Al Parco Vita di Ponte San Nicolò una serata iniziata nella “selva oscura” di Dante e terminata sotto la luce della luna. Bambini, adolescenti e adulti hanno condiviso lo stesso microfono, trasformando poesia e cultura in un incontro tra generazioni.
Ponte San Nicolò (PD) – Sei anni da una parte, centotré dall’altra. In mezzo c’è quasi un secolo di vita. Eppure, per una sera, quella distanza è sembrata scomparire.
È accaduto sabato 29 agosto al Parco Vita di Ponte San Nicolò, durante l’incontro organizzato dall’associazione culturale I Fiumi di Jane. Una serata nata attorno alla poesia e diventata progressivamente qualcosa di più: un viaggio tra generazioni, esperienze e linguaggi differenti, nel quale la Divina Commedia, le poesie degli adulti e quelle scritte dai bambini hanno condiviso lo stesso spazio e lo stesso microfono.
Ad aprire la serata è stato Paolo Russo, presidente dell’associazione, scegliendo un’immagine destinata a diventare il filo conduttore dell’intero incontro: la selva oscura di Dante. «Più che un incontro, il nostro sarà un viaggio attraverso la selva oscura», ha detto introducendo la serata. Una selva intesa non soltanto come riferimento letterario, ma come metafora delle crisi che attraversano la vita. «La nostra crescita passa attraverso una crisi, attraverso il metabolizzare un vissuto interno che ci apre al cambiamento».
A dare voce concreta a Dante è stato quindi Roberto, che ha recitato a memoria il primo canto dell’Inferno della Divina Commedia. Nel silenzio del parco, le terzine dantesche hanno aperto un percorso che avrebbe progressivamente portato la serata dalla grande tradizione letteraria all’espressione contemporanea e, soprattutto, da una generazione all’altra.
Dopo gli interventi poetici di Michele, Monica e Marco, è arrivato uno dei momenti più significativi della serata. A prendere la parola sono stati Anita, Situm, Kitum e Ginevra, i giovanissimi poeti dell’associazione, di età compresa tra i 6 e i 16 anni. Non hanno recitato testi scelti per loro dagli adulti: hanno portato al pubblico poesie scritte da loro. Ed è proprio in questa scelta che l’esperienza de I Fiumi di Jane ha mostrato uno dei suoi tratti più caratteristici: bambini e adolescenti non come spettatori di una cultura prodotta dagli adulti, ma come autori capaci di raccontare il proprio mondo attraverso le parole.
La Divina Commedia recitata a memoria e la poesia scritta da un bambino di sei anni si sono così ritrovate, a distanza di pochi minuti, davanti allo stesso pubblico. Non per cancellare le differenze di esperienza, formazione o età, ma per cancellare la distanza che impedisce alle differenze di incontrarsi. Con gli interventi di Eugenia, Mariya, Stefano, Giuseppe e Maria, la serata si è aperta ulteriormente alle domande dell’esistenza. Eugenia, insieme agli altri autori, ha contribuito con il proprio intervento al percorso di voci e sensibilità differenti che ha caratterizzato l’incontro. Giuseppe ha introdotto il tema della coscienza, portando il pubblico a confrontarsi con una delle dimensioni più profonde dell’esperienza umana. Maria ha invece parlato della necessità di vivere pienamente i propri anni, raccontando la storia di una sua amica di 103 anni.
Ed è stato allora che è emerso quasi spontaneamente uno dei significati più suggestivi della serata. Poco prima, davanti allo stesso microfono, avevano parlato giovanissimi autori, il più piccolo di appena sei anni. Adesso entrava idealmente in quello stesso spazio una vita arrivata a 103. Dai 6 ai 103 anni. Quasi un secolo separava quelle esperienze. Eppure entrambe parlavano della stessa cosa: della vita e della possibilità di abitarla pienamente. Poi è terminata la parte programmata. E proprio allora è accaduto qualcosa che nessuna scaletta avrebbe potuto prevedere. I giovani poeti hanno dato vita spontaneamente a una performance artistica, coinvolgendo con il loro entusiasmo gli adulti presenti. Il palco ha cominciato a perdere i propri confini. Chi fino a poco prima ascoltava è diventato parte dell’esperienza; la poesia ha incontrato il movimento, il gioco e la partecipazione.
Il passaggio tra generazioni è diventato ancora più evidente quando Nicole e Francesco, entrambi di otto anni, hanno preso il microfono per leggere alcune poesie di Michele. Le parole scritte da un adulto hanno trovato le voci di due bambini. Un gesto nato spontaneamente che ha finito per raccontare l’intera serata meglio di qualsiasi dichiarazione programmatica. Intorno, nel frattempo, era scesa la notte. Il Parco Vita era diventato un piccolo teatro naturale all’aperto: il pubblico tra gli alberi, le voci al microfono e sopra tutti una splendida luna a illuminare la scena. Una coincidenza quasi perfetta per un incontro cominciato alcune ore prima parlando della “selva oscura”. Si era partiti dal buio di Dante, dalla crisi e dallo smarrimento come passaggi possibili del cambiamento. Si è arrivati alla luce, con bambini e adulti insieme. Forse proprio qui si trova il senso più profondo della serata de I Fiumi di Jane: azzerare le distanze non significa cancellare le differenze.
Un bambino di sei anni non possiede l’esperienza di un adulto. Un poeta esperto non guarda il mondo con gli stessi occhi di un adolescente. Una persona che ha attraversato un secolo di vita porta con sé un tempo che un bambino può soltanto immaginare. Ma queste differenze non devono necessariamente diventare muri. Possono diventare incontro. E la cultura può essere proprio il luogo nel quale questo incontro accade. Sabato sera, al Parco Vita, Dante e le poesie dei bambini, i sei e i centotré anni, la parola preparata e l’improvvisazione, il palco e il pubblico hanno finito per appartenere allo stesso racconto. Un racconto iniziato nella selva oscura e terminato sotto la luna.
Con una convinzione semplice: non dobbiamo avere tutti la stessa voce. Dobbiamo costruire luoghi in cui tutte le voci possano essere ascoltate.
Associazione culturale I Fiumi di Jane.
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