La vita davanti a sé. La promessa mantenuta di un esordio

C’è un senso di prodigio nel lavoro d’esordio di Susanna Nicchiarelli, regista del bellissimo e dolente “Miss Marx” (2022), vista all’ultimo festival di Venezia con l’ennesimo atto d’amore verso una figura fuori-canone, quella Chiara d’Assisi che si ribella al padre, alle istituzioni e squarcia il velo del maschilismo ecclesiale.

Anche quest’opera prima, “Cosmonauta”, si configura come un racconto di formazione slabbrata, una fuga all’indietro che ha il sapore della nostalgia e dell’incanto, di un tempo così idealizzato (quello dei primi anni Sessanta) da apparire scomponibile, fatto di pezzi da riassemblare affinché risultino più vicini a noi, fra l’urgenza del recupero e la consapevolezza della perdita.

Al centro c’è la storia di Luciana, che scappa dalla chiesa il giorno della prima comunione. Interrogata dalla madre, dietro una porta chiusa, urla – a nove anni – “Sono comunista!”, dopo aver corso a perdifiato per le strade del Trullo, un po’ Antoine Doinel un po’ Sam Shakusky di “Moonrise Kingdom”, mentre in sottofondo esplode Caterina Caselli, ‘nessuno mi può giudicare’: nemmeno noi.

Il lavoro sul sonoro, che è cifra stilistica di Nicchiarelli, costruisce una tensione tra la linearità degli eventi e l’educazione sentimentale della protagonista, stretta tra il rifiuto del padre (o meglio, del patrigno), l’amore per il leaderino della sezione e un intenso, seppur germinale, senso di autodeterminazione. Gli anni dell’egemonia sullo spazio, dell’entusiasmo per Gagarin e Valentina Tereshoka, fanno così da sfondo a un percorso di smarcamento che è insieme la storia di un cuore in allarme, l’inventario dei primi dubbi e furori di una giovane a cui viene insegnato a comportarsi bene («certe cose non si fanno, e non si fanno con i compagni»), a tornare a casa in orario, a cedere il passo al maschio.

Ma Luciana non arretra, e in quella corsa che fin lì è stata sempre fuga – dalla Chiesa, dai genitori, dalle sedi assaltate – ritrova sé stessa davanti a un mare limpido, calmo, appena increspato dalle onde della sua rinascita.

Ginevra Amadio

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Cultura e dintorni Editore sul filo salvifico della Memoria

Il numero di matricola di Giovanni Tacchino, eroe silenzioso sopravvisuuto alla detenzione come Imi (militare italiano internato) nei campi di concentramento nazisti, riportato in sovraimpressione sulla copertina del suo romanzo autobiografico Il silenzio degli eroi edito da Cultura e dintorni Editore, il saggio di Pietro Piro, Auschwitz è ancora possibile? domanda e insieme questione cardine più attuale che mai, il romanzo autobiografico di Ramchamdra Salvi (Aiutati dai nemici), ufficiale indiano che riuscì rocambolescamente a fuggire dal campo di concentramento di Avezzano per essere poi salvato dagli abitanti di Villa San Sebastiano, il saggio sul Giardino dei Finzi Contini, il film toccante e drammatico di Vittorio De Sica tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani dedicato alla famiglia Finzi Contini deportata nei campi di annientamento nazisti.: l’impegno costante sentito e alimentato nel corso di tutti i giorni dell’anno e degli anni di vita di Cultura e dintorni Editore sul filo salvifico della Memoria, l’ineludibile riferimento senza il quale nessun futuro può essere anche solo immaginabile…

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Pasolini Photo days

Pasolini Photo days:

https://www.culturaedintorni.it/wp/wp-admin/post.php?post=337&action=edit

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Pasolini, the unmasked face. Il volto smascherato. Photo Days a Sacile (Pn). Presentazione mostra, volumi e premiazione migliori autori.

Pasolini Photo Days a Sacile!
Presentazione mostra, volumi e premiazione migliori autori.

