In dialogo con Stefano Marinucci in occasione dell’uscita della sua ultima fatica letteraria Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate edita da Intra Moenia Edizioni.
L’infinito fascino e incanto di una città immortale
Intervista a Stefano Marinucci
a cura di Luca Carbonara
Con grande stupore e senso di meraviglia ho appreso la notizia della pubblicazione della tua ultima fatica letteraria che a ragionarci preliminarmente a mente fredda sarebbe potuta sembrare una scommessa o, meglio, un’impresa (quasi) impossibile esposta, come sarebbe potuta sembrare a tutti gli effetti, al rischio di apparire come l’ennesimo libro su Roma la cui letteratura vanta una miriade di titoli a raccontarla e a vivisezionarla sotto un’infinità di aspetti, con prevalenza di quelli storici, artistici, architettonici. Ma il titolo di quest’opera spazza via qualunque perplessità e/o rischio di venire derubricato passando così inosservato. Come e quando è nata l’idea di scrivere un’opera tanto complessa e impegnativa quanto ponderosa come l’opera pubblicata in questi ultimi mesi del 2025 da Intra Moenia Edizioni Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate, un titolo forse provocatoriamente dagli echi rosselliniani e un sottotitolo che porta in sé vis polemica e un insopprimibile desiderio e volontà di testimonianza e di denuncia?
L’intuizione non è nata a tavolino, ma davanti a un cancello sbarrato. È nata dal contrasto stridente tra la magnificenza che Roma promette e la realtà di troppi tesori sottratti allo sguardo pubblico. Se Rossellini raccontava una città “aperta” nel suo spirito e nel suo dolore post-bellico, oggi ci troviamo paradossalmente davanti a una città spesso chiusa per burocrazia, incuria o privatizzazioni selvagge. Ho sentito l’urgenza di mappare questo “negato” non solo per spirito di ricerca, ma come atto di testimonianza. Volevamo che il libro fosse un grimaldello intellettuale: raccontare ciò che non si può vedere per accendere il desiderio di riconquistarlo. È stato un lavoro ponderoso perché ogni porta chiusa richiedeva una ricerca che andasse oltre l’estetica, scavando nelle ragioni del silenzio che
avvolge questi luoghi. La città che viene descritta rischia di implodere nel suo stesso immenso patrimonio, reso invisibile da una gestione sovente miope. L’opera nasce anche dal desiderio di andare oltre la cartolina turistica. Roma non ha bisogno dell’ennesima celebrazione del già visto, ma di una vivisezione dei suoi vuoti e delle sue interdizioni. La vis polemica che avverti nel sottotitolo è il cuore pulsante del progetto: non è solo un libro d’arte, ma un censimento di ciò che è stato tolto alla collettività. La sfida è stata trasformare questa denuncia in un’opera rigorosa, documentata, capace di reggere il confronto con la grande letteratura su Roma proprio perché ne illumina i lati oscuri e i perimetri inaccessibili.
Qual è la chiave di accesso, sia per chi ci abita sia per chi viene da fuori, per comprendere davvero e appieno il mistero di una città che ha avuto in sorte il destino degli dei, di essere cioè immortale, di essere al tempo stesso antica, antichissima, affondando addirittura nel mito, e moderna, e contenere, nella vertiginosa verticalità del suo essere, i segni del suo eterno in divenire?
Forse la chiave di accesso risiede proprio nella consapevolezza della sua verticalità, che non è solo architettonica, ma temporale. Per comprendere Roma bisogna smettere di guardarla come una mappa distesa e iniziare a percepirla come un palinsesto: un manoscritto dove ogni epoca ha scritto sopra la precedente senza mai cancellarla del tutto. Il mistero di cui parli si scioglie quando accettiamo che il passato non è mai passato, ma è uno strato fisico sotto i nostri piedi o dietro un monumento negato. La chiave, dunque, è lo sguardo stratigrafico: la capacità di vedere l’antico nel moderno e il mito nella cronaca quotidiana. Il libro cerca di forzare queste serrature proprio per restituirne una profondità, perché una città che nasconde i suoi strati rischia di perdere la sua anima
immortale. D’altronde nell’opera emerge continuamente il concetto di soglia. Questa sembra una città che si concede per epifanie: non si rivela mai tutta insieme, ma per frammenti, spesso protetti da un silenzio secolare. Il paradosso della sua immortalità sta nel fatto che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, Roma sa restare invisibile. Per chi ci abita, la sfida è non abituarsi allo stupore, non darlo per scontato; per chi viene da fuori, è non fermarsi alla superficie della “grande bellezza” da cartolina. Comprendere uno spazio di questo tipo significa accettare che la sua eternità risiede in ciò che è celato. Ecco perché
abbiamo scelto di parlare di “porte chiuse”: perché è proprio dietro quelle negazioni che si custodisce il segreto del suo eterno divenire, lontano dal rumore della modernità più distratta.
Questa tua ultima opera, che nel suo essere un compendio, anche di tutte le arti e gli stili che si sono succeduti nel corso del tempo, e che sembra contenere in sé insieme al tuo indomabile spirito di ricercatore dello spazio e del tempo anche tutte le tue opere precedenti, fiumi e strade solchi carichi di storia, è concepita come un diario di viaggio alla scoperta di tesori nascosti e/o sconosciuti percorrendo la città dal suo centro alle diverse cinte murarie che ne hanno scandito la storia come l’evoluzione millenaria: le mura serviane, le mura aureliane, il Suburbio, l’agro romano… come si è evoluto e come è cresciuto il tuo sguardo lungo un percorso che sembra infinito e come è possibile trasmetterlo e insegnarlo alle nuove generazioni?
Hai colto un aspetto per me fondamentale: questo libro è una sorta di somma teologica del mio girovagare. Se con la Collatina Antica il mio sguardo era quello di uno storico ambientale che scava nel tempo, e con i Fiumi era quello dell’ecologista che cerca la vita nelle vene della città, in Roma a porte chiuse questi sguardi si fondono. La mia prospettiva si è probabilmente trasformata diventando meno settoriale e più politica nel senso alto del termine: oggi non cerco solo la storia o un ecosistema, cerco il diritto alla cultura e all’ambiente. Il percorso dalle Mura Serviane verso l’Agro Romano non è solo geografico, è il racconto di come la città si è dilatata, spesso perdendo il contatto con sé stessa.
Evolversi, per me, ha significato imparare a leggere il vuoto e l’assenza tanto quanto il pieno e il monumento. Alle nuove generazioni bisognerebbe trasmettere l’idea che un portone chiuso non è un dato di fatto, ma una domanda sospesa. Il diario di viaggio che proponiamo vuole essere anche una guida all’insubordinazione intellettuale: insegnare a non accontentarsi dei percorsi turistici tracciati dagli algoritmi, ma a seguire i solchi della storia, i fiumi, le mura. Trasmettere questo sguardo significa conoscere i segreti che vengono negati per far emergere un’eredità viva da difendere.
Qual è, tra i tanti che hai esaminato e studiato, il luogo che più ti ha coinvolto ed emozionato?
