Patentino delle Competenze Digitali: al via il progetto nazionale per le scuole secondarie di primo grado.

Un percorso educativo gratuito per ragazze e ragazzi dagli 11 ai 13 anni, realizzato in collaborazione con Wind Tre, Polizia di Stato, la Società Italiana di Pediatria e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

Milano, 20 gennaio 2026 – Di fronte a un uso sempre più precoce e pervasivo del digitale, la scuola si conferma luogo privilegiato in cui costruire competenze, consapevolezza e senso critico. È con questa visione educativa che opera NeoConnessi Young, il progetto nazionale gratuito rivolto alle scuole secondarie di primo grado, pensato per accompagnare studenti, docenti e famiglie nello sviluppo di competenze digitali sicure e responsabili. Il cuore dell’iniziativa è il Patentino delle Competenze Digitali, esito di un percorso di apprendimento basato sulla gamification, sviluppato in coerenza con il framework europeo di riferimento DigComp 2.2 e validato dal Comitato Scientifico di NeoConnessi, composto da autorevoli esperti in pediatria, psicologia e sicurezza della Polizia di Stato, della Società Italiana di Pediatria e del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

Le scuole che scelgono di aderire possono accedere gratuitamente a Digital Camp, la piattaforma che offre un’area di “training” fatta di quiz, sfide e attività di problem solving. Qui i partecipanti possono allenare le 15 principali competenze della cittadinanza digitale, trasformando contenuti complessi in esperienze didattiche concrete, misurabili e motivanti. Il percorso si articola in cinque moduli di gioco, come le cinque aree del DigComp 2.2 – alfabetizzazione su informazioni e dati, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza e risoluzione dei problemi. Al termine dell’esperienza, una prova finale consente di ottenere il Patentino delle Competenze Digitali, rendendo visibile e misurabile il lavoro educativo svolto in classe.

Il Patentino delle Competenze Digitali è uno degli strumenti gratuiti e accessibili messi a disposizione da NeoConnessi (www.neoconnessi.it), il progetto di educazione digitale di Wind Tre che da oltre otto anni accompagna scuole e genitori verso un uso consapevole e sicuro della tecnologia, raggiungendo più di 2 milioni di ragazze e ragazzi. Dal 2024 il progetto si è ampliato includendo anche le scuole medie, oltre alle elementari, coinvolgendo così alunne e alunni fino ai 13 anni. Un’unica iniziativa che assicura continuità nella crescita digitale degli studenti e offre agli insegnanti uno strumento progressivo che segue le diverse fasi dello sviluppo. Il progetto affronta in modo strutturato temi oggi centrali per il sistema scolastico come cittadinanza digitale, identità online, fake news, intelligenza artificiale, cyberbullismo e benessere digitale, offrendo uno strumento educativo per lavorare su questi ambiti in modo continuativo e integrato alla didattica.

Roberta Mestichella Vice Questore della Polizia di Stato

«La prevenzione in ambito digitale passa prima di tutto dalla conoscenza», sottolinea Roberta Mestichella, Vice Questore della Polizia di Stato. «Accompagnare ragazze e ragazzi nella comprensione dei comportamenti online e delle responsabilità legate all’uso delle tecnologie significa fornire strumenti concreti per muoversi in rete in modo più sicuro». Accanto alla prevenzione, il progetto valorizza una prospettiva pedagogica che mette al centro lo sviluppo delle competenze. «La vera sfida educativa oggi non è proteggere i ragazzi dal digitale, ma aiutarli ad abitare questo spazio in modo consapevole», sottolinea Vania Zadro, pedagogista del team La Fabbrica, partner del progetto. «Educare significa favorire lo sviluppo di competenze emotive, cognitive e relazionali che permettano di riconoscere i rischi, ma anche le opportunità della rete».

Tommaso Vitali, Direttore B2C Marketing & New Business Wind Tre, General Manager Wind Tre Luce & Gas conclude: «Come operatore, sentiamo la responsabilità di essere una vera e propria porta d’accesso al digitale. Con questa mission abbiamo ideato NeoConnessi: non ci limitiamo a fornire connessioni, ma ci proponiamo di accompagnare genitori, figli e scuole con strumenti concreti e buone pratiche che li aiutino a vivere la rete in modo sicuro e responsabile. In quest’ottica, il Patentino Digitale è una tra le risorse gratuite e facilmente accessibili che mettiamo a disposizione, per promuovere un uso consapevole della tecnologia».

NeoConnessi Young fa parte di NeoConnessi, il progetto di educazione digitale di Wind Tre, sviluppato con La Fabbrica Società Benefit di Gruppo Spaggiari Parma, realtà specializzata nella progettazione educativa, capace di tradurre le esigenze educative e gli indirizzi istituzionali in esperienze didattiche concrete per le scuole Attivo dal 2018, NeoConnessi ha già raggiunto quasi la metà degli istituti scolastici italiani.

La partecipazione è completamente gratuita. I docenti interessati possono iscrivere la propria scuola su scuola.net o richiedere maggiori dettagli scrivendo a neoconnessi@scuola.net.

Tutte le informazioni e le modalità di adesione sono disponibili su: https://neoconnessi.windtre.it/

Ufficio stampa di La Fabbrica Società Benefit – Gruppo Spaggiari Parma: Pinkommunication srl

info@pinkommunication.it – T. 02 89077160 – M. 340 1044227

Ufficio Stampa Wind Tre: ufficioStampa@windtre.it

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

“Teoria della fragilità”. Intervista a Roberto Gramiccia

Teoria della fragilità. Intervista a Roberto Gramiccia
a cura di Antonio Mari

Gramiccia, lei si confronta da anni con il tema della fragilità. Termine “polisenso”, come definito in riferimento alla nozione di della Volpe, parola spesso svuotata del suo senso intimo. Vuol raccontarci perché questo “pallino”? E cosa significa, realmente, essere fragili?