Le associazioni dotART e Exhibit Around APS, promotrici del festival internazionale Trieste Photo Days, sono orogliose di annunciare che il progettoPasolini Photo Days raggiungerà il suo apice a Sacile!
 Sabato 4 marzo, alle ore 17, presso la Chiesa di San Gregorio di Sacile, sarà infatti presentata la mostra fotografica internazionale che celebra attraverso la fotografia l’eredità culturale e iconografica di Pier Paolo Pasolini in occasione del centenario della sua nascita. Durante l’evento verranno presentati ufficialmente i due volumi-tributo, Pasolini – Mythography e Pasolini – Il Volto Smascherato, dai quali è tratta la mostra.Interverranno inoltre i curatori dei volumi, Enrico Medda, Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Pisa, e Paolo Patui, scrittore, divulgatore culturale, ideatore del Festival Leggermente di San Daniele del Friuli.Sabato 4 marzo, a Sacile, saranno inoltre premiati i migliori autori dell’Open Call lanciata a livello internazionale, per entrambi i temi. Migliori autori di Pasolini Photo Days 2022 – Il Volto Smascherato: Miglior Autore: Giuseppe Piazza Menzione d’onore: Karine Ipekchian Menzione d’onore: Livio Morabito Menzione d’onore: Giuseppe Sabella Menzione d’onore: Gupse Tokgöz Migliori autori di Pasolini Photo Days 2022 – Mythography: Menzione d’onore: Mariolino Laudati Menzione d’onore: Cristina Garlesteanu Menzione d’onore: Javid Tafazoli Menzione d’onore: Marina Franci Pasolini Photo Days 2022 è realizzato con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, in collaborazione e con la Partnership di CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, Fondazione Pordenonelegge.it e dei Comuni di Cormons, Grado, Lignano Sabbiadoro, Sacile, San Daniele del Friuli e Sesto al Reghena.
Exhibit Around APS
Via San Francesco, 6
34133 Trieste – Italy
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La dipendenza da social network in scena con “F.O.M.O. Fear of missing out” in prima assoluta a Fortezza Est dal 18 al 21 gennaio 2023

F.O.M.O. Fear Of Missing Out

Creazione di Francesca Lombardo

con Valentina Buoninconti, Marcella Di Giacomo, Marzia Meddi 

ambiente sonoro Samuele Cestola 

foto Giada Spera

un ringraziamento speciale a Livia Porzio

Residenza Creativa Fortezza Est

FORTEZZA EST

19-20-21 Gennaio 2023 | h. 20:30

Debutta in prima assoluta a Fortezza Est dal 19 al 21 gennaio 2023 “F.O.M.O. Fear of missing out”, spettacolo ideato e diretto da Francesca Lombardo che indaga la contemporanea dipendenza da social network e l’ansia sociale di rimanere esclusi se disconessi, in scena Valentina Buoninconti, Marcella Di Giacomo, Marzia Meddi con ambiente sonoro di Samuele Cestola.

Viviamo in una società tecnologicamente avanzata, abbiamo un profilo su un social network, siamo un brand, un marchio, un progetto che va promosso affinché rimanga in vita perché “se non sei online non esisti” e il tuo progetto muore. La società delle Performance è una società che divora tutto e rende tutto commercializzabile. Oggi esistono solo performers interessati allo sviluppo del proprio progetto non solo in ambito lavorativo ma in ogni momento della propria vita. Si tende a comunicare solo ciò che è positivo, il negativo può essere nascosto, eliminato. La realtà è continuamente aggiustata e filtrata per entrare meglio in uno scatto. Bisogna produrre contenuti nuovi ogni giorno, fare di tutto per non sparire, investire sulla visibilità, essere sempre sul pezzo non farsi dimenticare. Questa è la FOMO, letteralmente è la paura di perdere, la paura di essere tagliati fuori, di perdersi qualcosa di importante, di essere esclusi. Una nuova forma di ansia sociale, uno stato di oppressione che porta alla dipendenza da social network. Come si può non vivere con l’ansia, se la performance riuscita di ieri è già stata dimenticata e bisogna inventarsene una nuova?! Ed è in questa corsa verso qualcosa che non si sa neanche bene cos’è che si rischia di perdere autenticità. Siamo esseri complessi e la complessità ha bisogno di uno spazio vitale che sia contemplativo…eppure sembra non ci sia molto spazio per il silenzio.

