La recensione di Saveria Chemotti a “Riscossa” edito da Anima mundi edizioni. La storia di un viaggio, protagonisti la scuola, l’educazione e… l’amore per le parole

Riscossa: parola da scandire

Raramente consiglio di leggere un libro. Per pudore, per timore, per gelosia; spesso per non condividere l’emozione che mi ha suscitato leggendolo. Un privilegio tutto personale e segreto. Questa volta mi smentisco volentieri perché avverto la necessità e l’urgenza di manifestare tutta la mia ammirazione per un libretto pubblicato da Anima mundi edizioni nel 2020 in una collana dal nome evocativo come Vocabolario dell’arca. Parole in caso di diluvio. Si intitola Riscossa ed è opera di una delle voci letterarie più interessanti di questi ultimi anni, quella di Michela Fregona.

La storia ripercorre magistralmente un viaggio in quattro tappe nel quale “il prima e il poi si relazionano” in ciascuno di noi per “ascoltarsi” all’interno di un processo di cambiamento che coinvolge la scuola, “il più potente agente di cambiamento della società.” 

La scrittura di Michela Fregona, insegnante in una scuola serale, si dipana con una prosa che vibra, suggerisce e testimonia, anzi risuona come voce che appartiene alla collettività dei ragazzi adulti che la frequentano. Una voce che disegna e insegna cosa significa prendere coscienza delle parole che si condividono durante le ore di lezione, ma anche in quelle deputate a viaggi cosiddetti di istruzione, entro molteplici esperienze che paiono sterili e diventano invece sostanza della conoscenza. Tutto dipende dalla guida, dallo sguardo che suggerisce, provoca, sperimenta entrando in conflitto con sé stessa e in empatia con gli studenti che sono allievi, “creature” che ascoltano, scoprono, si relazionano e imparano perché la mano che li guida li sorregge abbattendo le barriere istituzionali, le meschinità degli operatori burocratici che in questi anni hanno svalutato un patrimonio di opportunità a cui era demandato il compito privilegiato di “confrontarsi con la vita, i suoi temi, le paure più profonde”, la consapevolezza del proprio diventare e della possibilità di desiderare.   

La riscossa allora comincia proprio dalla comprensione del valore delle parole che si abitano: scuola non è solo catasta di nozioni, è bene collettivo, risorsa, competenza e conoscenza che scruta il passato e progetta il futuro. Riscossa per non arrendersi all’ovvio e sapersi stupire dinanzi alle reazioni sorprendenti dei ragazzi in sneakers scalcagnate che si incantano, senza ammutolirsi, al cospetto di una statua di Leonida, il guerriero greco che si erge severo sulla piana delle Termopili e si commuovono stupiti davanti alla scultura inquietante del Cristo velato, in una Napoli traboccante di provocazioni suggestive che li induce a riflessioni sulle stesse qualità delle proprie scelte faticose. Lo stupore di quegli occhi a volte stanchi dopo una giornata di lavoro, in lotta con il sonno che appassisce le ciglia, ravviva la loro intrinseca vivacità e la proietta a sfidare la pregnanza di versi che li proiettano al di là di una siepe mitica e apparentemente insuperabile. Leopardi rivive davvero nelle loro riflessioni, nelle interpretazioni originali che scandagliano la parola poetica per afferrare la profondità di un percorso che li accomuna distinguendoli, una parola che si fa specchio e non ammutolisce dinanzi a un’opera d’arte, ma si ricompone in una nuova partitura con strumenti sorprendenti che emozionano chi legge queste pagine mirabili.

Allora essere insegnante è altro mestiere da quello che oggi si pensa come servizio pieno di disfunzioni da emendare, con un drastico ridimensionamento delle risorse, e che non ragiona sul bisogno vitale di formare nuove qualifiche e nuove prospettive per consentire alle giovani generazioni di essere più consapevoli del loro divenire e della potenzialità del sapere come luogo della felicità.

Michela Fregona non si cimenta in un libello ideologico e polemico di maniera, colora la sua riflessione narrativa proiettando immagini, parole e mondi che superano il freddo rigido di una lezione tradizionale, coinvolge chi legge e lo provoca a ripensare il suo percorso di apprendimento e a confrontarsi nei tempi e negli spazi del tempo nel presente e nel futuro, anche poggiandosi sulla leva di una tradizione umanistica che va tolta dai cassetti polverosi delle nozioni moltiplicate.

Le pagine di questo libretto prezioso sono una provocazione e un invito. Leggerle significa godere della loro fluidità e scorrevolezza, ma anche dell’opportunità di sedersi per qualche ora sui banchi di quella classe di una scuola professionale, palpitare con quei ragazzi multicolore, godere della loro curiosità, divorando assieme panini e paste, dolci e salati, come la vita.

                                                                                                                          Saveria Chemotti

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Al via domenica 9 ottobre “WALKING TORPIGNA – Storie dal mondo a portata di piede”: un percorso di riscoperta della storia del quartiere attraverso le passeggiate urbane teatralizzate a Tor Pignattara

DAL 9 OTTOBRE ALL’11 DICEMBRE 2022

Partenza passeggiate e laboratori Fortezza Est via Francesco Laparelli, 62 Roma

Al via domenica 9 ottobreWALKING TORPIGNA -Storie dal mondo a portata di piede”, un percorso di riscoperta della storia del quartiere attraverso le passeggiate urbane teatralizzate per scoprire avvenimenti reali o immaginari raccontati nei romanzi, nei saggi, negli studi, nelle cronache e nei film che ne hanno caratterizzato la storia e l’immaginario della collettività.