La parola fragilità è effettivamente usata quasi sempre in modo superficiale: consolatorio o, peggio, arrogante e irrisorio. In realtà dietro questa parola, appunto “polisenso”, si nasconde un universo di significati che giustifica, a mio giudizio, l’elaborazione di una organica teoria. È quello che ho tentato di fare con questo saggio antiaccademico ma ambizioso: una proposta ma anche una provocazione rivolta a tutti e a tutte. La ragioni di questo “pallino” come lei dice, che io preferisco chiamare “rovello” se non addirittura “ossessione” (non ho esitazioni a definirlo così) affondano le loro radici nella mia pluridecennale esperienza di medico sul campo e, anche, di copartecipe impegnato delle vicende e delle lotte di coloro che soffrono le contraddizioni e le ingiustizie vergognose di una società divenuta tecno-capitalistico-feudale.

Il suo libro, come rileva Vladimiro Giacché nell’ottima prefazione, si muove nel perimetro della cultura occidentale. A cosa si deve questa scelta di campo? Semplice “vicinanza” o decisione di assumere un osservatorio privilegiato?

Si tratta di una scelta che riflette la mia appartenenza a un mondo, piuttosto che a un altro. In realtà io preferisco definirmi “europeo” piuttosto che “occidentale” a causa dei significati che ha assunto quest’ultimo termine, che poco hanno a che vedere con le origini classiche di un pensiero che non si riconosce nelle semplificazioni e nel cinico empirismo imperiale di oltreoceano. “Ex Oriente lux”: ho ben presente la saggezza custodita in queste parole, ma la mia conoscenza di quel mondo non mi consente di sostituirlo al mio, ammesso che sia possibile e giusto. Quindi, ragiono e scrivo da “occidentale” critico e inquieto di fronte alla deriva di una realtà sempre di più globale.

Fragilità individuale e sociale. La prima grande distinzione da lei operata nella parte teorica del libro ci guida lungo sentieri in parte inesplorati. Vuol tentare di illustrare questo assunto per guidare il lettore alla scoperta – in nuce – del suo lavoro?

Mi fa piacere che lei li definisca inesplorati perché in realtà lo sono davvero. Per lo meno per quanto attiene alla sistematicità di analisi che questi temi richiederebbero. Vediamo in breve. La fragilità individuale è quella che appartiene al singolo individuo. Dipende dall’espressione fenotipica del suo genoma e dall’interazione di esso con l’ambiente. Come è intuitivo, in entrambi i casi si tratta di realtà che non scegliamo ma che ci scelgono. La brevità della vita rispetto alle aspirazioni di ciascuno, la vulnerabilità fisica e mentale e l’angoscia della morte sono dati di fatto inevitabili e connotanti di ogni individuo, per così dire trasversali, indipendenti quindi dal genoma e dall’ambiente. L’insieme di questi elementi configurano la fragilità come una condizione ontologicamente pre-ordinata: fragile ergo sum, anziché cogito ergo sum. La fragilità sociale, invece, è quella condizione che dipenda da un’appartenenza a classi sociali subalterne e sottomesse. Essa condiziona, in misura maggiore o minore, la mancata libertà dal bisogno che gli esclusi ogni giorno sperimentano, anche nelle società cosiddette “liberali”. L’insieme della fragilità individuale e sociale produce la fragilità esistenziale che riconosciamo empiricamente in tutti gli individui insieme fragili in quanto umani e fragili in quanto socialmente svantaggiati.

Tra i capitoli che compongono la prima sezione del volume mi pare interessante soffermarsi su quello intitolato Ansia e fragilità. Due aspetti – forse due sentimenti – che connotano il nostro tempo. Non trova anche lei che, come tutto ciò che riempie i discorsi e i “trattati”, ci sia una generale banalizzazione del legame che intercorre fra loro? Che esistano ricette facili per superare entrambe le condizioni, che si pontifichi troppo sul loro legame?

L’ansia come si precisa nel saggio è una condizione naturale e necessaria all’uomo per predisporre reazioni di difesa e di adattamento. La sua sopravvalutazione è figlia del nostro tempo de-finalizzato e affetto da cronica solitudine “iperconnessa”, un ossimoro rappresentativo del nostro tempo. Cedere all’ansia patologica significa predisporsi alle insidie della fragilità passiva individuale e sociale che, nel saggio vengono accuratamente analizzate.

La seconda parte di Teoria della fragilità è dedicata a figure emblematiche della condizione che va analizzando. Quasi tutti ribelli, fragili “attivi”, ad eccezione dell’eroe mitico Giasone. A quale di questi personaggi è più legato?

In realtà oltre a Giasone, ci sono anche fragili passivi, magari divenuti tali dopo un periodo di fragilità ribelle. Penso per esempio a Manè Garrinchha, al quale è dedicato il libro, che muore alcolizzato dopo i trionfi da calciatore con cui fu osannato nel mondo. O a Gennerino Capuozzo, il quale passa da una fragilità passiva, che condivide per anni con tutti napoletani, a una fragilità sociale ribelle, abbracciata con tutti i suoi concittadini, che libera la città di Napoli dal giogo dei nazifascisti. Le mie figure preferite sono Renato Caccioppoli e Rosa Luxemburg. In entrambi i casi personaggi che conosceranno sia la fragilità attiva che quella passiva. La galleria dei fragili-eroi è comunque molto ampia – ventisette in tutto – e comunque, spero, utile a fornire della parte teorica una conferma che ha che vedere con la storia dei singoli ma anche con quella dei gruppi sociali. Un dato che, più di altri, tende la mano a un pubblico che ritengo ampio, molto ampio perché, davvero: tutti siamo fragili, anche chi non lo sospetta nemmeno. 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Jazz e memoria: Rossy, Donatiello, Tonolo e Chevillon omaggiano Carla Bley sabato 24 gennaio al Milestone Live Club di Piacenza.