L’intento della mia ricerca – spiega Francesca Lombardo – non è la critica indignata alla tecnologia o ai social in quanto tali ma una riflessione sulle dinamiche sociali che ci attraversano ed influenzano costantemente. Spesso mi ritrovo ad essere spettatrice di una società che va troppo veloce, in cui lo switch tra privato e pubblico non è così poi tanto immediato, scontato e obbligato. La mia ricerca trae ispirazione dal libro “La società delle Performance” di M. Gancitano e A. Colamedici, filosofi, scrittori e fondatori del progetto Tlon”

In scena tre prototipi di profili social da cui sbirciare dinamiche che si manifestano di continuo sui social network, dall’artista impegnata, dalla giovane modella che presta il suo corpo a qualche marca di moda, alla yogina che tenta di mantenere autentico il proprio respiro nonostante uno schermo e un pubblico sempre esperto e giudicante. Tutte impegnate nel proprio progetto e in relazione amorosa/ossessiva con il proprio device. Qualunque sia l’ossessione e in qualunque forma appaia, dietro si cela una disperata ricerca di senso. La finalità della ricerca di Francesca Lombardo è quella di generare domande e riflessioni su come abitiamo e viviamo la Società delle Performance. Quanto è profonda e consapevole l’esposizione della propria vita e del proprio corpo ad un pubblico sconfinato come quello del web?

F.O.M.O. Fear of missing out 19-20-21 Gennaio ore 20:30

Stagione 2022/2023 VOLI PINDARICI – Fortezza Est

via Francesco Laparelli, 62 Roma – Tor Pignattara

Orario Spettacoli giov- ven-sab ore 20:30

biglietto unico 12.00€

www.fortezzaest.com

info e prenotazioni mail prenotazionifortezzaest@gmail.com | whatsapp 329.8027943| 349.4356219

biglietti online: urly.it/3rrf3

Ufficio Stampa Eleonora Turco eleonoraturco.press@gmail.com 3298027943

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“Cinema da scrivere” la nostra nuova pagina dedicata al Cinema di Ieri e al Cinema di Oggi

“Cinema da scrivere” la nostra nuova pagina dedicata al Cinema declinata seguendo due focus, l’uno dedicato al Cinema di Ieri, l’altro al Cinema di Oggi con recensioni, approfondimenti, disamine critiche sui film che hanno fatto e faranno la Storia del Cinema. Di seguito il link:

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La veridicità dell’immaginazione. Intervista a Renzo Di Renzo

Intervista a Renzo Di Renzo

a cura di Luca Carbonara

La copertina del libro di Renzo Di Renzo Ritratti veri di persone immaginarie

A lettura ultimata di questa tua ultima fatica letteraria, un piccolo scrigno a un tempo di verità, bellezza e saggezza, a ricordare una preziosa quanto rara plaquette,  Ritratti veri di persone immaginarie, silloge edita da Helvetia Editrice, a ben ragione inserita nella collana “Taccuini d’autore”, non si può non rimanere assorti a ripercorrere e a rivivere, come fossero fotogrammi riavvolti di una pellicola, la carrellata di personaggi protagonisti di queste rapide pennellate di sguardi e di parole. A colpire subito è infatti la commistione e la contaminazione dei linguaggi, figurativo/visivo e letterario, proposti in un mutuo e proficuo dialogo. Qual è stata la genesi di questo progetto editoriale?

Quando studiavo pianoforte ero innamorato di Erik Satie. Al di là del personaggio, mi incuriosiva il suo approccio alla musica in connessione con le altre arti. Parade è una vera e propria opera “sinestetica” in cui la musica di Satie si mescola ai testi di Cocteau, alla scenografia e ai costumi di Picasso e infine alla coreografia e all’azione scenica dei Balletti Russi di Djagilev. Ma anche più banalmente, nel breve excerpt sul frontespizio dello spartito di Sports et Divertissement Erik Satie sottolineava come quella pubblicazione fosse composta di due elementi artistici: disegno, il pentagramma, e musica, il suono. Questa contaminazione di segni e linguaggi è nella natura stessa dell’uomo e dei nostri sensi e mi ha sempre affascinato, anche nel mio vecchio lavoro di Direttore Creativo a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del Gruppo Benetton.