WALKING TORPIGNA -Storie dal mondo a portata di piede mette al centro L’arte e il Racconto, fruiti e declinati in una serie di itinerari, passeggiate urbane animate da attori, performer e professionisti che daranno voce alla storia di Tor Pignattara in un viaggio pensato per incontrare il mondo dentro un quartiere in cui si addensa l’anima di paesi che rappresentano l’intera umanità. Attraverso 6 passeggiate urbane Tor Pignattara diventerà uno scenario da riscoprire, una sorta di set cinematografico aperto a tutti in cui il filo conduttore saranno i luoghi, le case, le strade i monumenti che amplificheranno le storie di donne e di uomini del quartiere e di paesi lontani. Camminare per Tor Pignattara significa immergersi in un universo unico, pieno di culture, cibi, profumi provenienti da ogni parte del pianeta, e questa sua caratteristica eccezionale verrà amplificata attraverso un percorso artistico emozionante che fonde realtà e fantasia che condurrà i partecipanti dentro atmosfere misteriose e accattivanti, scoprendo angoli nascosti attraverso le descrizioni minuziose dei romanzi e la memoria storica di quartiere, impreziosite da performance site specific, scene e letture sui luoghi. Walking Torpigna è anche un laboratorio chiamato Torpigna Mondo, un workshop di scrittura creativa rivolto a tutto il quartiere in cui i partecipanti creeranno il sesto e ultimo percorso costituito grazie alla ricerca e alla documentazione delle storie e degli avvenimenti del territorio. Verrà costruita una passeggiata urbana scritta e composta dalle storie private e personali delle famiglie italiane e straniere che parteciperanno al laboratorio di scrittura teatrale condivisa in cui il racconto diventerà il mezzo espressivo per stare insieme e riscoprire il nostro vicino.

Calendario Passeggiate.

9 ottobreRomanzo Torpigna: passeggiata ispirata ai romanzi “Il venditore di Rose di Dario Sardelli”, “Il Cinese” di Andrea Cotti e “Al Palo della morte” di Giuliano Santoro.

23 Ottobre – I murales parlanti: passeggiata alla scoperta di uno dei più grandi musei a cielo aperto d’Europa.

6 Novembre – I fantasmi di Tor Pignattara: storie, misteri e cronaca nera per le vie del Quartiere

20 Novembre – La resistenza a Tor Pignattara: i racconti dei partigiani, le pietre di inciampo, la memoria storica

4 dicembre – Torpignattara e il Cinema: riscoperta di luoghi in cui sono stati ambientati film, fiction e telefilm.

11 Dicembre – Torpigna Mondo: Restituzione del Laboratorio di scrittura creativa con le famiglie del quartiere.

Calendario Torpigna Mondo laboratorio

15 – 29 ottobre, 12 – 26 novembre, 10 dicembre.

Il progetto è realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione generale Spettacolo ed è vincitore dell’Avviso Pubblico Lo spettacolo dal vivo fuori dal Centro -Anno 2022 promosso da Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali.

WALKING TORPIGNA -Storie dal mondo a portata di piede è un progetto di LaRocca E.t.s in collaborazione con Fortezza Est.

www.fortezzaest.com
info e prenotazioni:
fortezzaest@gmail.com
329.8027943

Ufficio Stampa: Eleonora Turco 329.8027943 eleonoraturco.press@gmail.com

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Il Premio Nobel della Letteratura 2022 ad Annie Ernaux. L’intervista alla grande scrittrice francese pubblicata qualche mese fa su “Morel. Voci dall’isola”

Il Premio Nobel della Letteratura 2022 è stato assegnato dall’Accademia Svedese alla grande scrittrice francese Annie Ernaux. “for the courage and clinical acuity with wich she uncovers the rools, estrangements and collective restraints of personal memory” “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui scopre le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale

Su “Morel. Voci dall’isola” l’intervista di qualche mese fa alla grande scrittrice francese a cura di Sara Manuela Cacioppo e Ivana Margarese.

Annie Ernaux: l’intervista

“La mia scrittura è ricerca del reale, del reale sociale, del reale collettivo, del reale delle donne. Quindi, in un certo senso, sì ho cercato di portare nuove immagini in letteratura, ho cercato di cambiare la letteratura, apportando il mio contributo nella grande rivoluzione delle forme letterarie cominciata molti anni fa”. (Annie Ernaux)

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Presentazione della silloge di racconti edita da Cultura e dintorni Editore “I racconti del lunedì. Antologia di racconti degli allievi dei corsi di scrittura creativa” alla libreria “Sinestetica” di Roma il 17 ottobre p.v.

Lunedì 17 ottobre p.v. alle ore 18,00 a Roma presso la libreria “Sinestetica” in Viale Tirreno, 70 presentazione della silloge di racconti edita per i tipi di Cultura e dintorni EditoreI racconti del lunedì. Antologia di racconti degli allievi dei corsi di Scrittura Creativa curata da Patrizia Cotroneo Trombetta. Condurrà la presentazione la stessa curatrice dell’opera. Sarà presente anche la consigliera regionale Valentina Grippo.

La copertina della silloge di racconti edita da Cultura e dintorni Editore I racconti del lunedì. Antologia di racconti degli allievi dei corsi di scrittura creativa

Quest’opera ha rappresentato l’incontro-confronto di una pluralità di voci, di stili e di sensibilità diversi. È stata il risultato di un fitto e mutuo dialogo di anime perennemente in cerca. Un libro dà sempre asilo alla parola, cercata e bramata, e questa antologia, per i dodici autori allievi dei corsi di scrittura creativa, è stata il frutto di un leggersi negli occhi e nell’anima, di un non smettere mai di cercare e di cercarsi… I racconti del lunedì è stata concepita proprio all’insegna dello spirito di unione e della ricerca come dello studio della parola e delle sue trame, un amore sentito e con-diviso da tutti gli autori: Elisabetta Ceravolo, Paola Crisostomidis Gatti, Alessandra Ferrero, Catia Lupinetti, Samantha Marenda, Maria Luisa Natale, Furio Panizzi, Maria Ramicone, Maria Luisa Rivosecchi, Silvia Rosati, Alessandro Seveso, Vincenza Zanchelli. La presenza di una rappresentante delle Istituzioni, la consigliera regionale Valentina Grippo, è un incoraggiante segno di partecipazione rimanendo le stesse istituzioni troppo spesso lontane e sorde, sia in termini di presenza che in termini di aiuto e sostegno fattivi, da eventi e iniziative che sono sempre il frutto di tanto lavoro e di enormi spesso insostenibili sacrifici….