Con il progetto “Play Carla Bley” il quartetto guidato dal batterista spagnolo Jorge
Rossy, nome di punta della scena jazz internazionale, ricorderà la grande pianista
e compositrice americana, fra le più originali rappresentanti dell’avanguardia

PIACENZA- Ha il sapore dell’evento speciale il concerto intitolato Play Carla Bley che
sabato 24 gennaio vedrà protagonista il quartetto di Jorge Rossy sul palco del Milestone
Live Club di Piacenza (ore 21.30; ingresso 12-15 euro): la formazione guidata dal batterista
spagnolo (per diversi anni componente del primo storico trio di Brad Mehldau) e completata dal sassofonista Pietro Tonolo, dal chitarrista Walter Donatiello e dal contrabbassista Bruno Chevillon renderà omaggio a Carla Bley, una fra le più

Screenshot

interessanti pianiste e compositrici nella storia della musica improvvisata, nonché una fra le più originali rappresentanti dell’avanguardia. Scomparsa nel 2023, la musicista americana, figura di riferimento di un jazz che cercava nuove forme d’espressione e nuovi contenuti, è stata l’autrice dei brani più significativi di Paul Bley (il suo primo marito) e, insieme a Charlie Haden, l’ispiratrice e la guida della Liberation Music Orchestra.

A Piacenza, Carla Bley sarà ricordata da quattro jazzisti di vaglia: com’è noto, Jorge Rossy
è uno dei più apprezzati batteristi della scena internazionale e con il suo drumming
intelligente e creativo ha fornito un contributo sostanziale alla definizione dello stile del trio di Mehldau. Spaziando attraverso una grande varietà di timbriche e sfoderando
all’occorrenza uno swing definitivo e trascinante, Rossy (che è anche un eccellente pianista
e vibrafonista) ha dimostrato di essere uno dei batteristi più interessanti e stimolanti a livello mondiale. Tra le sue collaborazioni spiccano quelle con Joshua Redman, Steve Swallow, Charlie Haden e Wayne Shorter.

Pietro Tonolo è uno dei più conosciuti sassofonisti europei ed è molto stimato anche negli Stati Uniti (ha iniziato la sua attività giovanissimo, suonando in Europa e in America con le band di Gil Evans e Chet Baker). Ha collaborato con Paul Motian e i principali jazzisti italiani, tra cui Franco D’Andrea, Massimo Urbani, Enrico Rava, Rita Marcotulli, Danilo Rea e Roberto Gatto.
Walter Donatiello è considerato uno dei chitarristi di maggior talento della scena jazz
tradizionale e contemporanea e ha all’attivo innumerevoli collaborazioni con alcuni tra i
principali protagonisti del panorama italiano e internazionale, tra cui Gerry Mulligan, Steve Lacy, Samuel Blaser, Daniel Humair, Michel Portal, Tiziana Ghiglioni, John Riley, Flavio Boltro, Gianluigi Trovesi, Jean-Jacques Avenel e John Betsch.
Bruno Chevillon è ritenuto dalla critica uno dei migliori contrabbassisti nell’ambito della musica contemporanea, al confine tra libera improvvisazione e free jazz: si è affermato grazie al suo notevole talento sia come accompagnatore sia come improvvisatore in grado di esplorare con duttilità le capacità espressive dello strumento. Tra le sue collaborazioni più note si ricordano quelle con Louis Sclavis, Daniel Humair, Michel Portal, Marc Ducret ed Elliott Sharp.

Ufficio stampa e comunicazione
email: andreaconta1968@gmail.com

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Debutta a Fortezza Est il 16 e 17 gennaio 2026 il primo studio de “La buona educazione” diretto da Lorenzo Montanini con la drammaturgia di Rosalinda Conti: in scena un’indagine sugli obblighi, le regole e i precetti con cui siamo cresciuti.

La buona educazione

 – Primo Studio –

Di e con Ilaria Arnone, Chiara Consiglio, Carlotta Gamba,

 Federico Nardoni, Peppe Russo

Dramaturg Rosalinda Conti

 Scene Francesco Felaco

Diretto da Lorenzo Montanini

 Prodotto grazie al sostegno della Fondazione Yana Cini.

Fortezza Est

16-17-gennaio 2026 | h. 20:30

Tra musica, giochi e riti collettivi che hanno caratterizzato la nostra infanzia, la drammaturgia curata da Rosalinda Conti si dipana attraverso un collage di ricordi, cavando e attingendo attimi di vita, esperienze individuali e memoria collettiva degli attori e performer Ilaria Arnone, Chiara Consiglio, Carlotta Gamba, Federico Nardoni, Peppe Russo.

Quanto è cambiata l’educazione negli anni? Quando siamo in grado di dirci finalmente adulti? Quanto siamo lontani dagli adulti che avevano immaginato i nostri genitori?

La ricerca di Lorenzo Montanini cerca di rispondere a questi interrogativi, dando corpo e immagine alla memoria della nostra formazione, svelando i vincoli invisibili, i tabù e le differenze che negli anni hanno trasformato l’approccio e l’elaborazione delle regole che abbiamo ricevuto.

Screenshot

“La buona educazione” descrive quei percorsi tracciati e stabiliti che durante l’infanzia non abbiamo mai valutato e misurato ma soltanto percorso, rendendo leggibile la struttura sociale e la bussola morale che li racchiudevano.

La sensazione che ne consegue è quasi di sacrilegio: sostituire la dolce topografia dei ricordi, composta tutta da impressioni, colori, immagini, con un’altra che ne spezza l’incantesimo.

La buona educazione – Primo Studio –

16-17 gennaio 2026 ore 20:30

POETICA Stagione Teatrale 2025/26 Fortezza Est

via Francesco Laparelli, 62 Roma – Tor Pignattara

Orario Spettacoli giov- ven-sab ore 20:30

biglietto unico 14.00€

Abbonamenti 3 spettacoli 30€/ 5 spettacoli 45€/ 10 spettacoli  70€

www.fortezzaest.com

info e prenotazioni mail prenotazionifortezzaest@gmail.com

| whatsapp 329.8027943| 

 Ufficio Stampa: Eleonora Turco eleonoraturco.press@gmail.com 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

“EICHMANN – Dove inizia la notte ” di Stefano Massini , in scena dal 16 al 18 gennaio 2026 al Teatro Trastevere – Roma

EICHMANN – Dove inizia la notte
di Stefano Massini
Regia di Monica Falconi
Con Alessandro Giova e Laura Garofoli
Produzione Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali
In scena dal 16 al 18 gennaio 2026
Teatro Trastevere – Roma
Roma, gennaio 2026 –
L’Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali presenta EICHMANN – Dove inizia la notte, testo di Stefano Massini, per la regia di Monica Falconi, con Alessandro Giova e Laura Garofoli. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 16 al 18 gennaio 2026.