L’autore Renzo Di Renzo

Avevo già scritto tre libri con immagini per bambini, ma allora le immagini erano venute dopo, a “illustrare” appunto il testo. In questo caso il procedimento è stato inverso: sono venute prima le immagini e poi il testo a commento, non una didascalia o spiegazione, ma una sorta di estensione di quelle immagini sotto altra forma, con un altro linguaggio appunto. Mi sono lasciato ispirare da quei volti semplicemente guardandoli, come mi capita spesso anche in un autobus o in treno, guardando i visi di chi mi viaggia accanto e immaginandomi le loro vite. Quei di-segni di Camuffo erano dei “segni”, appunto, che rappresentavano già una storia, ritratti “scarnificati” letteralmente, privati della carne e perciò in qualche modo resi mistici, iconici, ridotti all’essenza. La stessa cosa che io ho provato a fare con le parole, partendo da un testo molto più lungo e poi via via togliendo, costringendomi entro un numero di battute in grado di stare in una facciata, per arrivare all’essenziale, come insegnava Bruno Munari: Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuol fare. È stato un esercizio di privazione, a suo modo mistico, ascetico, ma anche molto divertente: un “divertissement” anche questo, in fondo, per ritornare a Satie. E naturalmente, per completare quell’attitudine “sinestetica” cui anche accennavo all’inizio, era poi necessario che questo piccolo libro avesse una sua forma, una sua grafica e un suo design per gli occhi, la carta ruvida al punto giusto per sollecitare i polpastrelli delle dita nel voltare le pagine, e il suono che questo produce: tutte cose che questa piccola collana di “Taccuini d’Autore” di Helvetia – che hai definito rara e preziosa, e di cui bisogna dare merito a Daniela Spagnol e Roberto Ferrucci – soddisfa a pieno.

In che misura e in che termini la tua ricca e variegata produzione, che è insieme artistica e letteraria, e di conseguenza la tua “visione”, è stata influenzata dalle tue molteplici attività, in ambito accademico e non solo, di studio e di ricerca da un lato nel campo della comunicazione dall’altro in quello articolato dell’immagine, del design e della poesia?

Credo che, al di là della contaminazione dei linguaggi di cui abbiano parlato, la parola “comunicazione”, che giustamente hai citato nella domanda, contenga già la risposta. Comunicare significa “mettere in comune”: non basta parlare, scrivere, disegnare, suonare per comunicare; occorre che quello che fai arrivi a destinazione, abbia in qualche modo un pubblico, anche una sola persona. Se insegno devo riuscire a trasferire qualcosa ai miei studenti. Se sviluppo una campagna pubblicitaria devo poter colpire un “target”, come si dice nei libri di Marketing con un pessimo termine e una pessima metafora. Se scrivo, e soprattutto se decido di pubblicare quello che scrivo, devo poter credere che ci sia almeno un lettore disposto e interessato a leggere quello che ho scritto (Manzoni parlava dei suoi venticinque lettori, io in proporzione non aspiro che a uno).

In fondo anche le diverse discipline, i diversi lavori che faccio e ho fatto, non sono che altrettanti strumenti per esprimere qualcosa: quello che contano sono le idee, gli strumenti vengono dopo; i sentimenti, le emozioni restano sempre gli stessi, dall’inizio dei tempi ad oggi, mentre cambiano i modi e gli strumenti per esprimerle. Certo, il media è il messaggio o il “massaggio” come scriveva McLuhan, influisce, produce comunque un effetto diverso, ma il dato di partenza, la causa, è la stessa, e se non c’è un’idea, un’emozione, l’effetto è nullo.

A parte questo, io mi sono sempre rifiutato di dare alla mia scrittura la dignità di “mestiere”. Non sono uno “scrittore” ma solo uno che scrive e pubblica dei libri, un dilettante nel vero senso della parola. Fortunatamente non devo guadagnarmi da vivere con la scrittura e questo mi permette anche di scrivere e pubblicare solo quando ho qualcosa da dire e solo quando mi diverto e ho voglia.

È evidente la tua straordinaria capacità di “vedere” oltre i contorni delle cose fisicamente tangibili ed esperibili: ma che cos’è per te la realtà e in che cosa consiste la tua effettiva osservazione? In quanti e quali piani si può suddividere la sua “lettura”?