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“La notte più buia. Cronache di una generazione”. Racconto di un’epifania. Intervista a Roberto Gramiccia

La notte più buia. Cronache di una generazione.

Racconto di un’epifania

Intervista a Roberto Gramiccia

a cura di Luca Carbonara

La copertina del “saggio narrato” di Roberto Gramiccia La notte più buia. Cronache di una generazione

Scorrendo le pagine di La notte più buia. Cronache di una generazione (Mimesis), non si può non cogliere l’estrema duttilità, da un lato, dello spirito vitale e creativo dell’autore, dall’altro, del suo pensiero a dar vita a un multiforme ingegno e a una poliedrica forma mentis: da scrittore a medico a critico d’arte: chi è Roberto Gramiccia e come si amalgamano e dialogano tra loro grammatiche e declinazioni così diverse del pensiero?                                                                                            

Sicuramente una figura non in linea con i tempi. Tanto per capirsi: uno che pensa che per fare il medico bene non è sufficiente essere aggiornato ma devi essere colto, sensibile, devi saper comunicare, devi riconoscere i segni. Augusto Murri soleva ripetere che un vero medico non può non essere un filosofo. E ancora, Renato Caccioppoli, nelle sue lezioni universitarie, sosteneva, mutatis mutandis, che un grande matematico non può che essere un poeta. E Burri, come Cechov Céline Bulgakow Levi laureato in Medicina, è stato uno dei massimi artisti visivi del Novecento. Di questi eroi è fatto il mio Pantheon. Sono uno che pensa che la cultura e la scienza sono entità unitarie e indivisibili. Che le competenze e le specializzazioni servono, ma guai se si sostituiscono a una visione integrale della realtà. “Il vero è l’intero” diceva Hegel e l’aver disperso questo insegnamento ha prodotto guai insanabili nella cosiddetta post-modernità. È per questo che, considerando la medicina più un’arte che una scienza o una tecnica, mi sono senza imbarazzi occupato di arti visive, non potendomi, ovviamente, disinteressare delle vicende del mondo, dei destini degli ultimi e dei diseredati, dei fragili: di politica quindi, nella sua accezione più nobile di “etica della polis”.

I titoli delle sue opere, che coprono significativamente un ventennio, dalla vigilia dell’avvento del nuovo Millennio alla vigilia della “sua” Notte più buia, vale a dire dal 1999 al 2019, sembrano essere, forse non a caso, ognuno un fotogramma, la cristallizzazione di un momento preciso della storia, significative istantanee della condizione dell’uomo e l’impressione che se ne trae, leggendoli in successione, tra asserzioni (La medicina è malata, 1999), ossimori (La regola del disordine, 2004; Fragili eroi, 2009) e parafrasi (Vita di un matematico napoletano, 2015), è che sembrano essere prodromici di questa sua nuova opera.  Qual è il filo conduttore, se c’è, che lega queste opere, c’è una vena di nichilismo che le attraversa o, al contrario, un’esaltazione della vita, della natura in grado, ribaltando Dostoevskij, di salvare la bellezza e in che termini la medicina è malata?

L’attuale medicina clinica è malata perché è ostaggio del mercato, vittima dell’iper-specialismo e utilizza la tecnologia come un fine e non come un mezzo. Mi lusinga che lei abbia colto un possibile filo conduttore che tiene uniti i numerosi libri che ho scritto in un ventennio. Forse ce n’è più di uno. Ma, volendo fare uno sforzo per individuare quello principale, penso che esso possa essere rintracciato nella valorizzazione del concetto di fragilità, intesa come condizione ontologicamente determinata, che non condanna necessariamente alla sofferenza e alla minorità ma, a determinate condizioni, rappresenta la precondizione del riscatto, del progresso, della stessa sopravvivenza della specie. In questo senso l’esatto opposto del nichilismo. In qualche modo una specie di religione laica che può assumere forme etiche, estetiche e di prassi trasformatrice e rivoluzionaria.

Facendo riferimento al suo saggio Arte e potere. Il mondo salverà la bellezza (2015) qual è oggi lo stato dell’arte e come si è evoluto il suo rapporto con il potere?

Si tratta di temi per me cruciali che ho affrontato nel libro da lei citato e in Se tutto è arte… (Mimesis). Quest’ultimo si occupa, in modo più discorsivo dell’altro, dello stato attuale dell’arte: una condizione di prevalente soggezione ad un sistema che riconosce nel business, piuttosto che nella qualità dell’arte, il suo interesse principale. Il tratto fondamentale dell’arte post-contemporanea si può ricondurre alla (triste) constatazione che al concetto di valore, mutevole nel tempo, si è sostituito quello di prezzo: l’opera più ricercata è oggi quella che costa di più, non quella che ha più qualità. In questo senso: “qualsiasi cosa può essere arte” a condizione che sia “artistizzata” (Perniola), cioè riconosciuta come tale da coloro che detengono il potere di certificarne l’esistenza (curatori, direttori di museo, case d’asta, grandi collezionisti ecc). Mentre in passato l’arte spuntava la sua autonomia in una negoziazione continua con il potere (politico, religioso, comunicativo). Oggi il potere, tendenzialmente, tiene l’arte a catena. Ne consegue, inevitabilmente, un suo progressivo deperimento.