SINOSSI
EICHMANN – Dove inizia la notte non è uno spettacolo sull’Olocausto, ma sul concetto universale e tragicamente ricorrente di crimine contro l’umanità. Attraverso la figura di Adolf Eichmann, il testo scava nel cuore del male come meccanismo umano, storico e politico, che non appartiene a un’epoca né a un popolo specifico.
Lo spettacolo mette in relazione i genocidi del passato con quelli che ancora oggi avvengono sotto gli occhi del mondo, interrogando lo spettatore su una verità scomoda: la storia non procede per fratture definitive, ma per ricorsi, per ripetizioni, per ritorni del medesimo orrore in forme diverse. In scena emerge con forza l’idea che chi nasce vittima possa diventare carnefice, che il confine tra innocenza e responsabilità non è mai netto e che il male non è prerogativa di pochi, ma una possibilità che riguarda chiunque.
Eichmann non viene rappresentato come un mostro, ma come un uomo normale, inserito in un sistema che legittima l’orrore e lo trasforma in procedura, in dovere, in lavoro.
La regia costruisce un confronto serrato tra passato e presente, ponendo una domanda centrale: dove inizia davvero la notte dell’umanità?

CREDITI

Autore: Stefano Massini
Regia: Monica Falconi
Interpreti: Alessandro Giova, Laura Garofoli
Produzione: Associazione Palcoscenici Produzioni Teatrali
Date: 16 – 17 – 18 gennaio 2026
TEATRO
Teatro Trastevere
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – 00153 Roma
Tel. 06 5814004 / 335 6874664 / 328 3546847
www.teatrotrastevere.it

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Mercoledì 14 gennaio alle ore 19,30 presso la sede dell’AIDAC (Associazione Italiana Dialoghisti Adattatori Cinetelevisivi) presentazione del volume di Laura Giordani “L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista” edito per i tipi di Cultura e dintorni Editore.

Presentazione del volume di Laura Giordani
L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista (Cultura e dintorni Editore)

Si terrà mercoledì 14 gennaio 2026 alle ore 19.30, presso la sede dell’AIDAC – Associazione Italiana Dialoghisti Adattatori Cinetelevisivi (Viale Giulio Cesare 137, Roma), la presentazione del volume L’arte di adattare i dialoghi per il doppiaggio. Compendio pratico per il futuro adattatore dialoghista di Laura Giordani, pubblicato nella collana saggi cinema della casa editrice Cultura e dintorni.

Il libro (266 pagine, €20, ISBN 9788897538752), con prefazione di Mara Logaldo e postfazione di Francesco Vairano, è un compendio che illustra in modo dettagliato e sistematico il lavoro dell’adattatore dialoghista, spiegandone metodi, scelte e passaggi tecnici. Un testo pensato come strumento formativo concreto, prezioso tanto per gli studenti dei corsi di traduzione audiovisiva quanto per i docenti e per chi intenda avvicinarsi professionalmente al mondo del doppiaggio.

Come sottolinea Mara Logaldo nella prefazione, la crescente attenzione accademica verso l’adattamento audiovisivo ha reso sempre più necessario un manuale capace di colmare il divario tra teoria e pratica. In questo contesto, il lavoro di Laura Giordani si distingue per chiarezza metodologica e rigore professionale, offrendo un percorso completo che accompagna il lettore nella comprensione delle dinamiche linguistiche, culturali e tecniche dell’adattamento dei dialoghi.

Nell’introduzione, l’autrice ricorda il ruolo fondamentale che il doppiaggio ha avuto nella storia culturale italiana, permettendo a generazioni di spettatori di accedere a opere cinematografiche e televisive straniere attraverso una raffinata mediazione linguistica e culturale. Un lavoro spesso invisibile, ma determinante, che ha reso iconiche voci e interpretazioni tanto quanto i volti degli attori sullo schermo.

La postfazione di Francesco Vairano evidenzia infine la competenza e la passione che attraversano l’intero volume, riconoscendo nel metodo proposto da Giordani uno degli approcci più solidi e utili per comprendere davvero il mestiere dell’adattatore dialoghista.

Laura Giordani, nata a Roma nel 1968, è adattatrice dialoghista cinetelevisiva dal 1996 e membro del Collegio degli Esperti AIDAC. Autrice di audiodescrizioni per il pubblico cieco e ipovedente – attività per la quale ha ricevuto nel 2021 il Premio alla carriera del Festival Internazionale del Doppiaggio – è docente universitaria di audiodescrizione e adattamento dialoghi dal 2016. Ha pubblicato saggi, articoli e romanzi ed è considerata una pioniera dell’audiodescrizione collaborativa in Italia.

Interverranno l‘autrice, Francesco Vairano (Presidente AIDAC) e, da remoto, Mara Logaldo (Professore Associato di  Lingua e traduzione inglese Università IULM).

Leggono Giulia Cantore, attrice, giornalista professionista, insegnante di dizione e acting coach, e Antonella Damigelli, adattatrice dialoghista.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

📞 Informazioni: 06 8418097 – 373 8028269

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

L’infinito fascino e incanto di una città immortale Intervista a Stefano Marinucci

In dialogo con Stefano Marinucci in occasione dell’uscita della sua ultima fatica letteraria Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate edita da Intra Moenia Edizioni.

L’infinito fascino e incanto di una città immortale
Intervista a Stefano Marinucci
a cura di Luca Carbonara

Con grande stupore e senso di meraviglia ho appreso la notizia della pubblicazione della tua ultima fatica letteraria che a ragionarci preliminarmente a mente fredda sarebbe potuta sembrare una scommessa o, meglio, un’impresa (quasi) impossibile esposta, come sarebbe potuta sembrare a tutti gli effetti, al rischio di apparire come l’ennesimo libro su Roma la cui letteratura vanta una miriade di titoli a raccontarla e a vivisezionarla sotto un’infinità di aspetti, con prevalenza di quelli storici, artistici, architettonici. Ma il titolo di quest’opera spazza via qualunque perplessità e/o rischio di venire derubricato passando così inosservato. Come e quando è nata l’idea di scrivere un’opera tanto complessa e impegnativa quanto ponderosa come l’opera pubblicata in questi ultimi mesi del 2025 da Intra Moenia Edizioni Roma a porte chiuse. Luoghi d’arte e architetture nascoste e negate, un titolo forse provocatoriamente dagli echi rosselliniani e un sottotitolo che porta in sé vis polemica e un insopprimibile desiderio e volontà di testimonianza e di denuncia?