Quando si dice che “un’immagine vale più di mille parole” si fa un’affermazione in parte falsa, perché un’immagine tende a definire una cosa nella sua realtà oggettiva, mentre la parola, anche la più precisa, ammette sempre un margine di errore e lascia più spazio, paradossalmente, all’immaginazione. Senza volerci addentrare troppo sulla solita questione della realtà e della sua rappresentazione (“questa non è una pipa” per citare Magritte), se vedi la fotografia di un sasso, quello è: ha una sua forma e un suo colore preciso. Ma se io dico o scrivo la parola “sasso” posso immaginarmelo in mille forme e colori diversi. La scrittura è un’arte molto più democratica, ad esempio, del cinema o delle serie televisive tanto in voga, in cui un regista esercita la sua particolare forma di dittatura; e per questo la scrittura è anche più difficile da fruire, meno popolare, perché richiede più impegno, il coinvolgimento attivo del lettore. Quante volte alla domanda “hai letto questo o quel libro?” ci siamo sentiti rispondere “no, ma ho visto il film!”. Ecco, tutti quegli “spettatori” passivi non sanno di aver visto solo una versione della storia, non sanno cosa si sono persi, quali sfumature poteva avere la parola “grigio” che lo scrittore o lo sceneggiatore aveva usato per descrivere il colore di un sasso. Quindi è la parola che vale mille immagini, alla fine, e non viceversa. E dentro quelle immagini che noi ricreiamo nella nostra testa c’è la realtà: non “la” realtà ma “la nostra” realtà, diversa per ognuno di noi, perché diversi sono i nostri punti di vista, anche fisicamente, diversi i nostri riferimenti culturali, diverso il nostro vissuto affettivo e sentimentale (per inciso, se sento la parola “sasso” io continuo a vedere quello che da bambino mi ha colpito in fronte, rotolato da una scarpata durante una gita in montagna, provocando una cascata di sangue che mi ha coperto il viso).

Nel leggere e osservare in rapida successione I ritratti veri, sapientemente tratteggiati da Giorgio Camuffo, si ha come l’impressione di veder sfilare davanti a sé un’umanità dolente, divenuta anaffettiva, senza più amore e malata di nostalgia e solitudine, fotografata dalla scienza di aristotelica memoria della fisiognomica che attraverso i tratti del e sul volto riesce a cogliere il respiro dell’anima e dello spirito dei personaggi che, in contraddizione con il titolo, non sembrano però affatto immaginari. Quanto è labile il confine tra realtà e immaginazione? Non credi che solo per il fatto di immaginare un personaggio o una realtà altra questi in verità esistano e consistano?

È vero, quei ritratti apparentemente così semplici di Camuffo, sono intrisi di umanità. È questo che mi ha colpito fin dall’inizio. Se non fosse così non avrei mai iniziato a scrivere di loro. Non ho mai chiesto nemmeno a Camuffo se quelli fossero effettivamente dei ritratti di persone reali, che lui ha incrociato nella sua vita (so per altro che sta scrivendo un libro bellissimo, con altri disegni e storie di persone che abitavano nel quartiere popolare in cui lui viveva da ragazzo). Non mi interessava, in fondo. Per me erano perfetti sconosciuti, quindi persone immaginarie, volti di una commedia dell’arte che assomiglia alla vita, e per questo alla fine quei ritratti mi sembravano al contrario così veri, reali. A tratti mi ricordavano persone che io stesso avevo conosciuto, come Amalia, la figlia “strana” del vicino, oppure come Olindo, il “tombeur de femme” delle sagre di paese. Altri avevano una caratteristica che faceva scaturire storie a cui non avrei mai pensato, che si sono quasi scritte da sole, come Agata la gemella siamese. Non ho citato a caso Hans-Georg Gadamer di Verità e Metodo nella postfazione. Lungi dal voler attribuire il titolo di “opera d’arte” a questo piccolo libro, ne condividevo appieno il suo approccio come forma di conoscenza della realtà e di sé: “Ciò che propriamente si sperimenta in un’opera d’arte, ciò che in essa attrae la nostra attenzione, è piuttosto il suo essere o no vera, il fatto cioè che chi la contempla possa conoscere e riconoscere in essa qualcosa, e insieme se stesso”. La verità non ha nulla a che vedere con la realtà, e per questo i ritratti hanno la pretesa di essere “veri”, assolutamente veri, ancorché di persone immaginarie.

Si può dire che nei personaggi immaginari di questi ritratti, nei loro tic e aberrazioni, nel loro essere paradigmi dell’umanità, vivono e palpitano i caratteri, umani, umanissimi di ciascuno di noi?

