Qualche riflessione su Epifanie d’incanti. (nelle invisibili tasche degli alberi dormono i sogni.) Luca Carbonara, Cultura e dintorni Editore.
a cura di Angela Spano
Non è mai semplice scrivere “di poesia”, ma lo ė ancora meno se l’autore dell’opera della quale si vorrebbe dissertare è un amico, caro e stimatissimo, come lo è Luca per me. Spero, pertanto, di non scivolare nella banale partigianeria (ma Luca non ne ha bisogno!) e mi limiterò ad esprimere, nel modo più oggettivo possibile (può esistere l’oggettività in poesia?) il coacervo di sentimenti, sensazioni, emozioni, stupore, persino lo struggimento che le poesie di questa preziosa raccolta, hanno evocato in me. Ci sono libri che si leggono e libri che accadono. Epifanie d’incanti appartiene a questa seconda, più rara specie: non si limita a offrire parole, ma apre varchi. A partire dal titolo. Qui è già espressa una dichiarazione di poetica e, insieme, una promessa. Non una sola rivelazione, ma un manifestarsi plurale, cangiante, che non pretende di imporsi con clamore, bensì di accadere nella soglia sottile della percezione “Epifanie” porta con sé una tradizione alta e impegnativa – quella del disvelamento, dell’apparire improvviso del senso – ma qui si declina al plurale implicito degli incanti, parola che sottrae ogni rigidità concettuale e restituisce alla rivelazione la sua natura fragile, intermittente, quasi esitante. È un titolo che rivela consapevolezza: la coscienza che la poesia, oggi, non può permettersi epifanie assolute, totalizzanti, ma può ancora – e forse proprio per questo – deve farsi luogo di piccoli incanti, di apparizioni minime, in cui il reale si incrina e lascia filtrare altro. In questa tensione fra il dire e il sottrarre, tra il mostrare e il custodire, si avverte una voce che conosce la tradizione, ma non ne è prigioniera. Il sottotitolo – nelle invisibili tasche degli alberi dormono i sogni – è, a sua volta, una chiave di accesso preziosa. Qui l’immagine si fa più ardita, quasi visionaria, ma senza quella misura che attraversa l’intera raccolta. Le “tasche invisibili”, suggeriscono un’idea di interiorità nascosta nel visibile, una topografia segreta del mondo naturale, che si offre solo ad uno sguardo capace di indugiare. Gli alberi, presenze antiche e silenziose, diventano custodi di ciò che non si lascia facilmente nominare: i sogni, appunto, ma anche le attese, le possibilità non ancora dispiegate. In questa immagine si riconosce una postura poetica precisa: non dominare il reale, ma accostarlo con rispetto, senza forzare il senso ma lasciandolo emergere. È, questa, una scelta che richiede disciplina dello sguardo e finezza di ascolto e che testimonia una maturità non comune: quella di chi sa che la poesia non è tanto invenzione quanto rivelazione, non costruzione, ma scoperta. Il titolo e il sottotitolo letti insieme delineano, così, uno spazio poetico coerente e profondamente abitato; un luogo in cui l’incanto non è evasione, ma forma di conoscenza e in cui ogni epifania – per quanto minima – porta con sé la traccia di uno sguardo vigile, colto, intimamente necessario. A partire da questa soglia, così densamente significativa, il libro si apre, poi, a una costellazione tematica sorprendentemente varia, ma mai dispersiva. La pluralità degli incanti si traduce, infatti, in una trama di motivi che si richiamano, si sfiorano, si rispecchiano, dando vita ad un paesaggio poetico a un tempo articolato e coerente. La Natura, non come semplice scenario, ma come organismo vivo, interlocutore silenzioso e profondamente partecipe (amo la terra/ che respira il vento/ splendido regista/ amante dei nostri sogni). Gli alberi, già evocati nel sottotitolo, non sono presenze decorative, del paesaggio, bensì nodi di memoria e di senso; così come la luce, le stagioni, le variazioni minime del paesaggio, diventano occasioni di ascolto e di rivelazione. È una Natura che non si lascia mai ridurre a simbolo univoco, ma che conserva una sua opacità fertile, una resistenza che invita il linguaggio a farsi più attento, più responsabile. Accanto a questa dimensione, si dispiega una linea più intima, in cui affiorano il tempo e la memoria, non come nostalgie compiaciute, ma come movimenti sotterranei che continuamente ridefiniscono il presente. I ricordi emergono spesso, per frammenti, per dettagli marginali e, proprio in questa loro parzialità, acquistano forza: non spiegano, ma illuminano, non chiudono, ma aprono. Non manca, inoltre, una riflessione mai dichiarata in modo programmatico, ma costantemente percepibile sulla parola stessa. La poesia qui sembra interrogarsi sui propri limiti e sulle proprie possibilità: quanto può dire davvero? Cosa resta inevitabilmente fuori? È in questi versi che i verbi trovano una loro misura etica, oltre che formale evitando sia l’enfasi che il ripiegamento. E, in filigrana, attraversa l’intera raccolta una sottile meditazione sull’assenza e sulla presenza: ciò che è visibile e ciò che si sottrae, ciò che resta e ciò che sfuma. Anche qui la varietà tematica non si traduce mai in dispersione, perché tutto è ricondotto ad uno sguardo unitario, a una sensibilità che riconosce nel molteplice,non una frattura, ma una forma più completa di coerenza.