Il sottotitolo della sua ultima opera edita da Mimesis, “cronache di una generazione”, traduce lo scopo del suo ultimo intento narrativo che, oltre che per i riferimenti di carattere più personale, si caratterizza per la sua vis ironica e divertente, ma qual è la generazione cui si riferisce e che ha inteso raccontare? Quanto accaduto dopo il 2019, quel momento di crisi individuale e collettivo causato dalla pandemia da Covid-19, con la paura e l’ansia da contagio, non ha corrisposto piuttosto a una crisi trans generazionale che tutti indistintamente ha coinvolto e in qualche modo stravolto?

La generazione di cui si narra la storia, attraverso una collezione di episodi tendenzialmente a spunto autobiografico, proposti in ordine non cronologico, è quella che va dalla metà degli anni Cinquanta sino ai giorni della terribile pandemia. Un lungo periodo che i miei più o meno coetanei ritroveranno nei loro ricordi e i più giovani conosceranno, attraverso una testimonianza diretta, forse per la prima volta. Sulla natura transgenerazionale della crisi prodotta dalla pandemia concordo, anche se è indubbio che a pagare il prezzo più alto sono state le fasce di età più avanzata.

In questo suo ultimo “saggio narrato” se da un lato c’è il racconto, con riferimenti autobiografici, fedeli o infedeli che siano, dai diversi e articolati toni anche ironici e divertenti, della paura e dell’ansia patite da un’intera popolazione presa alla sprovvista da un evento tanto imprevisto quanto drammatico e doloroso, dall’altro non c’è però il senso della resa, della sconfitta, ma piuttosto il desiderio di capire che cosa è realmente accaduto e che cosa siamo diventati. Ma non pensa, e in questo stanno le responsabilità della politica, che la pandemia sia stata come una sorta di enorme lente di ingrandimento che non ha fatto altro, in ultima analisi, che mettere nella più chiara evidenza i limiti e le disfunzioni di una società e di un modello in crisi irreversibili ormai da tempo? Una crisi quindi già in atto da tempo tanto materiale quanto morale?

Effettivamente lo stile narrativo che ho scelto è volutamente ironico e spesso divertito (spero divertente) perché uno dei rischi che mi è sembrato tassativo evitare è quello di un lacrimoso amarcord. Naturalmente non mancano fatti ed episodi tutt’altro che divertenti, essendo decisamente espressa, anche se in filigrana, la volontà di denunciare misfatti (la strategia della tensione ad esempio) e ingiustizie sociali che hanno infiltrato, come un tessuto canceroso, la nostra storia recente. Ma anche le vicende più drammatiche si mischiano con fatti e personaggi, notissimi e ignoti, che raccontano anche del grande vitalismo che permeò di sé soprattutto il trentennio glorioso che, dai Cinquanta, arriva sino alla fine degli anni Settanta. Un vitalismo che traspira dalle storie d’amore e di sesso rubato, da quelle di corna fatte e ricevute, da quelle di studio quasi “pazzo e disperatissimo”, dalla passione per l’arte, dalla ingenua convinzione di essere interni anzi artefici di un processo potenzialmente rivoluzionario, ma anche dalla tenerezza di storie familiari e di ricordi che parlano di una formazione fortunatamente maturata in un tempo in cui non esistevano solo idee deboli ma, viceversa, si intravedevano – a torto o a ragione – esaltanti orizzonti di gloria. Per capirsi: l’esatto contrario di quello che succede attualmente. Tempi di passioni tristi quelli di oggi, la cui pessima qualità è stata, per così dire, certificata dai milioni di morti prodotti da una pandemia che ha rivelato la caducità del sistema economico e sociale che informa di sé un Occidente capitalistico, oggi più che mai globalmente in crisi. Ma ancora una volta, persino la lettura che della pandemia si dà nel libro rappresenta un esempio vibrante di come, anche in un momento di fragilità e di paura estreme, si possano creare i presupposti di una matura rielaborazione della propria vita, finalizzata al tentativo di rifornire,  fortificare e affinare una visione del mondo non rassegnata.    

In ultima analisi, tornando al tema portante della sua opera La notte più buia, vale a dire il cruciale doppio interrogativo sul che cosa eravamo e che cosa siamo diventati, non crede che la risposta a questo interrogativo sia, e sia stata, si diventa ciò che si è? E, ancora, non pensa che il periodo più buio, quello della clausura individuale per tutti, avrebbe potuto corrispondere a un’occasione per ognuno per guardarsi dentro?

Nel mio caso è stato esattamente così: un’auto-analisi che ha preso la forma di un romanzo sui generis di quasi trecento pagine probabilmente, in assenza dell’isolamento coatto a cui la pandemia ci ha obbligato,  non l’avrei mai portata a termine. Ho sperato e spero che questo viaggio retrospettivo non sia servito solo a me. Attraverso questa esperienza ulissica, infatti, è riemerso un mondo che rischia di cadere nell’oblio. Un mondo in gran parte figlio di un Secolo terribile e formidabile insieme: il Novecento. “Diventare ciò che si è” è una prospettiva che attiene, spinozianamente, ai limiti del nostro libero arbitrio. Nessuno, infatti, può prescindere dalla propria struttura genetica e dal vissuto ambientale che gli è dato di avere. La nostra libertà è sempre “quella che può essere”, quella che ci è concessa. La tensione che percorre il libro, la caffeina che si assapora, è quella che deriva dalla ricerca di un mondo che in vita una cosa almeno garantisca: la libertà dal bisogno materiale e spirituale. Una condizione sconosciuta ancora a miliardi di persone che abitano non soltanto i paesi sottosviluppati ma tutte le province di un mondo che non possiamo più tenerci così com’è.