Credo che questo tuo lapsus sia significativo: in realtà non si tratta di “personaggi” appunto, come li hai chiamati per errore, ma di persone e in quanto tali dotati di sentimenti comuni, di passioni, amori, paure, brividi che prima o poi abbiamo provato anche noi, sulla nostra pelle. È quello che dicevamo prima riguardo la “verità” di questi ritratti. A me stupisce, anzi spaventa, la superficialità dei giudizi a cui ci hanno abituato i social media. Io ho sempre in mente una frase, non so di chi sia in realtà, probabilmente di un reverendo scozzese dell’Ottocento, che è diventata però il mio mantra quando vedo o incontro qualcuno che non conosco: “Sii gentile, perché ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla”. Ecco, in quei volti io ho cercato di indagare le “battaglie” più o meno dure che tutti noi attraversiamo o abbiamo attraversato: il bullismo inconsapevole subito da bambini, un amore perduto per sempre o atteso invano, un attimo che ci ha cambiato per sempre, il rapporto con un figlio, una malattia, insomma i piccoli scarti dalla “normalità”, dettagli che proprio in quanto tali non sono mai insignificanti.

Quali sono i tuoi programmi futuri?

Prima ho detto che fortunatamente non devo guadagnarmi da vivere con la scrittura; ora dovrei dire viceversa che “sfortunatamente” devo comunque lavorare per vivere. Oltre all’insegnamento in Università, che è in fondo un pretesto per continuare a frequentare ragazzi di vent’anni o poco più, ho uno studio di comunicazione di oltre cinquanta persone che mi impegna abbastanza. Certo, sono consapevole che quello del tempo che manca a volte è solo un alibi, ma sono altrettanto convinto che la scrittura richieda un esercizio costante, ostinato, quotidiano che io non mi posso permettere. In più il mio è comunque un lavoro intellettuale, creativo in qualche modo, in cui devo impiegare i pochi neuroni che ho a disposizione: è un po’ come fare il pianista da pianobar quando vorresti fare il musicista classico, un po’ di passione e di idee ce le devi mettere, ma poi non restano per altro. Sarebbe più semplice fare un lavoro prettamente manuale e ricavarsi del tempo per scrivere. Ma non mi posso lamentare. Ho solo bisogno di forme di scrittura brevi, estemporanee, occasionali. C’è un romanzo di cui ho scritto circa trenta pagine che aspetta lì da anni, c’è un piccolo libro già pronto sulla fine del mondo con delle illustrazioni di Lucio Schiavon bellissime, ma è difficile trovare un editore perché i libri illustrati costano. Quindi davvero, non saprei risponderti sui programmi futuri, non ne faccio mai: mi limito a vivere e ad attraversare le mie personali battaglie, come in fondo facciamo tutti noi.

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Fortezza Est 13-14 gennaio “The Show” una struggente storia di Wrestling: una divertente riflessione sulla femminilità, il potere personale e i pregiudizi scritta da Manuela De Meo, protagonista Elisa Denti diretta da Luigi D’Elia

In scena a Fortezza Est 13 e 14 gennaio 2023 lo spettacolo “The Show” una struggente storia di Wrestling, una riflessione pungente sul potere personale, la femminilità, i pregiudizi su di sé e su glialtri, e sul senso del limite, scritta da Manuela De Meo, protagonista Elisa Denti diretta da Luigi D’Elia.

Adele è cinica, timida, tagliente e con una bestia interiore assopita sotto il disagio che l’accompagna in ogni momento della sua vita. La incontriamo nel momento in cui si iscrive – involontariamente – ad un corso di wrestling. Ne seguiamo i pensieri più intimi, empatizzando col suo mondo, finendo per affezionarci a lei e alle sue insicurezze. “The Show” corre tutto d’un fiato verso l’esplosione finale, è una confidenza al pubblico fatta di battute, goffaggini e affetto. Un monologo che triangola tra la vita reale, la mente di Adele e il dialogo con gli spettatori che ci mostra la complessità dell’animo umano. The show parla di alienazione e intimità, della gioia terrificante del cambiamento. Parla di amicizia. Parla di vulnerabilità e di meschinità, di giochi di potere e di incomprensioni, del diritto ad essere felici. Adele sarà libera infine? Troverà il suo posto nel mondo? In un mondo che fa di tutto per essere prestante e competitivo, una storia intima di ascolto e cambiamento nel breve arco di una semplice, e innocua, avventura di wrestling.

Il progetto nasce dall’esigenza di Elisa Denti di investigare il tema del rapporto con il peso corporeo, soprattutto dal punto di vista femminile, e delle implicazioni che comporta sulla personalità.