Stefano Marinucci

L’intuizione non è nata a tavolino, ma davanti a un cancello sbarrato. È nata dal contrasto stridente tra la magnificenza che Roma promette e la realtà di troppi tesori sottratti allo sguardo pubblico. Se Rossellini raccontava una città “aperta” nel suo spirito e nel suo dolore post-bellico, oggi ci troviamo paradossalmente davanti a una città spesso chiusa per burocrazia, incuria o privatizzazioni selvagge. Ho sentito l’urgenza di mappare questo “negato” non solo per spirito di ricerca, ma come atto di testimonianza. Volevamo che il libro fosse un grimaldello intellettuale: raccontare ciò che non si può vedere per accendere il desiderio di riconquistarlo. È stato un lavoro ponderoso perché ogni porta chiusa richiedeva una ricerca che andasse oltre l’estetica, scavando nelle ragioni del silenzio che
avvolge questi luoghi. La città che viene descritta rischia di implodere nel suo stesso immenso patrimonio, reso invisibile da una gestione sovente miope. L’opera nasce anche dal desiderio di andare oltre la cartolina turistica. Roma non ha bisogno dell’ennesima celebrazione del già visto, ma di una vivisezione dei suoi vuoti e delle sue interdizioni. La vis polemica che avverti nel sottotitolo è il cuore pulsante del progetto: non è solo un libro d’arte, ma un censimento di ciò che è stato tolto alla collettività. La sfida è stata trasformare questa denuncia in un’opera rigorosa, documentata, capace di reggere il confronto con la grande letteratura su Roma proprio perché ne illumina i lati oscuri e i perimetri inaccessibili.

Qual è la chiave di accesso, sia per chi ci abita sia per chi viene da fuori, per comprendere davvero e appieno il mistero di una città che ha avuto in sorte il destino degli dei, di essere cioè immortale, di essere al tempo stesso antica, antichissima, affondando addirittura nel mito, e moderna, e contenere, nella vertiginosa verticalità del suo essere, i segni del suo eterno in divenire?

Forse la chiave di accesso risiede proprio nella consapevolezza della sua verticalità, che non è solo architettonica, ma temporale. Per comprendere Roma bisogna smettere di guardarla come una mappa distesa e iniziare a percepirla come un palinsesto: un manoscritto dove ogni epoca ha scritto sopra la precedente senza mai cancellarla del tutto. Il mistero di cui parli si scioglie quando accettiamo che il passato non è mai passato, ma è uno strato fisico sotto i nostri piedi o dietro un monumento negato. La chiave, dunque, è lo sguardo stratigrafico: la capacità di vedere l’antico nel moderno e il mito nella cronaca quotidiana. Il libro cerca di forzare queste serrature proprio per restituirne una profondità, perché una città che nasconde i suoi strati rischia di perdere la sua anima immortale. D’altronde nell’opera emerge continuamente il concetto di soglia. Questa sembra una città che si concede per epifanie: non si rivela mai tutta insieme, ma per frammenti, spesso protetti da un silenzio secolare. Il paradosso della sua immortalità sta nel fatto che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, Roma sa restare invisibile. Per chi ci abita, la sfida è non abituarsi allo stupore, non darlo per scontato; per chi viene da fuori, è non fermarsi alla superficie della “grande bellezza” da cartolina. Comprendere uno spazio di questo tipo significa accettare che la sua eternità risiede in ciò che è celato. Ecco perché
abbiamo scelto di parlare di “porte chiuse”: perché è proprio dietro quelle negazioni che si custodisce il segreto del suo eterno divenire, lontano dal rumore della modernità più distratta.

Questa tua ultima opera, che nel suo essere un compendio, anche di tutte le arti e gli stili che si sono succeduti nel corso del tempo, e che sembra contenere in sé insieme al tuo indomabile spirito di ricercatore dello spazio e del tempo anche tutte le tue opere precedenti, fiumi e strade solchi carichi di storia, è concepita come un diario di viaggio alla scoperta di tesori nascosti e/o sconosciuti percorrendo la città dal suo centro alle diverse cinte murarie che ne hanno scandito la storia come l’evoluzione millenaria: le mura serviane, le mura aureliane, il Suburbio, l’agro romano… come si è evoluto e come è cresciuto il tuo sguardo lungo un percorso che sembra infinito e come è possibile trasmetterlo e insegnarlo alle nuove generazioni?

Hai colto un aspetto per me fondamentale: questo libro è una sorta di somma teologica del mio girovagare. Se con la Collatina Antica il mio sguardo era quello di uno storico ambientale che scava nel tempo, e con i Fiumi era quello dell’ecologista che cerca la vita nelle vene della città, in Roma a porte chiuse questi sguardi si fondono. La mia prospettiva si è probabilmente trasformata diventando meno settoriale e più politica nel senso alto del termine: oggi non cerco solo la storia o un ecosistema, cerco il diritto alla cultura e all’ambiente. Il percorso dalle Mura Serviane verso l’Agro Romano non è solo geografico, è il racconto di come la città si è dilatata, spesso perdendo il contatto con sé stessa.
Evolversi, per me, ha significato imparare a leggere il vuoto e l’assenza tanto quanto il pieno e il monumento. Alle nuove generazioni bisognerebbe trasmettere l’idea che un portone chiuso non è un dato di fatto, ma una domanda sospesa. Il diario di viaggio che proponiamo vuole essere anche una guida all’insubordinazione intellettuale: insegnare a non accontentarsi dei percorsi turistici tracciati dagli algoritmi, ma a seguire i solchi della storia, i fiumi, le mura. Trasmettere questo sguardo significa conoscere i segreti che vengono negati per far emergere un’eredità viva da difendere.

