Marilyn Monroe, la fragile preda

Oggi è una leggenda, un’icona infinitamente riproducibile come ha mostrato
Andy Warhol, ma all’origine di tutto era soltanto Norma Jeane Mortenson. Prima
delle foto da pin-up, del travolgente Some like it hot di Billie Wilder (1959),
dell’innocente provocazione di Happy Birthday Mr. President, il sex symbol più
longevo d’America viveva a Los Angeles e spruzzava vernice sulle fusoliere
degli aerei. Erano lontani i tempi di Hollywood e del successo rapace, fuori da
ogni realtà palpabile l’idea di diventare Marilyn Monroe. Eppure qualcosa sembrava  agitarsi nell’aria. Qualcosa di indefinibile e misterioso, come la bellezza di questa donna dallo sguardo limpido, bimba senza padre e con una madre schizofrenica, cresciuta in casa famiglia. Emblematico il ritratto che ne fa David Conover, il fotografo incaricato nel 1945 di scattare qualche istantanea di belle ragazze” tra le impiegate dell’industria bellica, per tirare su il morale delle truppe statunitensi: «Nel suo viso c’era una qualità
luminosa, una fragilità combinata con una vibratilità stupefacente». Era questo Norma Jeane, spontanea e ingenua dietro il velo della meraviglia. Un avvenire di successi, una ridda di amori sfortunati, la consapevolezza – in fondo sempre coltivata – che la gloria è un valore effimero, mai sovrapponibile all’idea di felicità. Perché il successo non placa l’inquietudine, il calore della folla non mitiga lo stordimento. Quando le luci si spengono la solitudine è pungente, straziante. Ed è sempre Norma Jeane a riaffiorare dietro Marilyn, dopo i titoli dicoda. Oltre il sorriso accattivante, al di là della voce languida studiata appositamente, degli ammiccamenti, delle pose, di quell’impronta liliale che fa innamorare il fotografo Andrés de Dienes («L’impatto di Norma Jeane su di me fu tremendo. […] Era come se mi fosse toccato un miracolo. Mi appariva come un angelo. Stentavo a crederci, anche per un solo istante»), impazzire di gelosia il campione di baseball e suo secondo marito Joe di Maggio, invaghire – con
risvolti pericolosi e torbidi – il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Lontana anni luce dalla sicurezza che il sistema impone, circondata dalla solitudine che avviluppava divi come James Dean e Montgomery Clift – inquieti, irregolari, incapaci, come lei, di gestire la propria vita, figurarsi un’intera carriera – Marilyn Monroe soffriva una condizione che ricercava, rincorrendo – come una droga – la fama, l’ammirazione, l’amore degli uomini per placare un’insaziabile fame d’affetto. Quello che gli Studios hanno fatto di lei è stato il riflesso di quello che, in modo sghembo, lei stessa ha costruito. La ricerca spasmodica di approvazione, l’incapacità di gestire la fragilità infinita che la accompagnava dall’infanzia, la rendevano vulnerabile e instabile, come sul set di A qualcuno piace caldo, dove arrivava in ritardo, o nelle difficoltà a relazionarsi con
Laurence Olivier durante la lavorazione de Il principe e la ballerina (1957), in
cui l’incostanza si somma alla voglia di impressionare l’intera troupe, di non
essere considerata solo la bambola sexy buona a far incassare.
La storia con Kennedy, i languidi auguri di compleanno destinati a fare
scandalo, le idee di sinistra che la posero nel mirino dell’FBI di Edgar Hoover, il
matrimonio con Arthur Miller minacciato dal maccartismo (in un’intervista del
2012 su “George” il drammaturgo dichiarò che il governo USA aveva cercato
invano di reclutare Monroe nella propria “caccia alle streghe”), l’hanno resa una
magnifica preda nelle mani di chiunque: produttori, servizi segreti, istituzioni,
malavita. Eppure la confessione di Miller rivela, in controluce, una coscienza
politica dell’attrice ben più sviluppata di quella, debolissima, dei tanti registi e attori di sinistra finiti a tradire le proprie idee e fare i nomi dei colleghi davanti alla Commissione per le attività antiamericane volute dal senatore McCarthy.
In questo, come nell’amore per la lettura, nell’intelligenza spiccata oltre il velo della frivolezza, sta la peculiarità del fenomeno Marilyn, la perigliosa magnificenza di un’attrice rinchiusa nel cliché della svampita incapace di
restituire l’immagine di una donna a cui è stata negata in pubblico la sua stessa personalità. Il 5 agosto del 1962, quando Monroe decide di lasciarsi scivolare dentro l’oblio, forse vittima di un complotto o solo stanca del malamore toccatole in sorte, si squarcia il velo della “fabbrica dei sogni” Hollywood. Intrighi, dolori,
sfruttamenti. Troppo per chi, dietro un volto perfetto, nascondeva infinte crepe e
una fragilità così radicata da condannarla per sempre, da schiacciarla
infinitamente al proprio punto di partenza: «Quando ero piccola, nessuno mi
diceva mai che ero carina. Bisognerebbe dirlo a tutte le bambine. Anche se non
lo sono».

Ginevra Amadio

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