Stagione 2022/2023 VOLI PINDARICI – Fortezza Est

via Francesco Laparelli, 62 Roma – Tor Pignattara

Orario Spettacoli ven-sab ore 20:30

biglietto unico 12.00€

www.fortezzaest.com

info e prenotazioni mail prenotazionifortezzaest@gmail.com | whatsapp 329.8027943| 349.4356219

biglietti on line https://oooh.events/evento/the-show-fortezza-est-biglietti/

Ufficio Stampa Eleonora Turco eleonoraturco.press@gmail.com 3298027943

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La recensione al nuovo saggio di cinema edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore “Profumo di donna. Un percorso di ri-nascita e ri-conoscenza”

Il nuovo saggio edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore nella collana Saggi/Cinema Profumo di donna. Un percorso di ri-nascita e ri-conoscenza si inserisce in uno dei filoni di studio e di ricerca della casa editrice che dal 2014 ha visto uscire una serie di titoli, nell’ordine Dieci registi in cerca d’autore (Amedeo Di Sora – Gerry Guida, Roma Cultura e dintorni Editore, 2014), C’eravamo tanto amati. Trent’anni di storia italiana al cinema (Amedeo Di Sora – Gerry Guida, Roma Cultura e dintorni Editore, 2017), Il giardino dei Finzi Contini. Un percorso tra Storia, Cinema e Letteratura (Gerry Guida, Roma Cultura e dintorni Editore, 2019), il cui denominatore comune è sì il racconto della genesi e, insieme, l’analisi dei film e dei loro temi e motivi ispiratori ma soprattutto è lo scandaglio che ciascuna di queste opere si propone di essere di quel misterioso e sempre più stretto rapporto tra il cinema e la letteratura. Vale a dire il legame, sarebbe meglio dire la dipendenza dal momento che si scrive sempre meno per il cinema, tra la Settima Arte e le opere letterarie che divengono ineludibili fonti di ispirazione. Lo scopo di una tale indagine è perciò duplice o, meglio, più articolato: il rapporto tra cinema e letteratura da un lato e la comparazione/commistione/contaminazione dei rispettivi linguaggi espressivi dall’altro in un mutuo e proficuo dialogo. La lettura di un romanzo, del resto, corrisponde già a una “visione” messa in moto dal motore dell’immaginazione e sarà unica per ciascun lettore e tale resterà per tutti coloro che ne fruiranno come singoli lettori. La “visione” di un film tratto da quella stessa opera sarà altrettanto unica per ciascun spettatore ma sarà intermediata, e in qualche misura guidata, dalla “lettura” dello/degli sceneggiatore/i e del regista che ne avranno data una propria lettura e interpretazione. “Visione” che potrà essere condizionata nel senso di intermediata anche dalla lettura che avrà fatto o farà lo spettatore dell’opera letteraria ispiratrice del film. Il tema perciò è quello annoso, e da sempre discusso anche in modo molto acceso e polemico, della trasposizione di un’opera letteraria, e quindi del suo adattamento, in un’opera cinematografica. Ed è una comparazione sempre molto difficile se non impossibile proprio per l’unicità e intraducibilità dei rispettivi registri e codici espressivi. In quest’ottica di commistioni di linguaggi diversi una delle particolarità che rende unico questo saggio edito da Cultura e dintorni è data dal fatto che gli autori nella prima parte dell’opera vivisezionano il film sequenza per sequenza accompagnando questa operazione con una scrittura filmica. Il risultato è che leggendo il libro si “vede” il film e chi dovesse vedere il film dopo aver letto il libro avrà l’impressione di averlo già “visto”. Profumo di donna, film uscito nel 1974 per la regia di Dino Risi, oggetto dell’accurata analisi di questo saggio prefato da Valerio Caprara e ricco di spunti, approfondimenti e interviste, trasse ispirazione dal romanzo di Giovanni Arpino Il buio e il miele pubblicato da Rizzoli nel 1969, l’altro corno dell’indagine di questo volume edito da Cultura e dintorni, e rappresenta a tutt’oggi uno di quei casi in cui l’opera cinematografica più e meglio si avvicina e si amalgama all’opera letteraria. Dino Risi, che insieme a Ruggero Maccari ne scrisse la sceneggiatura, rimase molto fedele all’opera di Arpino che, come altre sue opere e più in generale la sua scrittura dal ritmo incalzante, ben si prestava a una riduzione cinematografica e in questa fortunata trasduzione riuscì, come per altri aspetti e motivi era accaduto dodici anni prima con Il sorpasso, a fare della sua opera uno specchio, una