Qual è, tra i tanti che hai esaminato e studiato, il luogo che più ti ha coinvolto ed emozionato?

Tra i siti più suggestivi e incredibili che sono descritti nell’opera – molti hanno avuto una buona sorte, restaurati, fruibili pur con alcune limitazioni – potrei citare un luogo che ha del misterioso e del magico, scoperto e abbandonato. Una classica storia italiana. Situato alla foce del fiume Incastro, a due passi dal mare, Castrum Inui non è solo un sito archeologico, ma un luogo dove la storia di Roma si intreccia con il mito. Secondo la tradizione, questo era il porto dell’antica Ardea e il luogo dove, secondo alcune varianti del mito, potrebbe essere sbarcato Enea. Gli scavi hanno riportato alla luce un imponente santuario, resti di templi, complessi termali e un’area industriale per la produzione della
porpora. Una piccola Pompei del litorale romano. Nonostante l’eccezionalità dei ritrovamenti (iniziati sistematicamente alla fine degli anni Novanta), il sito è diventato il simbolo della burocrazia paralizzante: più volte giornalisti, cittadini e le telecamere (storici i servizi di Jimmy Ghione) hanno mostrato l’area sommersa dalle sterpaglie, con i resti archeologici lasciati alle intemperie o protetti da strutture precarie che stavano crollando. Nel corso degli anni sono stati stanziati fondi pubblici per la valorizzazione e l’apertura di un parco archeologico. Tuttavia, tra passaggi di competenze, bandi infiniti e mancanza di manutenzione, il cancello è rimasto quasi sempre sbarrato ai cittadini. Mentre altri siti meno rilevanti godono di visibilità, Castrum Inui resta un fantasma: un’area recintata
che i residenti e i turisti possono solo immaginare sbirciando tra le reti, sentendosi derubati della propria identità culturale. Siamo passati dai servizi di Striscia la notizia di anni fa al silenzio di oggi: quante altre inaugurazioni simboliche e quanti altri nastri mai tagliati serviranno, prima che Castrum Inui smetta di essere un cantiere fantasma e diventi finalmente un parco per i cittadini?

La particolarità delle tue opere sta nell’essere a un tempo di divulgazione e di denuncia. Qual è lo stato dell’arte della Città Eterna? Come si può pensare di coniugare e armonizzare l’impatto tanto devastante quanto inevitabile e ineluttabile della postmodernità con la bellezza tramandataci dai visionari del Grand Tour e con l’idea, che tale è rimasta, che aveva l’indimenticato e indimenticabile Sindaco di Roma Luigi Petroselli che sognava di trasformare il centro di Roma in un unico grande parco archeologico?

Lo stato dell’arte della Città Eterna è, purtroppo, quello di una frammentazione dolorosa. Il sogno di Luigi Petroselli — il centro come un unico grande parco archeologico — non era l’idea di un museo imbalsamato, ma di uno spazio pubblico restituito alla cittadinanza. Oggi quel sogno sembra essersi infranto contro la logica della parcellizzazione: abbiamo isole di bellezza circondate da un mare di inaccessibilità o di sfruttamento turistico mordi-e-fuggi. Coniugare la postmodernità con la visione del Grand Tour non significa guardare con nostalgia al passato, ma pretendere che la cultura e l’ambiente siano un diritto quotidiano e non un lusso per pochi. La mia denuncia nasce qui: una porta chiusa non è solo un ostacolo fisico, è il tradimento dell’idea di una Roma aperta e universale. Il
degrado non è solo immondizia o fiumi inquinati, è anche l’oblio in cui cadono le nostre radici d’arte. Coniugare la modernità con la bellezza del passato è possibile solo se smettiamo di considerare il patrimonio come un peso economico e torniamo a vederlo come un’infrastruttura dell’anima, o un percorso formativo e sociale. Come diceva il mio maestro Luigi Amendola, nulla è ineluttabile se si sceglie di restare vigili. Le porte chiuse si possono sempre riaprire, a patto di sapere che esistono.

Quali sono i tuoi programmi e progetti futuri?
È un ritorno all’acqua, a un percorso geografico per seguire la metamorfosi profonda di un corpo idrico e del paesaggio che lo respira. Ma non sarà soltanto un’esperienza fisica, né una semplice escursione naturalistica. Sarà un atto di resistenza e di svelamento. Un fiume che nasce come una promessa di vita, un elemento da navigare, da rispettare e che si trasforma in una specie di spettro. L’antropizzazione selvaggia, l’inquinamento industriale e la trascuratezza trasformano il paesaggio in una periferia dell’anima, dove l’acqua si fa opaca e le sponde diventano discariche a cielo aperto.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Marilyn Monroe, la fragile preda