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A Narni la XV Edizione del Festival “Alchimie e linguaggi di donne”

Una scommessa culturale vinta

A Narni, fra il 22 e il 25 settembre 2022 presso l’Auditorium Bortolotti, torna il Festival della Letteratura dal titolo “Alchimie e Linguaggi di donne” con l’obiettivo di indagare il tema del dialogo e del confronto. Quindicesima edizione dell’evento Ideato da Esther Basile, filosofa dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, direttrice artistica il medico prestato alla cultura Maria Rosaria Rubulotta, con la collaborazione costante dell’avvocato  Roberta Isidori che, già assessora alle pari opportunità del Comune di Narni  e poi consigliera, lo ha sostenuto sin dagli inizi. Il Festival ha avuto due Medaglie del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Il Festival cresce di numero nelle presenze di studiose e studiosi e permette di ragionare sulla scrittura femminile e sui saperi“.

Il Festival è realizzato sotto l’Egida del Parlamento Europeo e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, dell’Associazione Eleonora Pimentel, in rete con i Comuni di Narni, delll’Archivio di Stato di Napoli-Soprintendenza Archivistica per la Campania-Fai, della Biblioteca Nazionale di Napoli, del Teatro San Carlo. Lo scopo è quello di aggiungere ai linguaggi delle donne un tassello sui concetti di Europa e di Diritti. Si parlerà dell’attualità dei Diritti delle donne, ricordando figure come la Senatrice Giglia Tedesco Tatò che hanno lasciato il segno, e si presenterà una Tavola Rotonda su Saperi e Diritti delle donne nell’Area del Mediteranneo ed Euromediterraneo con la Carta di Napoli promossa in Palazzo Serra di Cassano a Napoli.

Variegate le presenze da diverse Regioni d’Italia.

 Saranno presenti figure di spicco come la nota Giornalista Giuliana Sgrena, la scrittrice Sandra Petrignani, la scrittrice Titti Marrone, il famoso Poeta Elio Pecora con una Conversazione sulla Merini.

E inoltre interverranno le saggiste e i saggisti Maria Antonietta Selvaggio, Pasquale Gallo, Luciana Petrocelli, Daniela Mainenti, Giorgia Rubera, Barbara Mapelli,Anna Loretoni,Giuliana Sgrena insieme alle Scrittrici e scrittori: Adriana Assini, Cristiana Buccarelli,Marta Camporeale,Alessandra D’Egidio, Clara Schiavoni, Maria Teresa Gallo, Glenda Giampaoli ,Maria Lamberti, Rita Felerico, Claudia Iandolo, Gioconda Marinelli, Rosy Selo, Marco Patton, Beatrice Tassara, Francesca Patton, Francesca Girardi, Maria Lamberti, Titti Follieri, Maria Ester Mastrogiovanni,Luisa Festa,Katia Ricci,Ivana Margarese, Daniela Matronola,Angela Schiavone,Maria Teresa Gallo,Chiara Tortorelli, Gioconda Marinelli, Annella Prisco,Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli , Fernanda Pucillo, Teresa Triscari, Antonella Garofalo, Nicola Russo, Esther Basile,Titti Marrone.

Fra gli Artisti ed i Poeti Guido Bonacci, Roberto Masi, Francesco Terracciano

La giornalista Carmela Maietta de “Il Mattino”.

Tavolo tematico su Europa-Diritti-percorsi cultura del Mediterraneo ed EuroMediterraneo e conquiste delle donne con un confronto fra intellettuali e politiche. Grate della presenza delle professioniste che si alterneranno.

Siamo grate per la presenza del Prefetto Francesco Messina ad un tavolo sulla pericolosità sociale. Un grazie alle artiste di teatro dallo spessore professionale teatrale di squisita levatura come Anna Maria Ackermann  insieme ai gruppi musicali : I Musicisti di grande esperienza come M.al Sax Nicola Rando-Il Mezzosoprano Daniela Innamorati- Il Chitarrista  Valerio Bruner. Le videoriprese e i filmati sono a cura di Rosy Rubulotta con Documentazione archivistica del Festival. Tutto a Narni accade nell’ambito di una realtà culturale che si è consolidata nel tempo e che è in rete con molte Biblioteche e Istituzioni italiane.