sorta di cassa di risonanza, rivelatore dei tempi in cui il film uscì, quei turbolenti anni Settanta così diversi dagli anni del boom del decennio precedente. Il buio e il miele, titolo già particolarmente evocativo e poetico, che era stato pubblicato solo pochi anni prima, nel 1969, in un certo modo preconizzò i tempi collocandosi la sua uscita proprio alla fine di quel decennio, che con il boom economico e le promesse di un effimero quanto illusorio benessere per tutti aveva finito per far deflagrare, anche drammaticamente e nel sangue con la strage di piazza Fontana, tutte le sue contraddizioni e le istanze ideologiche e sociali, e caratterizzandosi per la sua forte impronta esistenziale. Il “viaggio”, allora, che non a caso ritorna in Profumo di donna, l’espediente narrativo principe della filmografia di Risi di quegli anni, “suggerito” o, meglio, richiamato questa volta al regista dall’opera di Arpino, fu lo strumento, utilizzato nuovamente in forma di metafora, che permise a Risi, alias Gassman, suo alter ego ideale (come lo fu Mastroianni di Fellini), immenso in quella che forse è stata la sua più intensa interpretazione, il capitano dell’esercito Fausto G., di compiere, accanto al “viaggio” da Torino a Napoli, intramezzato da due tappe a Genova e a Roma, accompagnato dal giovanissimo attendente Ciccio (lo sfortunato Alessandro Momo, che morì giovanissimo vittima di un incidente motociclistico), quel viaggio interiore, vera meta e scopo del film, quel percorso catartico dai molteplici valori, significati e chiavi di lettura. Come dice il critico cinematografico Alberto Farina “Profumo di donna è un film che ha due anime che si sovrappongono apparentemente in contrasto ma che in realtà sono in simbiosi. È un film su un desiderio di vita che corteggia la morte, un film su qualcuno che non si arrende nonostante sia stato privato di uno dei sensi, la vista, e viva al massimo quello che gli resta da vivere forse perché sta tirando le somme della sua vita”. Il “viaggio” che ritorna dunque dodici anni dopo Il sorpasso, già nel titolo il manifesto di un’epoca, nel solco della tradizione dei road movie, con affinità e, insieme, con modalità diverse così come lo stesso Gassman, iconico protagonista, che riesce a inventare un personaggio e al tempo stesso a non tradire il personaggio che interpreta, spaccone, guascone è sì l’elemento portante, dominante, il più forte della coppia, dalla personalità talmente spiccata da influenzare quella del compagno di “viaggio”, come già nel duo Gassman-Trintignant del Sorpasso, ma menomato adesso nel fisico, fragile e vero nei suoi momenti di disperazione, divenuto cieco e privato dell’uso di un braccio in seguito a un incidente occorsogli durante un’esercitazione militare.  Menomazione che è a sua volta simbolica rappresentazione di una mutata condizione dell’uomo minato nel fisico e nell’anima al punto da pianificare lucidamente la propria morte: un lucido e consapevole “viaggio” verso la morte. Ma se nel Sorpasso la tronfia spacconeria, la beffarda spavalderia dell’uomo, e insieme del suo momento storico, hanno un esito tragico e inappellabile, con la drammatica morte del giovane e puro personaggio interpretato da Trintignant causata dalla dabbenaggine dello spericolato Bruno Cortona (Gassman), in Profumo di donna l’irruzione del sentimento, di quell’amore incondizionato provato per il Capitano dalla giovane Sara (interpretata dalla bravissima Agostina Belli) muterà l’esito di un destino già scritto. Ed è qui, in quel “viaggio” che si rivela essere un percorso catartico di ri-nascita per il dissacrante protagonista, fino ad allora imbevuto di nichilismo e di cinismo, in quel grido disperato “Sara!”, invocata da Gassman nella scena finale del film seguito dall’accorata domanda “Tu sai camminare?” che si compie la sua redenzione. Nella ri-conoscenza e nel ri-conoscimento della forza dell’amore, Amor che nullo amato amar perdona, perché amare, ha ragione Risi, significa scegliere, come dice convintamente Sara a Ciccio, e quando si compie una scelta, questa scelta, non può essere che per sempre.

                                                                                                                           Luca Carbonara

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Un Felice e sereno Natale a tutti voi

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