Oggi è una leggenda, un’icona infinitamente riproducibile come ha mostrato
Andy Warhol, ma all’origine di tutto era soltanto Norma Jeane Mortenson. Prima
delle foto da pin-up, del travolgente Some like it hot di Billie Wilder (1959),
dell’innocente provocazione di Happy Birthday Mr. President, il sex symbol più
longevo d’America viveva a Los Angeles e spruzzava vernice sulle fusoliere
degli aerei. Erano lontani i tempi di Hollywood e del successo rapace, fuori da
ogni realtà palpabile l’idea di diventare Marilyn Monroe. Eppure qualcosa sembrava  agitarsi nell’aria. Qualcosa di indefinibile e misterioso, come la bellezza di questa donna dallo sguardo limpido, bimba senza padre e con una madre schizofrenica, cresciuta in casa famiglia. Emblematico il ritratto che ne fa David Conover, il fotografo incaricato nel 1945 di scattare qualche istantanea di belle ragazze” tra le impiegate dell’industria bellica, per tirare su il morale delle truppe statunitensi: «Nel suo viso c’era una qualità
luminosa, una fragilità combinata con una vibratilità stupefacente». Era questo Norma Jeane, spontanea e ingenua dietro il velo della meraviglia. Un avvenire di successi, una ridda di amori sfortunati, la consapevolezza – in fondo sempre coltivata – che la gloria è un valore effimero, mai sovrapponibile all’idea di felicità. Perché il successo non placa l’inquietudine, il calore della folla non mitiga lo stordimento. Quando le luci si spengono la solitudine è pungente, straziante. Ed è sempre Norma Jeane a riaffiorare dietro Marilyn, dopo i titoli dicoda. Oltre il sorriso accattivante, al di là della voce languida studiata appositamente, degli ammiccamenti, delle pose, di quell’impronta liliale che fa innamorare il fotografo Andrés de Dienes («L’impatto di Norma Jeane su di me fu tremendo. […] Era come se mi fosse toccato un miracolo. Mi appariva come un angelo. Stentavo a crederci, anche per un solo istante»), impazzire di gelosia il campione di baseball e suo secondo marito Joe di Maggio, invaghire – con
risvolti pericolosi e torbidi – il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Lontana anni luce dalla sicurezza che il sistema impone, circondata dalla solitudine che avviluppava divi come James Dean e Montgomery Clift – inquieti, irregolari, incapaci, come lei, di gestire la propria vita, figurarsi un’intera carriera – Marilyn Monroe soffriva una condizione che ricercava, rincorrendo – come una droga – la fama, l’ammirazione, l’amore degli uomini per placare un’insaziabile fame d’affetto. Quello che gli Studios hanno fatto di lei è stato il riflesso di quello che, in modo sghembo, lei stessa ha costruito. La ricerca spasmodica di approvazione, l’incapacità di gestire la fragilità infinita che la accompagnava dall’infanzia, la rendevano vulnerabile e instabile, come sul set di A qualcuno piace caldo, dove arrivava in ritardo, o nelle difficoltà a relazionarsi con
Laurence Olivier durante la lavorazione de Il principe e la ballerina (1957), in
cui l’incostanza si somma alla voglia di impressionare l’intera troupe, di non
essere considerata solo la bambola sexy buona a far incassare.
La storia con Kennedy, i languidi auguri di compleanno destinati a fare
scandalo, le idee di sinistra che la posero nel mirino dell’FBI di Edgar Hoover, il
matrimonio con Arthur Miller minacciato dal maccartismo (in un’intervista del
2012 su “George” il drammaturgo dichiarò che il governo USA aveva cercato
invano di reclutare Monroe nella propria “caccia alle streghe”), l’hanno resa una
magnifica preda nelle mani di chiunque: produttori, servizi segreti, istituzioni,
malavita. Eppure la confessione di Miller rivela, in controluce, una coscienza
politica dell’attrice ben più sviluppata di quella, debolissima, dei tanti registi e attori di sinistra finiti a tradire le proprie idee e fare i nomi dei colleghi davanti alla Commissione per le attività antiamericane volute dal senatore McCarthy.
In questo, come nell’amore per la lettura, nell’intelligenza spiccata oltre il velo della frivolezza, sta la peculiarità del fenomeno Marilyn, la perigliosa magnificenza di un’attrice rinchiusa nel cliché della svampita incapace di
restituire l’immagine di una donna a cui è stata negata in pubblico la sua stessa personalità. Il 5 agosto del 1962, quando Monroe decide di lasciarsi scivolare dentro l’oblio, forse vittima di un complotto o solo stanca del malamore toccatole in sorte, si squarcia il velo della “fabbrica dei sogni” Hollywood. Intrighi, dolori,
sfruttamenti. Troppo per chi, dietro un volto perfetto, nascondeva infinte crepe e
una fragilità così radicata da condannarla per sempre, da schiacciarla
infinitamente al proprio punto di partenza: «Quando ero piccola, nessuno mi
diceva mai che ero carina. Bisognerebbe dirlo a tutte le bambine. Anche se non
lo sono».

Ginevra Amadio

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Dall’intelligenza artificiale all’algoritmo umano: una nuova visione del viaggio per il 2026

Dal palco del TEDx di Verona, Unexpected Italy – tech travel startup premiata all’Onu – lancia una riflessione critica sull’uso esclusivo dell’Intelligenza Artificiale nel turismo e introduce il concetto di “algoritmo umano” come alternativa concreta per contrastare l’overtourism. «Il 2026 sarà un anno decisivo per il futuro del turismo in Italia», spiega la founder Elisabetta Faggiana. «Affidarsi esclusivamente all’AI non basta. È necessario integrare la tecnologia con un sapere umano verificato».