Siamo in un momento di crisi dei saperi che desideriamo contrastare. E non è senza significato sottolineare come in tale contesto le teorie che si sono venute configurando siano cifre di questa stessa crisi, espressioni dell’allontanamento da quei modelli di razionalità che hanno dominato nella tradizione filosofica occidentale.
In questa complessa temperie si sono aperti infiniti itinerari di riflessione il cui sfondo teoretico può essere rappresentato dal “pensare senza ringhiera” di cui parla Hannah Arendt, una metafora facilmente comprensibile: siamo abituati ad appoggiarci alla ringhiera dell’identità, al valore dell’unità, al logos. Il filone che intendiamo seguire è identificabile come pensiero della differenza sessuale, o filosofia di genere, intrecciato con i temi, sopra accennati, relativi al crollo della ragione sistematica, a cui si deve aggiungere la messa in crisi del soggetto monolitico e l’irrompere dell’alterità o della pluralità nel cuore del sé. In particolare potremmo focalizzare la dualità di genere come fattore imprescindibile di interpretazione del sé, del mondo e della storia quale rinveniamo nelle riflessioni di molte pensatrici femministe, quali Luce Irigaray, Judith Butler, Rosi Braidotti, la Comunità di Diotima. penso anche all’amica Buttafuoco. Si è parlato di un “pensare senza ringhiera”, si è detto che le filosofe e le storiche e le saggiste contemporanee intraprendono un itinerario, un viaggio, tentando l’interpretazione dei segni e delle cifre del mondo in cui ci troviamo. Inoltre è significativo evidenziare come il pensiero femminista abbia lasciato un’impronta particolare, sia rispetto alle scelte dei temi sia al modo di affrontarli e svolgerli: è quindi necessario mostrare il vantaggio che deriva alla storia della filosofia dall’elaborazione delle massime questioni da parte delle donne. Se è vero, come affermava Parmenide, che il percorso della filosofia non si svolge «lontano dal cammino degli uomini» ma lungo il loro stesso sentiero, ciò sta ad indicare che i filosofi non vivono in un mondo privato, né in un empireo astratto e pertanto la filosofia riceve dal contesto sociale, culturale e storico in cui gli esseri umani vivono gli stimoli e gli interrogativi cui dare risposte. Si giunge così con successivi passi di avvicinamento al tema più urgente per il nostro contesto cioè la riflessione etica nella quale troviamo sia le elaborazioni già avanzate dal femminismo degli anni Settanta sia i più recenti ripensamenti di alcuni concetti chiave. Dopo quanto osservato circa l’ambivalenza che le problematiche etiche evidenziano, venendo all’argomento che ora interessa – la possibilità di un’etica nuova di confronto – dobbiamo rilevare come l’interrogarsi della donna su se stessa, la ricerca sull’identità femminile in quanto tale, comporti dei cambiamenti radicali non unicamente in relazione all’indagine sulla verità, non solo in riferimento al recupero del soggetto dimenticato nell’odierna crisi del Cogito ma in vista di una ricodificazione etica e quindi di un’etica della differenza sessuale; su questa strada il pensiero e pratiche e saperi delle donne, diventa interlocutore primario di quel dibattito che nel pensiero contemporaneo costituisce uno dei momenti più interessanti. Il punto di partenza, ormai palese rispetto a quanto detto, è stato ripensare il sé da parte del soggetto, e del soggetto femminile, evitando almeno nelle riflessioni più “pensate” l’egualitarismo astratto come una mistica della femminilità. E’ chiaro quindi che da Pechino in poi molte riflessioni vadano fatte. Se grande è stata la ricchezza di contributi derivati da “una voce di donna”, il percorso è difficile – il dibattito è ancora in corso e in questa sede si può solo accennare – perché si tratta di una metanoia da compiere nel campo etico e non di semplici aggiustamenti. Possiamo solo dire che il Bilancio del Festival in questi quindici anni è positivo mentre la ricerca e la volontà di continuare a fare sentire la forza e l’azione delle donne si rende necessaria. Gli anni che abbiamo attraversato sono i più emblematici, dalla violenza sulle donne cui non dobbiamo cedere, alla mancanza di spazi collettivi per cui dobbiamo lottare e mantenere luoghi di riflessione, al flusso migratorio che dobbiamo imparare a conoscere al senso di responsabilità che dobbiamo perpetuare. Riusciremo solo se le RETI di donne si manterranno compatte, sono fiduciosa CHE IL CAMBIAMENTO SARA’ DETTATO DALLE DONNE DEL NOVECENTO.

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Nel romanzo autobiografico di Giovanni Tacchino “Il silenzio degli eroi” edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore il lucido e appassionato ricordo di un passato da non dimenticare

Fu in questi giorni drammatici e convulsi intorno all’8 settembre del 1943 che il non ancora diciannovenne Giovanni Tacchino chiamato sotto le armi fu catturato dai soldati tedeschi e deportato nei campi di concentramento nazisti. Uno delle centinaia di migliaia di giovani militari italiani internati in Germania (furono 750,000 gli I.M.I.). Nel suo romanzo autobiografico “Il silenzio degli eroi” edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore una lucida, appassionata e toccante testimonianza di quasi due anni di prigionia. Una pagina indelebile del diario della nostra storia recente che colpisce in modo particolare per la sensibilità e la profondità della visione. Un uomo, Giovanni Tacchino, che seppe trovare e ispirare nei suoi carcerieri barlumi di umanità proprio là dove sarebbe stato impossibile anche solo immaginarla… Giovanni Tacchino, “Il silenzio deglio eroi“, Cultura e dintorni Editore per info scrivere a: redazione@culturaedintorni.it

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Cybro presenta gli ultimi modelli all’Italian Bike Festival


Cybro al gran completo per l’esordio all’Italian Bike Festival

Da venerdì 9 a domenica 11 settembre, l’azienda di Bassano del Grappa sarà presente alla più importante fiera italiana della bicicletta, che si svolgerà all’Autodromo di Misano, con uno stand in cui saranno ammirabili e testabili tutti i suoi modelli  

Mandata in archivio la stagione estiva, Cybro si prepara a un autunno ricco di fiere e appuntamenti. Il primo rappresenta una novità assoluta per l’azienda di Bassano del Grappa, che da venerdì 9 settembre a domenica 11 settembre sarà all’Italian Bike Festival, la più prestigiosa tra le fiere italiane della bicicletta. La location sarà molto suggestiva, visto che tutti gli stand saranno posti all’interno del Misano World Circuit (Rimini), l’Autodromo dedicato alla memoria del motociclista Marco Simoncelli.
Cybro darà sfoggio all’artiglieria completa, dal momento che porterà in Romagna tutti i suoi modelli di bicicletta, che non solo saranno in mostra e ammirabili da tutti, ma sarà possibile anche testarli sul circuito di Misano e sui tracciati disegnati dagli organizzatori del Festival. I modelli da test drive sono fatti su misure medie per motivi di praticità, ma Cybro ha il carattere distintivo di creare e progettare i suoi telai completamente su misura per il cliente, dopo un attento studio biometrico del ciclista.
Dalla strada al fuoristrada e al gravel, dall’elettrico alla pista, passando per il modello per uso cittadino: Cybro accoglie nel suo universo qualsiasi tipo di ciclista che va alla ricerca di un’esperienza nuova. A Misano ci saranno il modello N°1, da pista e criterium, il più veloce e leggero di tutti, che unisce lo stile anni Ottanta con la tecnologia ultramoderna, e la N°2, una city bike “pura” che fa di eleganza e fluidità i suoi capisaldi.
Dopodiché c’è il modello N°4, da corsa, caratterizzato dalle migliori componenti utilizzate nelle competizioni di alto livello, un look molto aggressivo e grafiche accattivanti. Non può mancare nemmeno la bicicletta da gravel, la N°5, comoda e scorrevole, grazie al carbonio Cybro in grado di attutire le vibrazioni dei tracciati sterrati, e adatta sia a lunghi viaggi che a brevi escursioni.
Non mancheranno ovviamente nemmeno i modelli da fuori strada: la N°6, la MTB Front si presenterà con il telaio recentemente rinnovato, più rigido e resistente alla torsione, oltre che con un’estetica ancor più accattivante. Infine, c’è la splendida N°7, il fiore all’occhiello della collezione Cybro, una E-MTB biammortizzata tra le più aggressive e tecnologicamente avanzate sul mercato, con geometria e angolo sterza tra l’enduro e il downhill che la rendono particolarmente adatta anche alle discese più impegnative. Chiunque avrà la voglia e la curiosità di farlo, a Misano, potrà saltare in sella e testare personalmente l’efficienza di Cybro.       

