In braccio al niente

Claudio Scaramella
In braccio al niente

Cultura e dintorni Editore, Roma, 2011

Silloge poetica che si caratterizza per la forte intensità emotiva e la profondità dell’ispirazione. Si tratta del felice e promettente esordio in ambito editoriale di un giovane poeta che sembra però già essere in possesso di quelle originali chiavi di lettura, interpretazione e traduzione lirica dell’animo umano: un dialogo aperto con le profondità di un sentire che diventa gnoseologico, in grado cioè di arrivare alla conoscenza proprio attraverso la sensibilità. La Poesia, che per definizione è icastica, corrisponde a questa folgorazione, all’innata capacità che ha il poeta di cogliere l’impercettibile, l’invisibile e l’inaudibile e di tradurre l’intraducibile. Claudio Scaramella, voce poetica di indubbio valore e talento, compie dunque un percorso catartico che nel verso In braccio al niente, che dà il titolo alla silloge poetica, trova il proprio paradigma: quell’immagine felice, quell’illuminazione che riesce ad essere un’esplicita rappresentazione della condizione del poeta come dell’uomo.

(dalla prefazione di Luca Carbonara)

Claudio Scaramella è nato a Marino (RM) nel 1986. Laureatosi in Giurisprudenza nel 2009 attualmente esercita il praticantato notarile e forense presso uno studio di Roma. Appassionato di viaggi e lingue straniere ha soggiornato per lunghi periodi negli Stati Uniti, in Brasile e in Spagna.

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n. 002/003 Marzo-Aprile / Maggio-Giugno 2011

La copertina

Sommario
L’editoriale
Il dovere di essere (e di restare) umani
Rubriche
Questioni letterarie
Il desiderio di utopia e la via al surreale
Questioni formali d’avanguardia
Psicoterapia e Cultura
Sogno è realtà
Il coaching
Lifealignment
Scritture femminili
Tra passato e futuro, Anna Banti ci scrive da un paese lontano
Scuola & Cultura
A scuola dalle stellette
Giocare con il linguaggio
Storpionimi
Scritture alternative
Laboratorio Lapsus, Esercizi di visione poetica per Amori Impossibili
Glue, dove eravamo rimasti?
Ecosostenibilità, arte, natura, cultura
Il sentiero verso il tesoro
Associazione onlus Colle Pardo
Architettura sostenibile
Il paesaggio italiano: un tesoro collettivo
Arte è Cultura
Passeggiate d’arte
L’incontro. Dan Perjovschi
Mostre
Tamara de Lempicka. La regina della modernità
Teatro e Spettacolo
Burlesque (seconda parte)
Le donne tra versi e teatro
L’oasi della Poesia
Il mio incontro con Pablo Neruda
Musica e Cultura
Finalmente l’Archivio sonoro di Puglia: niente più ragnatele, meglio una Rete
Letteratura, politica, società contemporanea: il sogno eretico di Caparezza
Un “odore” particolare di musica. Incontro con Ismaila Mbaye
Prisma
La carità intellettuale, virtù da riscoprire
Questioni filosofiche
Paolo di Tarso
In segreto (seconda parte)
Storia e Cultura
Sorelle d’Italia
A cento anni dall’inizio della revoluciòn mexicana Lucio Settimio Severo, l’Imperatore che inventò Albano
Diritto e Cultura
Riflessioni sull’analisi cubista e penalista
Scienza è Cultura
L’ordine nel disordine: i frattali
Il rituale e la scienza
Cinema e Cultura
La prima proiezione
Mostri Sacri
“Il cigno nero. La passione che danza”
Il più grande raduno di giovani registi del mondo
La provincia delle meraviglie
Lo sbarco di Anzio e l’importanaza della Memoria
La missione Diomede e l’Ahnenerbe
Il Christo del labirinto di Alatri
Altri mondi, culture altre
Cronaca Mondo Afghanistan: dove giocare a calcio, per una donna, è già una partita vinta
Un pezzo di lei
In libreria
L’osservatorio
Appunti di viaggio
Interviste
Walter Mauro: La letteratura è un cortile
Laila: Il diario dei sogni
Lorenzo Simonetti: L’opera d’arte “primitiva” come un incantesimo… o come una preghiera
Emiliano Poddi: Le cose vere e quelle che si raccontano
Valeria Testoni: L’isola del tesoro
Malosmannaja: Vox silentis Ovvero come uscire vivi dal mainstream
Marilde Trinchero: La solitudine delle madri
Carla Cassola: ALICE si meraviglia
Violapolvere: Una luce violapolvere copre le “Distanze” dello spazio musicale
Marco Filippetti: La Pittura come destino
Fabrizio Corvi: La scatola magica