Tra i siti più suggestivi e incredibili che sono descritti nell’opera – molti hanno avuto una buona sorte, restaurati, fruibili pur con alcune limitazioni – potrei citare un luogo che ha del misterioso e del magico, scoperto e abbandonato. Una classica storia italiana. Situato alla foce del fiume Incastro, a due passi dal mare, Castrum Inui non è solo un sito archeologico, ma un luogo dove la storia di Roma si intreccia con il mito. Secondo la tradizione, questo era il porto dell’antica Ardea e il luogo dove, secondo alcune varianti del mito, potrebbe essere sbarcato Enea. Gli scavi hanno riportato alla luce un imponente santuario, resti di templi, complessi termali e un’area industriale per la produzione della
porpora. Una piccola Pompei del litorale romano. Nonostante l’eccezionalità dei ritrovamenti (iniziati sistematicamente alla fine degli anni Novanta), il sito è diventato il simbolo della burocrazia paralizzante: più volte giornalisti, cittadini e le telecamere (storici i servizi di Jimmy Ghione) hanno mostrato l’area sommersa dalle sterpaglie, con i resti archeologici lasciati alle intemperie o protetti da strutture precarie che stavano crollando. Nel corso degli anni sono stati stanziati fondi pubblici per la valorizzazione e l’apertura di un parco archeologico. Tuttavia, tra passaggi di competenze, bandi infiniti e mancanza di manutenzione, il cancello è rimasto quasi sempre sbarrato ai cittadini. Mentre altri siti meno rilevanti godono di visibilità, Castrum Inui resta un fantasma: un’area recintata
che i residenti e i turisti possono solo immaginare sbirciando tra le reti, sentendosi derubati della propria identità culturale. Siamo passati dai servizi di Striscia la notizia di anni fa al silenzio di oggi: quante altre inaugurazioni simboliche e quanti altri nastri mai tagliati serviranno, prima che Castrum Inui smetta di essere un cantiere fantasma e diventi finalmente un parco per i cittadini?
La particolarità delle tue opere sta nell’essere a un tempo di divulgazione e di denuncia. Qual è lo stato dell’arte della Città Eterna? Come si può pensare di coniugare e armonizzare l’impatto tanto devastante quanto inevitabile e ineluttabile della postmodernità con la bellezza tramandataci dai visionari del Grand Tour e con l’idea, che tale è rimasta, che aveva l’indimenticato e indimenticabile Sindaco di Roma Luigi Petroselli che sognava di trasformare il centro di Roma in un unico grande parco archeologico?
Lo stato dell’arte della Città Eterna è, purtroppo, quello di una frammentazione dolorosa. Il sogno di Luigi Petroselli — il centro come un unico grande parco archeologico — non era l’idea di un museo imbalsamato, ma di uno spazio pubblico restituito alla cittadinanza. Oggi quel sogno sembra essersi infranto contro la logica della parcellizzazione: abbiamo isole di bellezza circondate da un mare di inaccessibilità o di sfruttamento turistico mordi-e-fuggi. Coniugare la postmodernità con la visione del Grand Tour non significa guardare con nostalgia al passato, ma pretendere che la cultura e l’ambiente siano un diritto quotidiano e non un lusso per pochi. La mia denuncia nasce qui: una porta chiusa non è solo un ostacolo fisico, è il tradimento dell’idea di una Roma aperta e universale. Il
degrado non è solo immondizia o fiumi inquinati, è anche l’oblio in cui cadono le nostre radici d’arte. Coniugare la modernità con la bellezza del passato è possibile solo se smettiamo di considerare il patrimonio come un peso economico e torniamo a vederlo come un’infrastruttura dell’anima, o un percorso formativo e sociale. Come diceva il mio maestro Luigi Amendola, nulla è ineluttabile se si sceglie di restare vigili. Le porte chiuse si possono sempre riaprire, a patto di sapere che esistono.
Quali sono i tuoi programmi e progetti futuri?
È un ritorno all’acqua, a un percorso geografico per seguire la metamorfosi profonda di un corpo idrico e del paesaggio che lo respira. Ma non sarà soltanto un’esperienza fisica, né una semplice escursione naturalistica. Sarà un atto di resistenza e di svelamento. Un fiume che nasce come una promessa di vita, un elemento da navigare, da rispettare e che si trasforma in una specie di spettro. L’antropizzazione selvaggia, l’inquinamento industriale e la trascuratezza trasformano il paesaggio in una periferia dell’anima, dove l’acqua si fa opaca e le sponde diventano discariche a cielo aperto.