CONTATTI:  UFFICIO STAMPA VELVET MEDIA press@velvetmedia.it / 351 6896663    


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Fòrema presenta l’Academy per gli “Architetti della formazione”

Alle aziende serve saper leggere i trend presenti e futuri del mercato. Mancano i professionisti capaci di anticipare il cambiamento, per non esserne travolti. Dal 22 settembre al via un percorso di formazione per i “Learning Designer” del futuro. Giada Marafon, responsabile del progetto: “Complessità, digitalizzazione, lavoro ibrido, sostenibilità, upskilling e reskilling sono i paradigmi da seguire”

La Responsabile del progetto Giada Marafon

La formazione in azienda è un asset fondamentale. Per rispondere alle sfide che il mercato pone costantemente, per avere risorse umane sempre pronte al cambiamento, per valorizzare persone flessibili e dotate di competenze polivalenti, per accompagnare i manager a vivere nell’incertezza e i collaboratori a rispondere rapidamente alle regole che cambiano. Le aziende devono cambiare rapidamente le strategie di business, devono cambiare velocemente la loro organizzazione, devono essere attrattive per i giovani e motivanti per i senior. In sintesi: la formazione nelle aziende, oggi, è ancora troppo poco orientata a sviluppare i bisogni del futuro e priva di visone “future-proof”.  

Nasce da queste esigenze una figura sempre più richiesta, ma ancora non presente sul mercato del lavoro. È l’architetto della formazione, o per dirla in inglese il “Learning Designer”, figura specializzata nella consulenza e la formazione aziendale orientata ai bisogni complessi. Possiede un background che gli permette di realizzare un’approfondita analisi del fabbisogno organizzativo dell’azienda. Conosce, interpreta e studia i mega trends del mercato e costruisce proposte e soluzioni organizzative a prova di futuro. Una figura che deve interagire con l’area commerciale e i project manager, è il garante dello sviluppo dei contenuti, del coinvolgimento e coordinamento dei trainer e dell’avanzamento dei progetti.

È questa una figura sempre più cercata in un periodo, dopo la pandemia, nel quale le aziende stanno cambiando la propria organizzazione tra lavoro ibrido e grandi dimissioni. Per questo Fòrema, ente di formazione di Assindustria Veneto Centro diretto da Matteo Sinigaglia, ha deciso di fondare una vera e propria Academy, che formerà i Learning Designer del futuro. Il progetto è coordinato da Giada Marafon, responsabile per Fòrema delle attività e dei progetti a mercato, che si è avvalsa di un gruppo di lavoro composto di giovani talenti, esperti salute, sicurezza, ambiente e normativa tecnica, Chiara Milani professionista nel people management e nella digital transformation, e Marco Vesentini, esperto di economia dell’energia, sostenibilità e processi organizzativi. “La Learning Designer Academy è un luogo fisico e virtuale che nasce all’interno dell’ecosistema di Fòrema”, spiega Marafon. “Complessità, digitalizzazione, lavoro ibrido, sostenibilità, upskilling e reskilling, sono tutti paradigmi che fanno da guida alle organizzazioni che vogliono e devono mantenere competitività e presenza sul mercato. Il Learning Designer metterà a disposizione le competenze e gli strumenti di cui dispone per condurre prima un’approfondita analisi del fabbisogno e poi progettare un intervento formativo-consulenziale pratico, snello ed operativo, di immediata applicabilità”. Il corso inizia il 22 settembre e sarà suddiviso in due fasi. Nella prima, saranno esposti i principi teorici trasmessi con metodologia esperienziale, che favorisce l’apprendimento attraverso la partecipazione e la sperimentazione attiva dei contenuti proposti. Nella seconda, sarà proposta l’applicazione pratica delle competenze acquisite, basata su analisi, ricerca e applicazione di strategie innovative che favoriscono il riconoscimento della nostra offerta specialistica nel mercato. Tra i temi trattati, l’organizzazione aziendale (12 ore), la gestione efficace del cliente e della comunicazione (16 ore), e un’analisi degli ambiti di specializzazione e dei presidi tematici per l’organizzazione (20 ore). In ambito di metodologia esperienziale e case history c’è poi l’analisi del fabbisogno dei clienti per trovare le soluzioni adeguate (16 ore), la gestione del team docenti (16 ore); spostandosi sul livello dei nuovi strumenti di comunicazione, ecco la gestione dei progetti tra tempi, budget ed azioni (12 ore), senza dimenticare i tool formativi per la gestione e formazione dei gruppi (4 ore) e principi di marketing e brand identity. Infine, 24 ore saranno dedicate all’analisi dei mega trends del mercato e 16 ore ai bisogni latenti dei clienti da soddisfare con proposte disruptive e accattivanti.

Informazioni e iscrizioni www.forema.it.