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Gianni Borgna: Roma Capitale Europea della Cultura

a cura di Luca Carbonara (estratto dell’intervista)

Tra i molteplici ruoli da lei ricoperti, tra gli altri da Assessore alla Cultura del Comune di Roma, a docente universitario, all’attuale prestigiosa carica di Presidente della Fondazione Musica per Roma, quale ritiene essere il più congeniale alla sua indole e alla sua formazione?
Di queste citate la mia esperienza di assessore, soprattutto all’inizio, è stata forse quella più assorbente ed esaltante. Dico soprattutto all’inizio perché quando nel 1993 arrivammo in Campidoglio, con Rutelli eletto sindaco dai cittadini per la prima volta, il Comune di Roma era stato a lungo commissariato e quindi la nuova giunta, per età e per tipologie di assessori, ha dato alla città una grande scossa e anche per noi quella è stata un’esperienza molto bella di progettazione di qualcosa di nuovo. Era anche il momento in cui si parlava di partito dei sindaci e gli stessi partiti politici, strutturati così come erano stati fino ad allora, avevano perso la loro presa troppo pervasiva e quindi eravamo tutti abbastanza liberi di fare quello che ritenevamo giusto fare. C’è stato poi un ritorno prepotente dei partiti completamente diversi però da quelli del passato perché i partiti che ho conosciuto e nei quali ho anche vissuto, in particolare il Partito Comunista, nella cosiddetta Prima Repubblica, con tutti i loro difetti e limiti, erano però delle grandi organizzazioni di massa dove tra l’altro c’era una solidarietà collettiva. I partiti oggi non sono più questo, sono gruppi spesso di potere, comitati elettorali, hanno perso questa loro fisionomia e quando c’è stato il ritorno di partiti di questo tipo, ben diversi da quelli della ingiustamente vituperata Prima Repubblica, si è persa anche quella autonomia di cui noi abbiamo goduto nel periodo di Rutelli perché di nuovo tutto era deciso nell’ambito dei partiti e non più dai singoli e non più solo attraverso le competenze di chi era chiamato a governare la città.
Arte e Società: in che misura è davvero possibile un dialogo e che possibilità ci sono che la Cultura e l’Arte diventino finalmente un volano anche per lo sviluppo economico e sociale?
Io sono convinto che la Cultura e l’Arte valgano e debbano valere di per sé ed è purtroppo una deformazione dell’Italia di oggi soprattutto pensare che bisogna comunque trovare una giustificazione economica all’arte e alla cultura perché altrimenti sono attività inutili ed è meglio lasciar perdere. Questa è una visione dell’Italia di oggi che è un Paese gretto, meschino e direi anche piuttosto declassato perché dalla Francia, alla Germania, all’Inghilterra, alla Spagna, agli stessi Stati Uniti, ovunque nel mondo, anche alla Cina, è a tutti chiaro che la Cultura è un grandissimo valore di per sé e che se un Paese non si fonda sullo studio, sulla scuola, sulla ricerca, sulla Cultura, è un Paese senz’anima. L’Italia poi che è il Paese della Cultura, perché i nostri antenati ci hanno lasciato opere, monumenti, musei, bellezze naturali e paesaggistiche (il petrolio dell’Italia, per dirla banalmente, è la Cultura), non capisce questo anzi taglia soprattutto nella Cultura pensando che siano cose inutili perché, come dice il Ministro Tremonti, di Cultura non si mangia, è un Paese perduto. Dobbiamo solo sperare che questo Paese cambi al più presto. Detto questo, è chiaro che la cultura, l’arte, le bellezze naturali, i monumenti, i musei possono anche avere un indotto economico, perché mettendoli a valore nel modo giusto, e anche nel modo moderno in cui tutto questo si fa, possono produrre posti di lavoro, occupazione, possono essere importanti anche per l’economia di un Paese, per il turismo, ma la Cultura va protetta anche se non servisse a nulla perché serve molto di più di quanto si immagina alla vita delle persone. Una vita senza Cultura, senz’arte, senza poesia è una vita senza senso. Purtroppo