Nel 2025 due parole hanno dominato il dibattito pubblico sul futuro del turismo: Intelligenza Artificiale e Overtourism. La prima celebrata come soluzione miracolosa, il secondo come una delle crisi più urgenti del nostro tempo. Ma cosa succede se affidiamo la cura di un sistema malato agli stessi dati che lo hanno fatto ammalare? È questa una delle domande che ha posto l’intervento di Elisabetta Faggiana, fondatrice di Unexpected Italy, sul palco del TEDx Countdown di Verona, dove ha acceso i riflettori su uno dei grandi limiti dell’Intelligenza Artificiale applicata al turismo, se lasciata sola a se stessa. “L’overtourism non è un evento improvviso, ma il risultato di anni di politiche turistiche assenti o miopi, concentrate sulla promozione ripetuta di poche destinazioni iconiche”, spiega Faggiana. “Oggi l’AI viene spesso presentata come lo strumento capace di personalizzare il viaggio e redistribuire i flussi, ed il potenziale dell’AI in questo è immenso. Ma, se l’Intelligenza Artificiale viene alimentata con milioni di dati costruiti negli anni su una promozione parziale e massificata del territorio, il rischio non è ridurre i flussi, ma amplificarli. In altre parole: un algoritmo che impara da dati sbagliati produce decisioni sbagliate. La tecnologia, se non guidata, rischia di ottimizzare un sistema già distorto”. Nel suo speech, Faggiana parte da una presa di coscienza personale maturata a Genova: ogni scelta di viaggio – dal luogo in cui dormiamo a dove mangiamo, da cosa acquistiamo a come ci comportiamo – non incide solo sulla qualità della nostra esperienza, ma contribuisce a modellare profondamente i territori che attraversiamo. Scelte apparentemente individuali che, sommate, producono effetti concreti sulle comunità locali, favorendo spesso la chiusura di attività storiche e artigianali, sostituite da esercizi standardizzati pensati esclusivamente per il consumo turistico.  Una responsabilità spesso invisibile, ma concreta. “Ogni volta che prenotiamo una vacanza stiamo votando” dice Faggiana, “e questo voto andrà ad impattare direttamente sulle comunità che andremo a visitare: sulla loro qualità di vita, il loro lavoro, la sopravvivenza delle loro tradizioni. Il nostro è un invito a comprendere come l’overtourism non si argina solo “dall’alto”, con politiche e regolamenti, ma anche dal basso, attraverso le scelte quotidiane di milioni di viaggiatori e residenti”. I numeri, più di molte dichiarazioni, restituiscono il senso di urgenza che attraversa il dibattito sul turismo contemporaneo. Durante l’intervento vengono richiamati dati che delineano un quadro critico e difficilmente eludibile. Il settore turistico, nel suo complesso, è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di gas serra, un peso ambientale che cresce di pari passo con l’aumento dei flussi e della mobilità internazionale. A colpire è anche l’impatto delle grandi navi da crociera: una sola imbarcazione è in grado di produrre, in un solo giorno, una quantità di polveri sottili equivalente a quella generata da un milione di automobili, oltre a emettere fino a quattro volte il quantitativo di ossidi di zolfo. Non sorprende, allora, che proprio il traffico crocieristico sia responsabile circa del 25% dei rifiuti presenti nei nostri mari. Sul piano sociale e urbano, il sovraffollamento assume contorni altrettanto allarmanti. A Firenze si contano mediamente 25 turisti per ogni residente, a Venezia il rapporto sale a 47, mentre a Bolzano raggiunge quota 69. Dati che raccontano città sempre più sbilanciate, in cui la presenza turistica rischia di erodere la vita quotidiana, i servizi e l’identità stessa dei luoghi. Numeri che, da soli, basterebbero a imporre un cambio di paradigma e a interrogarsi su quale modello di viaggio e di accoglienza si voglia davvero sostenere. Il momento più simbolico dello speech di Faggiana arriva con una metafora: l’Italia come una grande biblioteca. Sugli scaffali più bassi ci sono i libri che leggono tutti: città d’arte, spiagge iconiche, mete iper-promosse. Libri con pagine consumate, annotate, a volte strappate. Sul palco, Faggiana compie un gesto forte: strappa una pagina da un libro intitolato “Italia”. Un atto volutamente disturbante, che solleva una domanda scomoda: perché ci inorridiamo davanti a un libro strappato, ma restiamo immobili mentre le nostre città e comunità subiscono strappi ben più profondi ogni giorno? L’invito è chiaro: alzare lo sguardo, addentrarsi nella biblioteca, scegliere il libro giusto per sé, non quello che leggono tutti. “Da qui nasce il concetto chiave del talk: l’algoritmo umano”, conclude Faggiana. “Un sistema che utilizza la tecnologia, sì, ma che mette la conoscenza, la professionalità e l’etica umana al centro. Unexpected Italy sta infatti sviluppando e testando un modello che combina due fattori chiave. Da un lato un software di screening sottoposto a business locali che spaziano dall’artigianato, al settore ricettivo, ai produttori locali e ristorativi, basato su impatto sociale, ambientale, identità e qualità dell’ospitalità, dall’altro un sistema di messa a terra del sapere locale verificato. Solo esperti e professionisti possono segnalare e raccomandare luoghi in tutta Italia, sulla base di conoscenze reali e professionali, costruendo così comunità locali verificate di professionisti, capaci di tradurre il sapere territoriale in indicazioni concrete e affidabili. Ed è qui che l’intelligenza artificiale può dare il suo meglio, costruendo itinerari e suggerimenti personalizzati, basati su dati verificati e profilati. Un approccio che non punta a “spostare masse”, ma a portare le persone giuste nei luoghi giusti, nel rispetto della loro fragilità”.

Scheda di approfondimento – La storia di unexpected Italy

Elisabetta Faggiana, vicentina e CEO di Unexpected Italy,  assieme al barlettano Savio Losito da anni lavorano da nomadi digitali, girando l’Italia per sviluppare Unexpected Italy, il loro progetto traveltech che ha come obiettivo offrire un’esperienza turistica che faccia sentire “locali” i viaggiatori. È una “Lonely Planet” 3.0 geolocalizzata e targetizzata, nella quale il viaggiatore ha accesso ad itinerari digitali che permettono di personalizzare il viaggio entrando in contatto diretto con posti unici e locali. Ad oggi, girando fisicamente luogo per luogo, conoscendo ogni singola persona e realtà, hanno mappato 12 aree territoriali italiane: Barletta, Firenze, Genova, Macerata, Matera, Milano, Modena, Roma, Torino, Valle d’Itria, Venezia e Vicenza; adesso stanno lavorando sulla guida segreta di Maranello, ma molti altri progetti sono pronti a decollare. Dentro l’app di Unexpected Italy sono infatti analizzati centinaia di luoghi “segreti”, ma anche di artigiani che accolgono i turisti, bed and breakfast e boutique hotel dove è come vivere a casa e ristoranti che fanno della qualità un mantra. L’elenco completo è sulla loro App, disponibile negli store. Il ruolo della startup ha avuto eco nel Regno Unito, sulle colonne del “The Guardian”, che segue i due fondatori da quando divennero celebri per il loro racconto della “Londra inaspettata” con la loro prima società “Unexpected London”. Le due pagine pubblicate sul giornale inglese hanno acceso il dibattito in Italia, in pochi giorni decine di decine di migliaia di persone hanno scaricato l’App. La startup si è presentata anche all’ONU: a giugno dello scorso anno ha partecipato al Geneve/Fribourg Entrepreneurship Forum presso il Palazzo delle Nazioni dell’ONU per un discorso contro l’overtorism. L’ultimo appuntamento a cui hanno partecipato è stato il Tedx Verona, il cui video integrale è disponibile ora on line.

CONTATTI:
PK COMMUNICATION

Mauro Pigozzo
press@pkcommunication.it /

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Cultura e dintorni augura un Felice e Sereno Natale a tutti

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento