Il magico e affascinante intarsio de “Il giogo dei ruoli” edito da Il Poligrafo

Il giogo dei ruoli, Saveria Chemotti e Mario Coglitore (Il Poligrafo, 2021)

«Relazioni diseguali, nella storia, nella vita, nella famiglia, nei rapporti matrimoniali o sentimentali, nel lavoro, nella ricerca, nell’arte; relazioni arrivate fino a noi secondo uno schema monolitico e che qui si smontano e si ricompongono in identità singole e singolari, capaci cioè di emanciparsi dalle decisioni degli autori, di strappare la maschera fusa sul loro volto, svelando caratteri e personalità indipendenti».
Questo il felice proposito di “Destini Incrociati”, la collana dell’editore padovano Il Poligrafo curata da Saveria Chemotti che firma, con Mario Coglitore, anche il titolo inaugurale: Il giogo dei ruoli. Una raccolta di testi intimi, di grande compattezza, rigorosamente e persino geometricamente costruiti a intarsio, per offrire una mappa delle divagazioni, dei cunicoli scuri del rapporto di coppia. L’operazione è coraggiosa, e dà un salutare scossone a chi rileva, nella congerie libraria odierna, un sentimento di asfittico conformismo, tra immagini addomesticate e inesistenti partiture stilistiche. Non così in questo testo, che intercetta l’immaginario amoroso mediante il corpo a corpo con i classici, con le figure di un passato ora reale ora mitico, disposte in modo da formare un crescendo di trame che parlano di erotismo e menzogne, slanci emotivi e ricatti silenziosi.
Gli autori scelgono un approccio teatrale, dividendo i racconti in tre ‘Tempi’ animati da scambi arguti, da un botta e risposta a distanza che prepara il lettore allo slancio finale, a quel cambio di paradigma che induce a ripensare la Storia, le storie, alla luce di nuovi sguardi. «Madame Bovary c’est moi» affermava Gustave Flaubert, ma cosa direbbe Emma dei suoi tormenti, della mutevolezza codificata che l’ha resa un’icona, per sempre schiacciata sul vizio dell’insoddisfazione? E quali pensieri affollano forse la mente del Visconte di Valmont, seduttore impenitente, trafitto dalla dolcezza dell’unico amore spontaneo?
Chemotti e Coglitore convogliano in questi testi tutti i giochi e le allusioni di una cultura di libri che, invece di rendere astratti i personaggi – di spogliarli del loro corpo – li offrono al capovolgimento delle attese, a soluzioni altre e folgoranti, come se ne toccasse l’anima per la prima volta. Incontriamo ne Il giogo dei ruoli Dulcinea e Don Chisciotte, Sibilla Aleramo e Dino Campana, Peter Pan e Trilli, Sarte e Simone de Beauvoir. Ognuno di loro, con grazia imprevista, è sempre in funzione dell’esperienza di vita, di risveglio o morte dei sensi che si incarna nelle loro storie, al di là di quello che dicono i romanzi o i miti.
C’è sempre uno stupore imprevisto nei personaggi riletti dai due autori, un’impressione nuova di ciò che accade, che investe il lettore e le sue certezze, aprendo nuovi spiragli di senso. Come accade per Jane, che molla gli ormeggi e ritorna da Tarzan nella giungla, abdicando alla vita dabbene. O ancora Casanova, travolto dalla vecchiaia e dal tarlo della solitudine, densa di fantasmi e di tormenti, «chiaroscuri stravaganti, in qualche caso opprimenti; talora cattivi».
Coglitore e Chemotti sperimentano, invertono voci e ruoli in una prosa che alterna registri (dall’aulico al colloquiale) e toni, entro quinte ora nitide ora sfumate, in perenne bilico tra pudicizia e voluttà. Esemplare, e memorabile, la confessione a specchio di Paolo e Francesca, densa di richiami erotici al maschile e occasione di riflessione sulla violenza, l’amore e la morte nella sezione a lei dedicata.
Capita raramente di imbattersi in opere in cui il tesoro tematico appare sostenuto da una ricchezza di stile, da un governo della materia al servizio dello scandaglio, della rappresentazione dell’arte come osservatorio sulla vita. In quella che appare una raffinata musica, tramata di riscatto e sovversione, i due autori toccano spesso l’ignoto, il limite delle certezze e dell’unità psicologica dell’io. Forse è questa la letteratura: far sentire il lettore ‘scompigliato’, come se la verità fosse un prisma deformante, qualcosa da contrattare restando sempre senza risposte.

Ginevra Amadio

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