oggi, che siamo diventati tutti così ignoranti, capiamo perché poi la gente è violenta, compie quotidianamente delitti anche assurdi: perché non ha cultura, quindi non ha anima. Ricordo sempre quello che mi disse una volta un dirigente storico del Partito Comunista Italiano, che era stato molto vicino a Togliatti nella fondazione del grande Partito Comunista che ovviamente non esiste più, che si chiamava Paolo Bufalini. Ebbene Bufalini mi raccontava questo: era stato preso prigioniero dai tedeschi in Jugoslavia nell’ultima guerra e le condizioni di questi prigionieri come lui erano talmente pesanti che lui vedeva quotidianamente morire tantissimi compagni di prigionia compresi gli operai cioè gente che aveva un fisico di gran lunga più forte del suo. Ma perché morivano? Perché poveretti si disperavano e non riuscivano a uscire da questa condizione di disperazione che la prigionia provocava in loro. Bufalini invece com’è che si è salvato? Perché ogni sera recitava a memoria la Divina Commedia, si dava cioè una ragione di vita conoscendo Dante a memoria e il messaggio talmente alto di Dante gli ha permesso di non morire anche se era mingherlino, macilento e vedeva morire intorno a sé uomini forti che non avevano però risorse come le sue.
Ha dei ricordi personali legati a Pier Paolo Pasolini?
Con Pasolini è difficile parlare di un evento in particolare ma mi piace ricordare l’incontro dell’8 giugno del 1975. Noi della Federazione Giovanile Comunista lo chiamammo a esprimere il suo voto al PCI, non il Partito che anzi vide la cosa con una certa diffidenza perché Pasolini si proclamava comunista ma a modo suo quindi criticando molto quella che era la linea del Partito Comunista. Noi invece abbiamo voluto fare questo incontro al di fuori dell’ufficialità. Se si pensa che Pasolini, che in quel momento era sicuramente l’intellettuale più famoso, che scriveva sul Corriere della Sera ed era un regista celebre, veniva con noi a dichiarare il suo voto al PCI ma che questa cosa è passata quasi sotto silenzio, è stato un bel paradosso. Tale e tanta però fu la forza di quel suo discorso (che io stesso non mi aspettavo, lui in genere parlava a braccio, quel giorno invece si portò un testo scritto che si era preparato), che era quasi una poesia in cui spiegava perché nonostante tutto continuava a votare il PCI. Fu una cosa talmente alta e bella che io ricordo che in sala, in cui fino a quel punto del dibattito c’era stato brusìo, quando cominciò a parlare Pasolini, nell’arco di un minuto, si fece un silenzio assoluto, fino a quando non smise di parlare: a quel punto ci fu un’ovazione perché era una cosa così bella e profonda che andava ben al di là di quell’occasione.
È il ricordo di una giornata sicuramente indimenticabile.
Si arriverà mai a scoprire la verità sulla morte di Pasolini?
Secondo me si è già scoperta la verità, nel senso che chiaramente Pasolini, almeno per me, è stato ucciso in un complotto di più persone probabilmente per ragioni, almeno in senso lato, politiche: perché si voleva far tacere questa voce molto scomoda. Su questo non ho mai avuto dubbi, tanto più che il delitto è stato architettato proprio perché potesse essere verosimile e pasoliniano, ma io ho sempre detto che era troppo pasoliniano per essere vero. Dopo di che io per primo dico che mi interessa anche relativamente sapere chi era e chi non era e poiché temo che quelli che l’hanno pensato erano loro stessi legati al potere sarà ben difficile smascherarli. L’importante è che questa cosa che era stata data in pasto all’opinione pubblica, allo scopo non solo di uccidere Pasolini ma anche di screditarlo come corruttore di minorenni etc., alla fine si sia rivelata essere una grande mistificazione. Credo che sia già molto significativo che ormai nell’opinione pubblica media si sia capito che Pasolini non è stato ucciso per una vicenda banalmente omosessuale ma perché qualcuno lo voleva far tacere. È molto importante che questo sia diventato, in fondo, senso comune.

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Daniela Molina: Un impegno costante per la Cultura e l’Arte

a cura di Luca Carbonara (estratto dell’intervista)

Tu sei giornalista e scrittrice: come nasce in te la passione per la scrittura?
Nasce quand’ero molto giovane, come conseguenza della passione per la lettura. Ho iniziato a leggere da bambina perché era l’unica forma che avevo per conoscere il mondo esterno: i miei genitori – soprattutto il mio autoritario e severissimo padre – tendevano a isolarmi dal mondo esterno e a tenermi rinchiusa in casa. Così ho cominciato a leggere racconti, favole, romanzi, saggi, enciclopedie, persino i dizionari della lingua italiana. Da allora in avanti, anche quando sono riuscita a lasciare la mia casa natale, ogni circostanza per ottenere un libro – in prestito, regalato, letto di nascosto – era buona.
Dopo aver letto tanti libri di ottima qualità, a un certo punto ho notato un cambiamento nell’editoria: non trovavo più che libracci, storie insulse, banali, senza significato e scritte male. Solo più tardi avrei saputo che era entrata a far parte del mondo editoriale la mentalità del giovane manager rampante che considerava e sceglieva un testo solo in base alla fama televisiva dell’autore che gli avrebbe permesso di aumentare le vendite e non sulla base della qualità intrinseca dell’opera. E proprio in quel periodo, pur essendone ancora del tutto ignara, è scattato in me il bisogno di scrivere una storia: volevo scrivere ciò che mi sarebbe piaciuto leggere e che ormai non trovavo più nelle librerie. Ormai infatti il libro era una merce qualsiasi e non un prodotto culturale dall’utilità fondamentale: quella di far uscire le menti umane dal torpore del decadentismo di questa società fallita.
La scrittura giornalistica è venuta ancora dopo. Mi hanno proposto di pubblicare i miei racconti su una rivista, poi di tenere una rubrica letteraria su un’altra rivista, poi di fare delle interviste a importanti scrittori per un’altra rivista ancora, di fare delle recensioni di libri o di spettacoli teatrali. Infine ho cominciato ad appassionarmi anche a questa attività e ho deciso di allargare i miei orizzonti, iniziando a fare degli studi di giornalismo, facendo il praticantato, iscrivendomi all’Albo ed entrando a far parte dell’Ordine dei Giornalisti, prendendo una laurea in tecniche giornalistiche. Così, aumentando le conoscenze e le competenze, ho iniziato a collaborare con varie testate giornalistiche e a scrivere anche di politica, di cronaca bianca, ecc.. Naturalmente il mio primo amore però rimane la letteratura.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Sarebbe troppo lungo elencarli tutti; in linea di massima la mia ambizione è quella di riuscire a delineare personaggi sullo stile di Dostoevskij, con il senso ritmico stilistico di Poe, con la fantasia cruda e allo stesso tempo versatilmente dolce di Wilde; ma questa è solo una piccola parte dei miei riferimenti letterari.
Gli autori che ho letto e che mi hanno influenzata, magari anche a livello inconscio, sono tantissimi. C’è poi chi mi ha paragonata ad Aldous Huxley, chi a Lev Tosltoj, chi a Jules Verne. Tanti critici letterari hanno parlato delle mie opere e lascio che sia comunque chi legge a vedere in esse un nesso, una somiglianza o quel che sia con i grandi autori del passato (e spero tanto che qualcosa in effetti ci sia, perché anche se la mia vanità è solleticata da questa possibilità, il buon senso tende a frenarmi e farmi restare con i piedi per terra).
Che cos’è per te la realtà? E’ davvero possibile riuscire a descriverla cogliendone l’essenza?
La realtà uno scrittore (romanziere o sceneggiatore che sia) è l’unico a poterla descrivere nella propria essenza, proprio perché è libero di utilizzare la fantasia. E faccio riferimento alla libertà perché è proprio questo il punto. E’ rimasto solo questo tipo di libertà ai contemporanei: quella poetica e artistica. Per mezzo di una storia inventata in tutto o in parte, si possono utilizzare delle suggestioni, delle ambientazioni significative, inserire riflessioni dei personaggi o della voce narrante, studiare dei dialoghi, lanciare dei messaggi insomma molto più forti che non quelli lanciati da chi nel comune sentire è preposto a descrivere la realtà: il giornalista.
Dico questo perché avendo una doppia veste, quella di giornalista e quella di scrittrice, e dunque una certa esperienza in entrambi i settori (anche come studiosa di entrambi i settori), posso affermare che come giornalista ho le mani molto legate nel riferire l’essenza della realtà. Anzitutto la mancanza di tempo e di spazio – elemento tipico di ogni testata giornalistica – è la prima mannaia che cade sulla testa pensante di ogni giornalista. E a seguire c’è il vincolo della direzione o della proprietà di un giornale, il controllo politico, la tecnica stilistica omologata e omologante, le mille leggi e regolamenti che obbligano il giornalista a riferire giusto due cosucce buttate là per descrivere una situazione immediata che fa apparire la realtà… irreale.

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I Luminal e i Betty Poison

Faccia a faccia tra Alessandra Perna dei Luminal e Lucia Conti dei Betty Poison
a cura di Alessandra Perna e Lucia Conti (estratto dell’intervista)

Lucia Conti intervista Alessandra Perna

(foto di Fabrizio Bisegna)

Chi sono i Luminal?
I Luminal sono Gesù, Allah, Buddha, Giove, Vishnu, Sattva, Rajas, Tamas, Caronte, Michelangelo, Jim Jones, una segreteria telefonica e una spremuta di limone.
Quale libro assomiglia di più alla musica dei Luminal?
“Per chi suona la campana” di Hemingway. I Luminal sono il suo protagonista, il dinamitardo Robert Jordan, che porta a termine la sua missione nonostante stia per morire, nonostante tutto, fino all’ultimo momento lucido, grave, imparziale.
Quale o quali libri ti hanno cambiato la vita?
Penso all’ “Antologia di Spoon River” che leggevo quando avevo quindici anni e camminavo per Roma pensando tutto il giorno alla morte e dalla morte ho rubato forza ed energia per tornare a vivere, penso alla “Torre Nera” di Stephen King e a che cosa significhi essere un pistolero in questo mondo, penso a tutte le volte in cui Bukowski si è arrabbiato insieme a me  chiedendosi quand’è che il lavoro alienante e alienato sia diventato un valore, penso a quanto mi faccia paura “1984” di Orwell e a quanto sia reale la magia di “Landover” di Terry Brooks. La letteratura mi ha cambiato la vita, la letteratura è stata la mia famiglia nel mio periodo di più nera solitudine,  I libri sono stati più padre di un padre e più madre di una madre, sono stati i miei fratelli, i miei amici, il mio silenzio.

Alessandra Perna intervista Lucia Conti

(foto di Fabrizio Bisegna)

Chi sono i Betty Poison?
I Betty sono esattamente la somma delle loro parti, tre persone che hanno in comune una passione radicale per la musica, una biografia piuttosto travagliata e una grandissima motivazione nata dalla consapevolezza di non poter vivere che facendo quello che fanno. E di non poter che andare avanti perchè indietro, ormai, tutti i ponti sono stati tagliati.
Quale libro assomiglia di più alla musica dei Betty?
Indubbiamente “L’ammazzatoio” di Zola, se escludiamo il finale. E forse ci somiglia proprio perché saremmo finiti tutti come Gervaise, tritati dal determinismo tragico delle nostre esistenze a tinte fosche e da un’Italia senza speranza, se non avessimo usato la musica e il nostro progetto per conservare dignità e decoro. E per pretendere un futuro.
Quale o quali libri ti hanno cambiato la vita?
“Dubliners” di Joyce e la sua capacità di descrivere perfettamente la paralisi di un certo tipo di umanità, che sprofonda senza muovere un passo, bloccata da una sorta di torpore malsano che si oppone tenacemente alla vita, anche quando esiste la possibilità di uno spiraglio. L’opera omnia di Kafka, il più grande analista filosofico esistenziale mai esistito.
“L’ammazzatoio” di Zola, come vi dicevo, perchè perfetto nella sua livida rappresentazione del viaggio verso gli inferi che è l’esistenza di molti, anche se personalmente mi piace conservare la convinzione che si possa e si debba fare il possibile per opporsi al corso degli eventi, quando è negativo. Molto del flusso ruvido, sarcastico e micidiale di Mr.Buwowski, che preferisco ad Henry Miller, forse più abile, ma meno naturalmente ispirato. “Atonement” di Ian McEwan, assolutamente devastante, anche se ne hanno fatto un pessimo adattamento cinematografico. “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata, perchè all’epoca in cui l’ho letto mi identificavo con tutti i personaggi. E molti altri. Sono assolutamente dipendente dalla buona letteratura.

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Due chiacchiere con Giovanna Giordano

a cura di Renzo Pavese (estratto dell’intervista)
Giovanna Giordano è nata a Milano e vive a Catania. Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Catania. Oltre che scrittrice è anche giornalista e saggista. È sposata con lo scrittore catanese Marco Vespa, autore di La maniera dell’eroe (Minumum Fax, 2000) e di Nata in riva al mare (Marsilio, 2007). È autrice tra l’altro di queste importanti opere:
Trentaseimila giorni (Marsilio, 1996), Un volo magico (Marsilio, 1998), Il mistero di Lithian (Marsilio, 2004). Ha vinto due volte il Premio Sciascia, l’ultimo suo romanzo è stato presentato al Premio Strega
.

