“Teoria della fragilità”. Intervista a Roberto Gramiccia

Teoria della fragilità.

Intervista a Roberto Gramiccia

a cura di Antonella Raggi

Dottor Gramiccia, nel suo libro lei compie un’operazione quasi rivoluzionaria: toglie alla parola “fragilità” l’alone di “banalità” che la circonda. Che cos’è per lei la fragilità e perché ha sentito il bisogno di scriverne una vera e propria “teoria”?

La ringrazio di un giudizio che mi lusinga. In effetti ho provato a restituire di questa parola il senso autentico che, a ben guardare, è multiforme. La fragilità non è in effetti la bagatella di cui o non si parla o si parla a sproposito. Essa racchiude, infatti, il senso più profondo della vita. Prima di tutto perché riguarda ciascuno di noi e, poi, perché da essa procede ogni grande conquista individuale e collettiva. Attenzione però! Esiste anche una fragilità passiva che ci condanna o è complice del potere. Così come esiste una fragilità attiva e ribelle che, se mal diretta, può produrre disastri. Questo più o meno il perimetro del campo di gioco. Un gioco che, se lo impari, esci dal torpore dolciastro della banalità e rischi di poter dare una mano a trasformare il mondo.

Roberto Gramiccia

Lei è un medico e un critico d’arte, due lenti che offrono una prospettiva privilegiata sulla vulnerabilità. In che modo la biologia umana e la sensibilità artistica si incontrano nella sua definizione di fragilità?

La medicina è una porta aperta sulla sofferenza e quindi sulla fragilità umana. L’arte è figlia della fragilità, del thauma di Aristotele, dell’angoscia della morte. Arte e medicina si assomigliano molto. Forse sono la stessa cosa.

Oggi siamo immersi in quello che molti sociologi chiamano “ipercapitalismo della performance”, dove bisogna sempre mostrarsi forti, vincenti e iper-connessi. Qual è il prezzo emotivo e sociale che stiamo pagando per la rimozione della nostra parte fragile?

L’assillo della performatività rovina la vita. Non solo ma ci preclude l’accesso a quegli strumenti che migliorano la nostra coscienza, la nostra capacità critica. Rimuovere o falsificare la fragilità significa privarsi del principale di questi strumenti. Significa condannarsi a un sonnambulismo senza risveglio.Nel libro lei suggerisce che l’accettazione della fragilità abbia un forte valore politico. In che modo dichiararsi fragili può diventare un atto di ribellione o di alternativa al sistema attuale?

La valutazione è prima di tutto di tipo storico. Tutte le grandi rivoluzioni, infatti, sono state prodotte da una fragilità sociale che ha saputo trovare la giusta direzione. Sotto questo profilo essa non può mai considerarsi autosufficiente. Ha bisogno di una teoria e di un’organizzazione politica che la guidi.

Spesso la grande arte nasce dalle crepe, dalle ferite dell’anima. Se fossimo tutti “invulnerabili”, esisterebbe ancora l’arte? Quali sono gli artisti che, secondo lei, hanno saputo trasformare meglio la fragilità in capolavoro?

Se non fossimo fragili non saremmo esseri umani. E gli artisti sono prima di tutto esseri umani. Alla seconda domanda risponderei con tre nomi: Vincent Van Gogh, Giacomo Leopardi e Franz Kafka.

C’è una stretta connessione tra fragilità e legame sociale. Se non ci riconoscessimo fragili, faremmo fatica a riconoscere il bisogno dell’altro. La fragilità è quindi la precondizione per la solidarietà e la cura collettiva?

Il tessuto connettivo della solidarietà e della giustizia sociale è il concetto di uguaglianza sostanziale. Uguaglianza significa riconoscersi in un’unica matrice: la fragilità. A partire da questa matrice si può aspirare a trasformare il mondo, inaugurando una nuova era: quella della libertà dal bisogno.

Per concludere, se dovesse dare un consiglio a un giovane – o meno giovane – che oggi si sente inadeguato, schiacciato dal peso di dover sembrare sempre “all’altezza”, cosa gli direbbe partendo dalle pagine della sua Teoria della fragilità?

Gli direi che l’unico modo per essere all’altezza del proprio destino è prendere atto della propria fragilità e usarla come risorsa, senza subirla come vincolo. Il fatto di sentirsi inadeguato può essere indifferentemente l’antefatto di un riscatto o quello di una resa. Questo libro aiuta a porre in essere la prima di queste due opzioni. Leggetelo per capire se ci riesce.

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