CONTATTI:  PK COMMUNICATION press@pkcommunication.it / 351 6896663





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“Scusate la calligrafia” l’epistolario che raccoglie le lettere alla famiglia di un giovane già adulto dall’inferno della Prima guerra mondiale.

“Non sono questi i luoghi delle amicizie superficiali. Lontano dai nostri cari, tutti nelle medesime condizioni, dinanzi agli stessi pericoli, alle medesime gioie insperate, alle medesime consolazioni, come non possiamo stringerci in forte amicizia? Dopo il combattimento, quando ci ritrovavamo, ci abbracciavamo e ci baciavamo piangendo come bambini”

(dalla lettera del 03-05-1916, Zona di guerra)

La copertina dell’epistolario Scusate la calligrafia

Così scriveva in una sua lettera ai suoi cari il mio prozio Sisto Monti Buzzetti dal fronte della Prima guerra mondiale. Il 9 giugno del 1917 moriva ucciso da una bomba. Era la vigilia del suo Ventunesimo compleanno. Aveva appena terminato i suoi studi superiori. Come centinaia di migliaia di suoi coetanei morì immolato sull’altare di una Patria che lo mandò al macello in una guerra spaventosa voluta dalle grandi potenze di allora e da generali senza scrupoli in una terribile carneficina che spezzò le giovani vite di uomini che se fossero sopravvissuti ben altro corso avrebbero senz’altro dato alle sorti del nostro Paese. Mio zio Sisto, il quale orgogliosamente porta il suo nome, alcuni anni fa volle raccogliere le sue quasi trecento lettere, che raccontano 462 giorni di guerra, in un epistolario pubblicato nel 2008 da Terre di mezzo Edizioni – Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e che vinse il “Premio Pieve – Banca Toscana 2007”. Dalla ricomposizione come dall’analisi di questo mosaico emerge un vivido spaccato della sofferta vita di trincea, nel cui fango con la vita affondò la giovinezza di una Nazione, cadenzata dal succedersi degli eventi bellici, corpo a corpo, combattimenti, scontri sempre più cruenti che il giovane Sisto ebbe però cura di non rivelare in tutta la loro terribile e sanguinosa drammaticità per non allarmare e non far stare troppo in apprensione i propri cari. Il bisogno di comunicare essendo a un tempo dimostrazione di autentica devozione verso i suoi genitori e l’amata sorella (la scrittura il filo indissolubile che nemmeno la morte potrà spezzare), e necessità di dare vita a un dialogo altro e alto con se stesso. Non mancano le considerazioni di un giovane già adulto che sa guardare in faccia la realtà al di là di ogni vana illusione e la proprietà di linguaggio come la sua ricercatezza si dimostra essere non un semplice seppure prezioso strumento, di cui ha piena e sicura padronanza, ma il chiaro segno di una maturazione ante litteram del pensiero, in termini di profondità di visione, sempre in accordo con il cuore e con l’anima cui non cesserà mai di dare ascolto. Assenti invece in queste lettere il cedimento a una facile retorica, l’esaltazione dell’amor patrio pur nella consapevolezza di stare svolgendo, come farà, purtroppo fino all’estremo sacrificio, il suo dovere a cui nonostante tutto mai sarebbe venuto meno. È uno sguardo sempre più consapevole e critico quello che va via via emergendo e insieme maturando: accanto alla consapevolezza di come in quelle drammatiche circostanze fossero autentici e diventassero salvifici i legami con i commilitoni, le critiche, non velate, alla stessa censura, ai generali visti come troppo sordi e distanti. E nello scorrere delle pagine di queste fitte e intense lettere, e con esse del tempo, regista tanto invadente quanto implacabile, l’andamento, tra paure e presentimenti sempre più pressanti, dello spirito, dell’umore, del morale che prendono corpo e voce con i loro alti e bassi, e, ancora, la spontanea esternazione dei fugaci entusiasmi come degli inevitabili abbattimenti  E leggendo le missive si vive la limpida parabola umana di un giovane uomo e con lui quella di un Paese trascinato tutto intero senza distinzione di classe nella follia di un conflitto spaventoso con tutte le sue contraddizioni, in primis sociali e materiali. La drammatica parabola di un Paese, dunque, e, insieme, di un continente, che non seppe e non volle evitarlo mettendo così fine alla sua stessa identità, che sfocerà in quello che poi sarà un lungo Primo dopoguerra, l’anteprima del più sanguinoso conflitto che la storia umana abbia mai conosciuto: il Secondo tragico conflitto mondiale. Nelle pagine di Sisto, nelle sue illuminate e illuminanti cronache dal fronte, brilla una prosa limpida caratterizzata da una scrittura piana intrisa, in particolare in alcuni passaggi di rara bellezza, di intenso lirismo a dimostrazione della profonda sensibilità di questo giovane mandato al macello i cui occhi e il cuore seppero andare oltre lo stesso orrore riuscendo a “sentire” il respiro di quel miracolo che è la vita, la natura che lo circondava fonte spesso di ispirazione, di conforto ed esaltazione.  Il significativo titolo di questo epistolario è in perfetta sintonia con il carattere diaristico dell’opera: Scusate la calligrafia, un’ulteriore manifestazione di affetto e attenzione nei confronti dei suoi cari, riprende le sue parole scritte in una delle ultime lettere nella quale si scusava per la posizione scomoda nella quale si trovava costretto a scrivere. I lettori di oggi e di domani, come già quelli di ieri, non potranno non continuare a rivolgere un commosso pensiero a lui e a tutte le giovani innocenti vittime di ogni conflitto che ha insanguinato e continua a insanguinare il nostro mondo. Occorre essere sempre grati al potere salvifico della parola e della scrittura sua ancella che, sempre vive, permettono di perpetuare il ricordo e la memoria.

                                                                                                               Luca Carbonara

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