque che vuole tornare ad essere vero e nobile strumento di indagine della realtà (un mondo da osservare ben oltre i nostri più angusti confini geografici, culturali e mentali) che solo la conoscenza può aiutare ad evolversi e migliorare. “Cultura e dintorni” intende allora essere testimone attivo e attento di una ricerca cosciente, critica e libera, sempre più ampia (dalla letteratura, alle arti, alle scienze, alle nuove tecnologie, alle nuove frontiere della comunicazione), come se fosse una navicella spaziale in perenne viaggio in una sorta di universo in continua espansione come appunto si suppone debba essere la Cultura, entità in perenne evoluzione. L’auspicio è che proprio la Cultura si trasformi nel nuovo mito dei nostri tempi divenuti oscuri luoghi abitati dal grigiore e dalla decadenza che è soprattutto culturale. È importante in quest’ottica la nascita di questo spazio, che darà voce alle più diverse espressioni del variegato universo culturale e che può a ben ragione essere visto come una risposta in controtendenza a quella deriva di analfabetizzazione che sembra sempre di più prevalere e minacciare oggi la nostra lingua come le nostre culture. Il pensiero libero dell’uomo moderno, o postmoderno, che non cessa di interrogarsi guardando oltre le colonne d’Ercole della propria anima, come della sua visione pur sempre limitata, e di mantenere vivo l’imprescindibile rapporto con le grandi civiltà del passato, è il protagonista con i suoi dubbi, le incertezze, le sue miserie e le sue nobiltà ma soprattutto con la sua indomabile voglia di conoscere e sapere.

La vera autentica forza, l’elemento propulsore, il volano di “Cultura e dintorni” risiedono però nel comitato di redazione e nel comitato scientifico i cui autorevoli componenti qui saluto e ringrazio. Il loro entusiasmo, come le loro diverse e preziose professionalità, competenze, esperienze e conoscenze rappresentano le insostituibili risorse da cui attingere per lo sviluppo di percorsi di approfondimento e di indagine di un mondo e di una realtà sempre più complessi e difficili da comprendere e interpretare. Questa vuole essere la nuova sfida e il messaggio che con umiltà, coraggio e rinnovato orgoglio inviamo, non senza commozione, ai nostri nuovi, speriamo sempre più numerosi, lettori.

                                                                                                                                                                

52 risposte a L’Editoriale

  1. Pingback: Cultura e dintorni | Federico Batini

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