È proprio questa capacità di tenere insieme registri diversi – il naturale e l’interiore, il visibile e l’invisibile, il detto e il taciuto – che testimonia ancora una volta una padronanza consapevole. Non si tratta di accumulare temi ma di attraversarli, di abitarli con una voce che sa modulare, sottrarre, attendere. E in questa attesa, in questa vigilanza discreta, si compie, forse, la più autentica forma di incanto. Scorrendo l’indice si coglie, con ancora maggiore evidenza, come questa varietà tematica trovi una sua concreta articolazione in nuclei precisi, quasi stazioni di un itinerario interiore che non procede per linee rette, ma per ritorni, scarti, improvvise illuminazioni. Titoli come “Itaca” chiamano in causa con discreta ma inequivocabile consapevolezza l’archetipo del viaggio e del ritorno: non tanto come approdo rassicurante, quanto come tensione, mai del tutto risolta, tra il desiderio di partire e quello, più segreto, di riconoscersi in un luogo – reale o interiore – che forse esiste solo nella misura in cui lo si cerca in questa direzione, la memoria non è semplice retrospettiva, ma costruzione continua di senso. Accanto a questo asse prevalentemente simbolico, si staglia, con forza, la dimensione degli affetti primari: “Tu padre immortale canto il tuo respiro […]” e “[…] Madre d’infinita dolcezza […]” sono solo due dei versi che racchiudono l’infinito e intimo universo dell’amore filiale e non solo. La parola, a questo punto, si fa inevitabilmente più esposta, senza mai cedere alla tentazione del sentimentalismo. Si avverte, piuttosto, una disciplina emotiva che consente di avvicinare queste figure fondanti senza irrigidirle in immagini convenzionali. Il “Tu” diretto, in particolare, di “Tu padre”, introduce una vibrazione dialogica che rende il testo luogo di relazione viva – così come in “Madre” – dove il legame, ancorché rievocativo, risulta essere ancora in atto, con tutta la tenerezza che tracima da ogni parola. Con “Muta Cassandra” emerge, poi, una tensione di ordine quasi mitico e, insieme, etico. La figura di Cassandra, condannata a dire il vero senza essere creduta, qui privata anche della voce, è “una divinità in fuga” in un mondo di uomini “rimasti orfani di virtù”. Immagine potente, che riverbera, ben oltre il riferimento colto, e si innesta in quella più ampia riflessione sul dire e sul tacere che attraversa l’intera raccolta Titoli, poi, come “C’è tanta solitudine”, riportano il discorso a una dimensione più immediata, quasi dichiarativa. Eppure, anche qui, Luca Carbonara evita ogni semplificazione; la solitudine non e’ mai univoca, ma si declina in svariate forme: talvolta vulnus, altre spazio necessario di ascolto – e diventa uno dei luoghi in cui l’epifania può, paradossalmente, accadere. Nel loro insieme, quei nuclei tematici non disegnano un catalogo, ma una mappa sensibile. Ciò che li tiene uniti, non è un programma, ma uno sguardo capace di riconoscere, in ciascuno di essi, una modalità dell’incanto, ora affidata alla memoria, ora alla relazione, ora al mito, alla Natura, all’impegno civile…alla parola, intesa come logos, che accetta di sostare sul limite del dicibile. In questa prospettiva, Epifanie d’incanti, si configura come un attraversamento rigoroso delle possibilità residue del linguaggio lirico contemporaneo. Lontano tanto dalla tentazione dell’ermetismo autoreferenziale, quanto da ogni immediata trasparenza confessionale, la scrittura offre una misura meditativa che affida alla rarefazione, alla sospensione e all’allusione, il compito di interrogare il reale nelle sue zone di maggiore resistenza semantica. Ne deriva una poesia che non cerca l’evento della rivelazione assoluta, ma lavora piuttosto sulla soglia dell’intermittenza percettiva, su quelle minime incrinature dell’esperienza in cui il mondo, sottraendosi all’automatismo del visibile, torna a manifestare la propria eccedenza di senso. È precisamente in questa tensione – insieme conoscitiva ed elegiaca – che la raccolta trova la propria qualità più autentica: nella capacità di restituire alla parola poetica, non una funzione ornamentale o consolatoria ma la responsabilità, oggi quanto mai necessaria, di custodire l’enigma, senza dissiparlo.
Resta, al termine della lettura, la sensazione di aver attraversato non tanto una raccolta di poesie, quanto una geografia dell’invisibile, un luogo in cui le cose, sottratte per un istante alla consuetudine dello sguardo – tornano a vibrare di una vita più segreta e remota. È in questa fedeltà all’indicibile, in questa paziente prossimità all’enigma, che Epifanie d’incanti riconsegna alla parola poetica la sua funzione più antica e più necessaria: custodire, nel cuore stesso del visibile, ciò che continua, silenziosamente, a eccederlo.
Angela Spano












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