Quale è stato il suo rapporto con Fernanda Pivano, a cui ha dedicato il romanzo Trentaseimila giorni?
Senza Fernanda Pivano forse non saremmo qui noi due a parlare. Sono e sarò sempre riconoscente a Fernanda e il suo amore nei momenti di scoraggiamento ancora mi riscalda. Lei ha voluto che scrivessi il mio primo romanzo perché la storia le era piaciuta. Lei ha telefonato al mio primo editore e lo ha convinto con parole sincere.
“I libri sono la medicina dell’anima”?
Confermo, i libri sono la medicina dell’anima. Omero non avrebbe scritto niente se non avesse sentito che il suo libro avrebbe spinto al viaggio i pigri, svegliato il sogno nei cinici, riscaldato la vita a qualcuno nelle notti d’inverno. Ogni scrittore sa che il proprio libro comunque trasforma la percezione del mondo a chi lo legge, per qualche ora e a volte per sempre.
Perché ama viaggiare?
Sciascia diceva che ci sono siciliani di mare e siciliani di scoglio. Quelli di mare andavano per mare, quelli di scoglio restavano a guardare il mare e quelli che partivano. Mi sento donna di mare, pronta a partire in qualunque momento e triste se si accumula troppa polvere sulla  mia valigia.
Quali sono gli aspetti più significativi dell’Africa del romanzo Un volo magico?
È il continente al mondo più disperato; è il continente al mondo più felice. C’è una forza bambina che in Europa è scomparsa da tempo. C’è una forza comica che è rimasta intatta dall’origine del mondo perché gli uomini grevi e tristi non l’hanno soffocata. L’aviatore italiano che nel mio romanzo è protagonista, è travolto dall’assurdo e dal fantastico. Poi non è un aviatore che sgancia bombe, lui consegna solo la corrispondenza ai soldati italiani in Etiopia. Ho attraversato tutta l’Etiopia per scrivere il romanzo e credo di aver raccontato solo una piccola parte del mio incantamento.

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n. 001 Gennaio-Febbraio 2011

La copertina

Sommario

L’editoriale
Un nuovo inizio
Rubriche
Lingua e Cultura
La niente affatto pacifica “questione dialettale” (appunti problematici)
Scritture femminili
Sulle scritture femminili del Novecento
Questioni letterarie
La rivoluzione storica della Avanguardie
La “rivoluzione cucinaria” di Marinetti
Scuola & Cultura
Integrazione è partecipazione
Lettera ai miei alunni
Psicoterapia e Cultura
Alle sorgenti della Psicoterapia
Metafora da Coach “Il Tempo”
Scritture alternative
Iride Lapsus Laboratorio di Scritture Alternative
L’oasi della Poesia
Musica e Cultura
“Brigante se more”. Viaggio nella musica del Sud con Eugenio Bennato
La magia del cantastorie
Arte è Cultura
L’Arte e i suoi frankenstein
Passeggiate d’arte
Itinerari dell’arte Impressioni di viaggio
Parigi, Montmartre e l’ombra di Peter Pan
Architettura sostenibile
Verso una nuova consapevolezza
Cinema e Cultura
“Essere donne” di Cecilia Mangini
Giovani e Lavoro
“Adotta un sabato sera”
Storia e Cultura
Adolf Hitler: il volto del male nella storia dell’uomo
Il processo a Gesù
Questioni filosofiche
In segreto
Teatro e Spettacolo
Burlesque
L’incontro
Sensazioni ed emozioni accanto ad una donna straordinaria.
Incontro con Carla Verbano
La provincia delle meraviglie
“Anzio e i suoi Fasti”
Rinascimento di provincia
L’esperienza di Ithaca
Diritto & Cultura
Uno sguardo sulla Famiglia tra passato e presente
Scienza & Cultura
Pensare al pensare
L’osservatorio
L’opinionistapercaso
In libreria
Appunti di viaggio
Breve cronaca di una vacanza in quel di Thailandia
Interviste
Gianni Borgna: Roma Capitale Europea della Cultura
Giovanna Giordano: Due chiacchiere con Giovanna Giordano
Alessandra Perna e Lucia Conti: I Luminal e i Betty Poison
Daniela Molina: Un impegno costante per la Cultura e l’Arte


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